Le Magnifiche elezioni: intervista al candidato Maurizio Sibilio

Il Professore ordinario di Didattica generale e Pedagogia speciale, nonché Direttore del DISUFF, Maurizio Sibilio, è candidato alla carica di Rettore dell’Università di Salerno per il sessennio 2019-2025. Negli ultimi anni all’interno dell’ateneo ha ricoperto diversi ruoli: è stato membro del Senato Accademico dal 2013 a febbraio 2019, delegato del Rettore per l’educazione e l’inclusione, Presidente del corso di laurea in Scienze della formazione per l’infanzia e la preadolescenza, Presidente dell’area didattica di Scienze della formazione per l’inclusione e il benessere, Direttore del Centro Interdipartimentale di Scienze della Promozione della Salute, dello Sport e dei Processi dell’Integrazione dal 2009 al 2012, e ora aspira a ricoprire il ruolo di Rettore dell’ateneo salernitano. Lo abbiamo incontrato per affrontare insieme i punti chiave del suo programma e capire quale idea di università intenda rappresentare.

Lei apre il suo programma scrivendo che la forza dell’ateneo salernitano è il legame tra la tradizione e l’innovazione.
La nostra è una storia che parte da un magistero che si è evoluto costruendo in forma progressiva, ampia ed evolutiva l’attuale istituzione universitaria con 17 dipartimenti, 80 corsi di studio, diverse aree di ricerca ed elementi legati all’offerta formativa dell’area scientifica e umanistica. Il tema della tradizione è recuperare la nostra storia, il prestigio, la ricerca, le sue radici e portarla in avanti, nell’innovazione. Una vera innovazione è tale se parte dalla tradizione, perché solo con delle forti basi si costruisce il futuro. Questa non è soltanto una sintesi tra le aree tradizionali dell’università, quella scientifica e umanistica, ma anche una sintesi tra le generazioni, quelle precedenti e quelle attuali, e fra le varie componenti: quella degli studenti, la ragione per quale l’università quotidianamente svolge la sua funzione, quella dei docenti e quella del personale tecnico – amministrativo. Tutto questo è comunità, tutto questo è  sintesi tra tradizione e innovazione.

In riferimento al territorio Lei sottolinea l’importanza di riallacciare i rapporti con gli istituti che lo rappresentano (Regione, Provincia ed Enti locali): quali vantaggi potrebbe comportare un maggiore dialogo tra questi istituti pubblici e l’università?
Dobbiamo riconoscere che non siamo soltanto un campus universitario, non siamo soltanto un’università. Per la nostra configurazione, siamo un importante pezzo del territorio e con esso abbiamo bisogno di dialogare: essere riconosciuti e riconoscere il territorio. Questo è possibile aprendo un dialogo paziente ma nello stesso tempo forte con le istituzioni e ripristinando un dialogo per il quale la nostra università deve diventare un patrimonio per il territorio. Quando parliamo di un campus aperto, disponibile anche nel fine settimana, parliamo di un’istituzione capace di accogliere il territorio, di rispondere alle sue esigenze, di creare nel campus un costante momento di incontro tra i nostri ragazzi e quelli del territorio. Questa straordinaria occasione ci è data dalla stessa struttura del campus, la sua meravigliosa biblioteca, da un teatro e da una straordinaria disponibilità degli spazi verdi, dalla possibilità di avere all’interno un’apertura che significhi creare costantemente dei punti di incontro per i giovani che possono essere nelle condizioni di creare una continuità del loro progetto di vita. Tutto questo, naturalmente, nel pieno rispetto dell’ambiente che va salvaguardato in una cultura del rapporto dei consumi: bisogna avere una buona educazione sul tema più ampio della salvaguardia dell’ambiente e nello stesso tempo creare attraverso il  campus un attrattore del territorio, un luogo nel quale ritrovarsi, un campus che diventi nel fine settimana un polo culturale e artistico del territorio dove i giovani, e non solo, siano al centro di tutto. È questo il tema di un campus diverso, un campus che sia nuovo e aperto. Nello stesso tempo avere un rapporto col territorio significa comprendere che l’Università di Salerno è per la Regione Campania un’opportunità che si basa su quello che siamo in grado di costruire attraverso le nostre attività di ricerca e le opportunità che ci sono date dalla funzione legislativa della Regione. Come la proposta di una legge regionale per il reclutamento dei ricercatori che possa essere un’opportunità per ampliare le prospettive dei nostri giovani e nello stesso tempo la possibilità di un nuovo collegamento con la città di Salerno, la città da cui siamo nati, e che deve essere per noi un nuovo perimetro del campus che ci porta a guardare a quella città come un luogo nel quale trasferire un presidio che possa essere un importante collegamento con la città. Naturalmente questo richiede un miglioramento dei servizi, la capacità che ci sia un trasporto che vada oltre a quello che c’è oggi e che vada incontro alle esigenze dei giovani e dei lavoratori, che ci sia una forte attenzione alle esigenze della persona, delle famiglie, e quindi la possibilità che ci siano anche dei servizi a supporto non solo degli studenti ma dell’intera comunità, che siano poi i servizi che dobbiamo immaginare per una  città che, anche se non è equivalente ad un città della nostra regione, è pur sempre una città di 40.000 persone che vivono insieme e che per molte ore della propria giornata sono in un luogo dal quale è necessario avere servizi e un livello di vivibilità che sia sempre migliore. Una città della conoscenza che si collochi nel territorio.

