All’Unisa il ciclo non è un lusso?

“Il ciclo non è un lusso” è la campagna di sensibilizzazione organizzata dal Collettivo+ contro la tassazione sugli assorbenti, che in Italia tocca il 22% di IVA, l’aliquota ordinaria che si applica sui beni di largo consumo. Da mesi le ragazze del collettivo sono presenti tra corridoi di molte facoltà ed hanno affisso nei bagni di alcuni edifici i cosiddetti “tampon box”, scatole di cartone che contengono assorbenti gratuiti mediante i quali “ogni studentessa può lasciarne uno, e prenderne un altro qualora ne avesse bisogno”. Rosaria D’Alessio, studentessa di Scienze della Comunicazione e membro attivo del Collettivo+, ci ha raccontato il grado di riscontro che la Campagna ha avuto nel nostro Ateneo.

“Il ciclo non è un lusso”,  un’iniziativa che parte dalle Università e giunge anche a quella di Salerno, in cosa consiste?
L’iniziativa è volta a sensibilizzare tutta la comunità di Ateneo sulla questione che riguarda la tassazione degli assorbenti in Italia. Nel nostro paese c’è una tassazione del 22%, l’aliquota ordinaria che si applica sui beni di largo consumo, che classifica di conseguenza gli assorbenti come beni di largo consumo. Il collettivo è nato più di un anno fa con l’intento di portare certe tematiche all’interno della nostra università, che è una delle migliori del Sud Italia. Così dopo aver installato le ‘tampon box’, create da noi, abbiamo tappezzato corridoi dell’atenei con cartelli e simboli come “il ciclo non è un lusso”, “il ciclo non è un tabù” ed altri messaggi.

Questa campagna l’avete cominciata partendo con una sensibilizzazione ‘dal basso’. Che grado di riscontro, a vostro avviso, ha avuto nella comunità studentesca?
Quella dell’affissione dei tampon box è stata sicuramente un’attività importante per noi, non solo per la rilevanza mediatica, ma anche per le reazioni che ha avuto in seno alla comunità studentesca. Molti distributori ci sono stati rimossi dagli agenti delle pulizie, altri da persone che probabilmente non condividevano le nostre posizioni. Oltre a queste azioni che hanno dell’allucinante, ci sono pervenute anche accuse del tipo ,”che schifo, dovreste vergognarvi” oppure “Questa è pura oscenità”. Ecco a noi sembra assurdo che ad oggi molte studentesse ritengano osceno parlare di certe cose, così come è incredibile pensare che molte ragazze si vergognino ancora di mostrare il proprio salvaslip quando vanno in bagno. Per noi cambiare il modo di concepire il ciclo vuol dire anche modificare queste norme comportamentali ingiustificabili. Dall’altro lato, però, abbiamo ricevuto anche critiche costruttive come quelle relative al posizionamento di coppette mestruali e assorbenti lavabili, che avrebbero eliminato l’impatto ambientale che hanno gli oggetti usa e getta.

Avete intenzione di portare questa battaglia all’interno di organi che abbiano rilievo Nazionale? 
Vogliamo fortemente che questi temi vengano presi in seria considerazione sia dagli studenti che dagli organi rappresentativi. Abbiamo provato infatti ad interfacciarci con varie realtà che hanno rappresentanti nel Consiglio degli Studenti, Senato Accademico, Consiglio di Amministrazione; e in quanto “Collettivo+” ci siamo mostrate aperte al confronto ed al dialogo. Con il nostro attivismo politico, inoltre, abbiamo provato ad abbracciare tutti i corsi di laurea, portando la nostra presenza nei corridoi, pubblicizzando eventi di dibattito e informazione, ed anche mediante l’affissione dei cosiddetti “tampon box” che siamo riuscite a mettere fino ad Informatica. Questa istanza non abbiamo intenzione di portarla al CNSU in quanto è già stata presentata una mozione, né al Rettore soprattutto alla luce dell’ ultimo equilibrio politico. L’anno scorso abbiamo provato ad avviare questo progetto di sensibilizzazione cercando di coinvolgere tante associazioni, tuttavia le basi del progetto sono venute meno, ad oggi però possiamo dire che qualora qualche associazione voglia collaborare: si vedrà.

Su quali fronti continuerete a lavorare?
Continueremo a sensibilizzare nonostante tutto. Vorremmo tanto lavorare sulla didattica, trovare il modo di entrare in determinati momenti di lezione per provare a parlare di queste tematiche. Ad esempio,  abbiamo saputo di episodi scandalosi, all’interno della nostra università, riguardo l’obiezione di coscienza. In particolare, un professore del Dipartimento di Medicina,  durante una lezione dava un nome al feto chiamandolo “Marco”. Col corso del tempo ci siamo rese conto che quello non era l’unico episodio verificatosi in quel corso di laurea. Bisogna ammettere che anche al Polo degli Studi di Medicina e Chirurgia ci sono professori che obiettano. E ciò vuol dire avere medici, infermieri, chirurghi che sono obiettori di coscienza. Lavorare sulla didattica significa in concreto capire quali sono i momenti della lezione e provare ad interromperli al fine di scardinare dei principi che sono totalmente sbagliati.

Maria Pia Della Monica