Stereotipi a tavola per chi studia all’università

Stereotipi a tavola per chi studia all’università

Le cene e i pranzi in famiglia sono di solito un momento di incontro e di scontro tra i commensali. In un modo o nell’altro, si finisce per parlare di tutto. Anche di quello che non si vorrebbe e se si studia all’università si finisce per ascoltare una delle tantissime frasi stereotipate sugli studenti e le studentesse che frequentano l’università. Un destino segnato per chiunque si ritrovi in una tavola piena di parenti a pensare se tormentarsi per la sessione che si avvicina o per le domande che si vorrebbe non ascoltare. Condividere il peso di un momento del genere può però aiutare ad affrontare meglio la serata. Ecco qui un elenco di frasi stereotipate con relativi commenti anti-giudizio che se letti dopo aver educatamente cercato di non rispondere alla domanda può aiutare a ritrovare l’equilibrio psico-fisico per reggere la serata senza inveire negativamente contro chi quelle domande le ha rivolte.

Davvero pensi di trovare un lavoro con questa laurea umanistica? Non potevi scegliere qualche settore scientifico? Si sa che lì cercano sempre persone.

L’idea che le lauree afferenti al settore umanistico siano meno funzionali al mondo del lavoro rispetto alle lauree del settore scientifico è un evergreen delle cene in famiglia. Il/la parente molesto/a, pungola la persona malcapitata con un interrogativo da un milione di dollari: ma davvero ho scelto un corso di laurea che, probabilmente, non mi darà un futuro? Questo bias va assolutamente superato: le materie umanistiche sono, soprattutto negli ultimi anni, fondamentali per la comprensione della realtà, e soprattutto diventano sempre più parte del settore tecnico. È inoltre assolutamente disfunzionale orientare la classe studentesca verso un settore soltanto per la sua potenziale spinta produttiva. Le lauree umanistiche producono posti di lavoro, e sarebbe necessario non spingere chi studia verso altre rotte, ma invogliare a credere che è possibile vivere seguendo la propria attitudine e riuscire ad avere un’indipendenza economica, qualsiasi sia l’indirizzo scelto.

Ah l’università, questi sono indubbiamente gli anni migliori!

Chi studia all’università è spesso visto da fuori come una persona privilegiata che non fa nulla di specifico nella vita se non di tanto in tanto studiare e sostenere alcune prove. Cosa studia e il modo in cui lo fa sono quasi sempre superflui per chi giudica. Eppure chi si iscrive ad un percorso di studio spesso sogna di raggiungere un traguardo specifico, complicato e per nulla certo. Questo genera spesso un forte senso di paura, ansia e agitazione misto ai timori che ogni studente/studentessa prova quando si avvicina una sessione. Pensare di non farcela, di non essere abbastanza, di poter fare di più, sono tratti comuni a numerosi iscritti/e. A tutto questo si aggiungono le difficoltà organizzative degli istituti accademici: corsi che si sovrappongono, esami che coincidono, sovraffollamento e ritardi degli autobus. È una quotidianità frenetica dove il tempo viene scandito tra un ritardo a lezione e il calcolo preciso delle ore da dedicare allo studio. Gli anni universitari sono i migliori? Forse. Se li guardiamo sotto la prospettiva della possibilità di crescita, allora sì. Ma se li guardiamo più da vicino, giorno dopo giorno, lo sono un po’ meno. Sono invece pieni di timori e di lavoro costante su se stesso/a, non solo per superare un esame ma soprattutto per migliorarsi e diventare la persona che si desidera essere (oltre che conseguire il titolo che si è scelto per sè). 

Voi giovani state sempre col cellulare in mano. Vi state distruggendo il cervello.

Altro evergreen del cenone natalizio. Perché sì, è effettivamente colpa del cellulare se il mondo di cui si fa parte, come si suol dire, “va a rotoli”, la tecnologia ha stravolto il nostro modo di comunicare, ma è anacronistico pensare di riuscire ad estorcere dal processo di evoluzione un fattore che, in positivo e in negativo, ha favorito questa evoluzione. L’ha favorita proprio perché, tramite gli “aggeggi infernali” che friggono le sinapsi dei/lle più giovani, è proprio la generazione precedente a diffondere senza soluzione di continuità opinioni non richieste, odio gratuito, fake news.

Ah vai in l’Erasmus, ti vai a fare la vacanza in Spagna!

Innanzitutto bisognerebbe specificare che, per quanto la Spagna sia tra le scelte più gettonate, quest’ultima non rappresenta l’unica meta scelta da coloro che intraprendono l’esperienza dell’Erasmus. Poi va spiegato che per poter usufruire dell’Erasmus è necessario passare attraverso una selezione e un iter burocratico che mira a creare un canale di comunicazione con l’università ospitante. E, ultimo ma non meno importante, durante l’Erasmus bisogna seguire corsi e sostenere esami in tempi prestabiliti. Quindi, associare quest’esperienza con il termine “vacanza” non è propriamente corretto, soprattutto perché questa rappresenta un’opportunità per arricchire il proprio bagaglio culturale. Un’occasione tutt’altro che scontata. 

Ma perché bevi sempre dalla borraccia? Pensi che davvero serva a qualcosa?

La domanda è mal posta. Perché non convertirla in un più funzionale: “perché non la compri anche tu?”. La consapevolezza che una borraccia non sia potenzialmente capace di cambiare il pianeta è assolutamente una consapevolezza per tutte le studentesse e gli studenti che aderiscono a movimenti ambientali o che semplicemente hanno cura delle proprie idee e del proprio circostante. Una borraccia serve a poco, ma seguire una strada volta alla salvaguardia del pianeta e alla riduzione dello spreco di plastica, rende la borraccia un punto di partenza molto utile. Si tratta di un oggetto innocuo, ma utile per ridurre l’uso di materiali in esubero. Ritenere che sia un atto poco incidente sulla realtà è possibile, ma quanto è efficace rispetto al suo non uso?

Quindi ti laurei? Quanti esami ti mancano?

Eccola, la domanda di tutte le domande. Detta, sentita, ridetta e risentita in tutte le salse. La si sente fin da subito, quando si è ancora una matricola spaesata che deve ricordarsi quale pullman prendere per non restare bloccata al terminal, e perseguita gli studenti e le studentesse fino alla fine. Anche dopo, quando la domanda si trasforma in “quando inizi a lavorare?”. Il tempo sembra essere l’unico metro di giudizio in questa società, dove tutti chiedono a che punto è chi gli/le sta di fronte. Istintivamente si risponde sempre nel merito, calcolando i tempi che effettivamente mancano per conseguire il titolo o per raggiungere gli altri traguardi. Ma la verità è che si è sempre e solo nel proprio tempo e che le persone non possono essere paragonate per il modo in cui gestiscono il loro tempo e a quale velocità raggiungono gli obiettivi. 

Ma perché continui a fare parte di quella associazione studentesca? Sono solo una perdita di tempo… Mica ti pagano! 

La risposta a questa domanda può essere divisa in due parti. La prima volta a specificare che no, nessuno ci paga (almeno a livello monetario) e che nessuno ci costringe a farlo. La seconda per fare presente che far parte di un’associazione significa riuscire a vivere l’università a 360°. Confrontarsi su temi importanti, allargare i propri orizzonti e imparare a relazionarsi con gli altri, ampliando il proprio bagaglio culturale e comunicativo. E, una volta concluso il percorso accademico, avere la consapevolezza di non aver sprecato neanche un attimo di tempo.