Descrive l’ateneo salernitano come una forma originale di istituzione territoriale più simile ad un ente locale che ad un’istituzione esclusivamente universitaria. Quali potrebbero essere gli effetti di un’istituzione universitaria che si ponga in somiglianza ad un ente locale?
Noi non siamo un’università che, con le sue aule e i suoi spazi, vive all’interno di una città attraverso una rete di servizi offerti dalla stessa. Noi siamo un’altra realtà nel territorio. Siamo un campus, una città della conoscenza e all’interno di questa città viviamo la nostra quotidianità. La maggior parte delle persone che frequentano il campus, lo fanno per molto tempo, e lo vivono nella sua configurazione. Questa città della conoscenza non è soltanto un’università, può svolgere un ruolo sociale molto più forte, quello di aggregazione, di esercizio democratico, di potenziamento di un civismo responsabile. Il nostro campus, poiché viviamo insieme nei luoghi tante ore al giorno, è una palestra della democrazia, un luogo nel quale crescono i cittadini, nel quale esercitano la loro capacità di partecipazione: è questo il senso del civismo responsabile. Allora bisogna guardare questa città della conoscenza e riconoscerle una serie di servizi, come i trasporti e un maggior supporto al piano sanitario. Relativamente a quest’ultimo punto: ricordiamoci che quando abbiamo voluto istituire la facoltà di medicina abbiamo scelto che la nostra università cambiasse, diventasse un’altra università. Ossia un ateneo che non facesse solo didattica, ricerca, terza missione ma operasse nel territorio facendo attività di assistenza, occupandosi potenzialmente di tutte quelle urgenze di carattere sanitario che si riferiscono alle esigenze più ampie del territorio. Ecco perché è importante che il Dipartimento di Medicina venga sostenuto e potenziato lo sviluppo.

In riferimento al Dipartimento di Medicina, scrive di voler rilanciare la funzione di assistenza sanitaria sul territorio: in che modo?
Credo che la cosa più importante sia prevedere per Medicina un’azione di sviluppo che sia un grande rilancio dell’azienda ospedaliera universitaria nella quale coesistono i nostri professori universitari e clinici che non sono universitari. Questa sinergia deve diventare sempre più forte e deve far sì che la nostra ricerca diventi l’elemento di forza della clinica e che il nostro Dipartimento di Medicina assuma attraverso l’azienda ospedaliera universitaria una forte identità. Siamo un Dipartimento giovane ma dobbiamo costruire una forte identità che ci collochi nel territorio per l’unicità della nostra ricerca e dei nostri servizi. Tutto l’ateneo deve sentirsi responsabile di Medicina perché offriamo un servizio ai cittadini, non forniamo soltanto medici e la ricerca utile in ambito bio-medico. Abbiamo l’alta responsabilità della cura dei cittadini e questa deve essere un’attività nella quale il Rettore, affiancato dal Dipartimento, dal Direttore e dagli ottimi professori di Medicina, assume direttamente questa volontà. L’impegno per lo sviluppo di Medicina non deve essere delegato ad altri, deve essere il Rettore a impegnarsi per costruire questa identità e renderla sempre più forte nel territorio.

Esprime perplessità sul progetto di regionalizzare la formazione universitaria perché metterebbe a rischio l’autonomia universitaria. Quanto crede sia questa divenuta indispensabile oggi?
Sono molto critico sugli effetti di una riforma che potrebbe non aiutare le università del sud. Ho fatto riferimento all’autonomia scolastica perché quando si è avviata l’autonomia delle istituzioni scolastiche l’autonomia è partita con velocità diverse: alcuni istituti hanno potuto procedere speditamente e altri no. Temo che un processo di regionalizzazione, se non supportato dalla garanzia che tutti abbiano le stesse possibilità, non aiuti l’università di Salerno.  Sono convinto che se le università del sud non crescono è perché non cresce l’università italiana, la difficoltà dell’istituzione accademica del sud è la difficoltà di tutta l’università italiana. Quindi bisogna pensare ad un’istituzione universitaria che possa essere diversa in tutto il paese ma dove tutti possano avere le stesse opportunità. Nel sud l’istituzione universitaria svolge anche una funzione più ampia: è una sorta di antagonismo a tutti i processi di devianza dei giovani, incontrando un tessuto sociale più difficile svolge un lavoro importante, educativo, più forte. Credo che bisogni riconoscere che ci siano delle differenze, che ci siano degli impegni più grandi, che ci siano dei livelli territoriali che non sono equivalenti e quindi quando parliamo di riforma dobbiamo avere un quadro complessivo per cui tutti possano partire dalle stesse opportunità. Questa valutazione dovrebbe essere al centro di ogni riforma del sistema universitario affinché vengano date a tutti pari opportunità, evitando così di portare indietro un pezzo dell’Italia. 

Sono molti gli accademici che descrivono il mutamento dell’università da luogo di cultura a struttura sempre più a carattere aziendale. Qual è la sua opinione in merito?
Noi siamo un’istituzione pubblica che svolge una funzione etica oltre che scientifica, culturale e formativa. L’istituzione universitaria è prima di tutto un’istituzione per far crescere la conoscenza, che forma le nuove generazioni e lo fa predisponendo che ognuno possa realizzare il proprio progetto di vita ma soprattutto possa farlo in comunità, non da solo, aiutando il contesto sociale nel quale opera, sia che lo faccia all’interno del proprio territorio, sia che lo faccia in quello nazionale o in quello fuori dall’Italia, ma l’importante è che porti con sé i valori della nostra Costituzione. È chiaro che l’elemento etico deve essere centrale, dove etica significa riconoscimento della persona e dei suoi diritti (i diritti non sono soltanto le regole che scriviamo, equivalgono ai nostri comportamenti: quello che facciamo, come trattiamo gli altri, come siamo solidali, come aiutiamo i più deboli). L’università non può avere una cultura sbilanciata sul piano aziendale perché l’università è un’istituzione aperta a tutti, dobbiamo sostenere chi è più debole, la persona che ha una disabilità, chi ha un disturbo specifico di comportamento, chi cammina ad una velocità più bassa. Dobbiamo sostenere la comunità e una visione aziendale riduce il principio etico. L’elemento che deve ispirarci deve essere la nostra dimensione etica, chi siamo, chi vogliamo essere come università fuori dall’Italia, che cultura vogliamo portare fuori dal nostro paese, in che termini siamo interessati alle altre culture. Questo senza escludere la dimensione aziendale che però non può diventare la nostra cifra, la nostra identità perché, essendo un’istituzione universitaria, le iniziative che promuoviamo non possono essere esclusivamente legate ad un risultato economico.

Per intensificare il rapporto con il territorio, Lei propone l’apertura serale e nel fine settimana del campus. Si tratta di un bisogno molto sentito da parte della comunità studentesca, anche e soprattutto per gli studenti fuori sede. In che modo, secondo Lei, sarebbe possibile raggiungere questo obiettivo?
Il primo tema da affrontare è cosa vogliamo rappresentare noi per il territorio. Non possiamo aprire l’università nel fine settimana immaginando che questa sia soltanto l’estensione di un tempo di apertura della struttura. Se apriamo l’università il fine settimana dobbiamo avere un progetto di territorio, diventare un attrattore territoriale, un luogo nel quale a fine settimana non accogliamo esclusivamente i nostri studenti, ma l’intero territorio. Questo significa che dobbiamo interagire con i comuni che sono contigui all’università, con la Regione, predisporre un accordo di programma, un’azione sociale che preveda l’apertura come uno degli aspetti che possano essere collegati al piano sociale di zona in applicazione alla legge 328 del 2000. Perché l’apertura dell’università svolge un’azione sociale per alcune fasce della popolazione quindi è importante predisporre un programma di attività che rilanci non solo l’università ma anche il territorio e nel quale ci siano giovani che non siano solo nostri studenti ma anche giovani del territorio e famiglie. Tutto questo lo facciamo insieme agli enti locali e alla Regione con i quali dobbiamo condividere sia la sostenibilità dell’apertura che il progetto, nel quale sarebbe bello che i giovani si possano ritrovare: attraverso un cineforum, rassegne teatrali per animare il campus e renderlo accogliente, avere rispetto ai ragazzi che vivono nelle residenze un superamento del fine settimana come un processo graduale di riduzione delle occasioni di incontro, avere anche per le famiglie del territorio la possibilità di un luogo verde nel quale poter  portare i propri figli. Affinché si crei una città della conoscenza che il fine settimana possa venire riconosciuta come un pezzo del territorio. Tutto questo si fa con un accordo di programma, costruendo un progetto attraverso il quale gli enti locali si fanno carico anche dei costi insieme a noi di questo programma, che mi sembra abbia un forte impatto sociale, che non riguarda solo i nostri studenti ma l’intero territorio.

È anche vero, però, che se pure agli studenti fosse concessa la possibilità di vivere di più l’università, garantendone l’apertura nel fine settimana e durante la sera, questi avrebbero pur sempre il problema dei trasporti che ogni anno si ripresenta senza mai venire risolto. Lei come agirebbe per far fronte a questo problema?
Se io dovessi essere il prossimo Rettore proporrei un tavolo tecnico per il tema dei trasporti, per ampliare prima di tutto l’orario dei mezzi: molti studenti studiano all’interno dell’università, ridurre il trasporto alle 18:30 mi sembra riduttivo dei loro diritti. Un tavolo tecnico, dunque, per estendere l’orario dei servizi di trasporto, la loro tipologia e qualità trovando di concerto con la Regione e gli enti locali misure a supporto del trasporto non solo per la mobilità tra Salerno e Fisciano ma anche per gli altri luoghi verso i quali i nostri studenti si spostano per raggiungere l’università e rientrare in serata nel luogo di residenza. Questo va affrontato con molta energia e pazienza cercando di ampliare le opportunità date ai ragazzi.

In riferimento alla cooperazione internazionale  scrive che è importante essere attenti alle strutture con cui si decide di avviare una collaborazione dal momento che non si tratta solo di meri accordi didattici, ma anche di creare legami culturali ed etici. Quale potrebbe essere, secondo Lei, un approccio più adeguato al tema?
Dobbiamo cooperare ma dobbiamo farlo avendo la certezza che ci sia il rispetto dei diritti della persona. La cooperazione internazionale non deve essere la rincorsa a un vantaggio economico o la troppa considerazione ad un algoritmo che ci attribuisce più risorse se vengono da noi un po’ più di studenti internazionali, perché altrimenti rischiamo non avere una chiara idea di quale deve essere il nostro ruolo. Penso al Mediterraneo, l’Asia, gli Stati Uniti,  l’Europa, l’America latina. Sono luoghi nei quali l’Italia può essere determinante per la crescita culturale del popolo e dove in generale può fare un lavoro importante. La cooperazione è anche una scelta etica, non è soltanto una decisione che si deve allineare agli algoritmi, non possiamo considerarla semplicemente come un modo per avere qualche incentivo di premialità. Quando accogliamo gli studenti di un paese facciamo il nostro lavoro, lo facciamo fino in fondo, ma dobbiamo anche scegliere in che modo e in quali termini cooperare avendo prevalentemente una posizione etica. Dobbiamo pensare a paesi nei quali ci sia il rispetto della persona, degli uomini e delle donne. La cooperazione non può prescindere dalla volontà di guardare anche a questo, deve invece diventare un elemento cruciale su cui tutti, non solo il Rettore, devono porre attenzione.

Scrive che la terza missione è un argomento che le università italiane non hanno ancora preso completamente a carico. In che modo Lei agirebbe per intensificare l’attenzione alla terza missione da parte dell’Unisa?
La terza missione è il modo con il quale interagiamo con il territorio, cosa siamo capaci di costruire con esso, le collaborazioni con gli enti locali, le scuole, le aziende per creare un’università capace di offrire più servizi. È importante mappare il territorio: costruire una mappa delle risorse territoriali che non sono solo quelle tradizionalmente legate alle aziende ma sono il terzo settore, il fenomeno delle cooperative, delle organizzazioni non lucrative, le associazioni professionali, gli ordini professionali. Questo significa individuare tutto quello che nel territorio costituisce potenzialmente l’elemento produttivo. Sarebbe importante costruire questa mappa e preoccuparsi attraverso la nostra università, anche con l’aiuto della Fondazione, di stabilire con il territorio dei rapporti che non siano occasionali, che non siano legati alla conoscenza  di qualche docente meritorio, ma che sia un rapporto che la nostra università deve costruire affinché diventi sistematico, stabile, nel quale andare ad inserire le nostre iniziative. Se la terza missione si muovesse sull’iniziativa non sistematica, sebbene meritoria, di qualcuno ma non di tutti, la nostra università opererebbe nella terza missione in una forma nella quale non emerge il suo potenziale. Ecco perché dobbiamo costruire una mappa, fare una rete del territorio e costruire con esso un rapporto sistematico, stabile, che ci faccia poi operare per il trasferimento tecnologico, per la costruzione di spin-off e per molte altre attività importanti.

Nel suo programma scrive che si dovrebbe tener conto di “ranking più adeguati”: che opinione ha in merito ai criteri che vengono utilizzati per le classifiche e in generale sull’importanza che sta assumendo il ranking all’interno del dibattito accademico?
Quando ci rifacciamo alle classifiche lo facciamo per aumentare la funzione attrattiva dell’università. Però poi abbiamo anche un percepito quotidiano che è il prodotto di quello che accade nell’università ed è dato da come si vive l’ambiente. Proverei a rafforzare la considerazione di quello che percepiamo vivendo l’università di Salerno e, quando il valore diventerà forte, utilizzarlo come punto per attrarre. Nello stesso tempo questo ci deve invitare a capire che ci sono elementi che riducono l’attrazione, fanno andar via gli studenti, perché magari preferiscono laurearsi alle magistrali delle università del centro nord. La nostra attenzione deve essere rivolta ad una buona diagnosi dei nostri punti di forza e di debolezza. Per esempio: sappiamo che c’è una forte tendenza sulle magistrali a trasferirsi in un’università del centro nord, dobbiamo capire se questo trasferimento avviene perché nella cultura di chi va via c’è la rappresentazione che lì ci possa essere lavoro o se c’è la rappresentazione invece che lì ci possa essere un’offerta formativa più qualitativa. Sono convinto che il tema del lavoro sia cruciale, per questo una delle proposte sulle quali spingerò è che le nostre magistrali potenzino stage ed esperienze di tirocinio extra-regionali perché se siamo nelle condizioni di formare dei ragazzi che sono in grado di lavorare nel nostro territorio facciamo un buon lavoro, se formiamo dei ragazzi che sono in grado di costruire lavoro nel nostro territorio, ossia fare auto-imprenditorialità, facciamo un ottimo lavoro. Se però la formazione di quel corso non dovesse garantire per tutti i ragazzi un’occasione nel territorio, dobbiamo garantire la possibilità di mettere in gioco fuori dal nostro territorio le competenze maturate da noi. Gli stage extra-regionale e il tirocinio potrebbero essere un incentivo importante affinché i ragazzi studino a Salerno anche nelle magistrali e poi scelgano se rimanere o trasferirsi. È questa l’idea: ricordarci che dobbiamo guardare l’università nei suoi punti forti e deboli perché le classifiche sono utili ma non risolvono il problema del miglioramento della nostra qualità, ci danno solo l’evidenza dei punti sui quali siamo ritenuti fra i primi o fra gli ultimi.

Parla anche di ruolo di leadership nel contesto degli atenei territorialmente omogenei: cosa intende con questo?
In tutte le assemblee a cui ho partecipato  si è confermata un’attesa da parte dei colleghi e dei ragazzi: non si chiede al Rettore esclusivamente di utilizzare le risorse di cui dispone, di utilizzare diversamente quello che c’è. No, si chiede al Rettore di cambiare, una grossa domanda di cambiamento che molto spesso non è risolvibile solo nell’università di Salerno ma deve essere risolta in una comunità più grande, quella nazionale, la Conferenza dei Rettori. Noi dobbiamo riprendere un protagonismo all’interno di questo organismo perché dobbiamo cominciare a dialogare con i decisori politici e a porre delle questioni  importanti per le università del sud: la funzione sociale che svolgono, l’aumento di alcuni elementi di premialità che si riferiscono a quello che l’università svolge nel territorio, un diverso uso delle risorse che ci deve essere consentito, ossia il tema dell’uso dei costi effettivi e non solo dei punti organico che aiuterebbe università come la nostra e molte altre a migliorare e a dare futuro ai giovani. Tutto questo lo facciamo se diventiamo forti all’interno della Conferenza, se riprendiamo un rapporto, un protagonismo che credo sia fondamentale perché il colore del Rettore è il colore della sua università, la sua forza è il risultato della sua università, ma tutto questo non lo può fare la sua università da sola, lo deve fare con altre università e il luogo nel quale si può fare è la Conferenza dei Rettori dove è importante far sentire una voce più forte.

Che opinione ha dei criteri con cui viene valutata la ricerca?
Che ci debba essere un sistema di valutazione è importante, è un elemento fondamentale di trasparenza ma l’attuale valutazione non è riuscita a rispondere a quelle che sono le reali esigenze di ricerca, dimostrandosi piuttosto fragile nelle modalità con cui si valutano le aree scientifiche e quelle umanistiche con grosso danno per l’area umanistica, nel rapporto tra università del nord e del sud perché le università del sud, anche quelle di area scientifica, sono fortemente penalizzate. E poiché io non credo che le università del sud o del centro sud non siano capaci di svolgere le proprie funzioni penso che questo sistema vada riguardato. Bisogna aprire una discussione affinché in questo sistema si introducano dei correttivi ricordandoci che, quando valutiamo la ricerca, nell’area scientifica c’è il sistema bibliometrico mentre nell’area umanistica c’è il sistema non bibliometrico. Già questi sono sistemi completamente diversi tra loro  che non garantiscono, proprio per la loro differenza, il riconoscimento della qualità della ricerca. Il sistema non bibliometrico è un sistema prevalentemente qualitativo e quindi dobbiamo assolutamente aprire una discussione affinchè ci sia un effettivo equilibrio fra i diversi settori, area umanistica e scientifica, dove la valutazione possa essere un po’ più vicina alla reale situazione dell’università italiana. Abbiamo sicuramente degli ottimi Dipartimenti d’eccellenza che hanno fatto un ottimo lavoro, però dobbiamo impegnarci affinché in questo sistema ci siano dei correttivi che possano essere riconosciuti da tutti come dei criteri che siano poi lo specchio del sistema universitario italiano. Questo è il lavoro che dobbiamo fare con pazienza e con tenacia.

Cosa farebbe per venire incontro alle difficoltà dei ricercatori?
Sarebbe molto importante aumentare le risorse a nostra disposizione per dare loro maggiori opportunità. Questo va fatto migliorando il rapporto con gli enti locali, con leggi regionali sul reclutamento dei ricercatori e nello stesso tempo intensificando il nostro rapporto con i progetti europei per avere anche risorse europee per il reclutamento. D’altra parte dobbiamo costituire una possibilità per i ricercatori che si sono abilitati e che attendono di fare le loro progressioni. È stata fatta da poco una legge sui ricercatori a tempo indeterminato che ha portato alla nostra università dei fondi per 218.000 euro, purtroppo insufficienti, che ci daranno la possibilità di risolvere il 10% del problema che abbiamo a Salerno, quindi molto poco rispetto alle aspettative. Allora dobbiamo trovare delle misure, e perciò ritorno a quello che ho detto in precedenza, ossia avere una voce nazionale affiancando la CRUI per cui si possa allargare questa disponibilità che oggi incontra solo il 10% dei ricercatori a tempo indeterminato per allargarla e creare una prospettiva che vada molto oltre, che ci porti ad avere un programma per cui si possa aiutare molto di più questa categoria. Sono ricercatori da molti anni, si sono abilitati, fanno attività didattica, vedono un orizzonte con grande preoccupazione, e quindi su loro va fatto un lavoro molto forte. Dobbiamo poi aiutare i professori a fare un passo successivo perché ne hanno il merito e questo lo realizziamo non solo con il meccanismo dei punti organico ma cercando di spingere un po’ di più sull’uso dei costi effettivi, cercando di muovere un’azione tecnica e legislativa, dove tecnica significa poter fare alcune cose che già oggi possiamo fare con fondi esterni, legislativa significa estendere l’uso dei costi effettivi, cioè l’uso delle risorse per pagare le progressioni di carriera in maniera più ampia, più flessibile. Qui subentra l’autonomia universitaria perché ci consente di poter utilizzare altri meccanismi per pagare il personale, quello dei costi effettivi che è un meccanismo molto utile. Questo aiuterebbe i nostri abilitati ad avere una prospettiva: avere un programma di sviluppo che possa vedere coronata non solo la carriera ma anche un percorso fatto di sacrifici e una grande dedizione alla ricerca e alla didattica.

Relativamente al personale tecnico amministrativo, scrive di voler avviare in tempi rapidi un’azione di riorganizzazione che semplifichi le azioni amministrative. Che tipo di riorganizzazione immagina e cosa farebbe per valorizzare il lavoro del personale tecnico amministrativo?
Ho incontrato tante persone che operano nell’ambito tecnico – amministrativo e le domande che mi hanno posto sono sul desiderio e la necessità di una formazione che sia sempre più solida, sulla necessità di sentirsi valorizzati per quello che fanno, sulla dignità dei servizi che sono utili per la loro vita quotidiana. Ho sentito la richiesta di un supporto ai problemi delle donne, delle famiglie, di coloro che hanno difficoltà. Ho sentito un grande desiderio di partecipazione. Dobbiamo quindi migliorare la formazione di coloro che operano nella parte tecnico – amministrativo perché abbiamo persone che si sono laureate, che hanno avuto l’opportunità di farlo, persone che hanno una formazione non dissimile da quella dei nostri ricercatori ma che operano come tecnici e poi abbiamo persone che non hanno avuto la possibilità di studiare ma hanno costruito delle grandi competenze. Dobbiamo pensare a tutti e quindi bisogna utilizzare in una forma migliore le risorse umane perché il modello migliore per far funzionare i nostri distretti è conoscere le risorse umane e i problemi differenti dei nostri distretti. Ogni distretto ha un problema diverso: la terza missione, la ricerca in area umanistica incrocia dei problemi molto diversi da quelli in area scientifica; i laboratori dell’area umanistica sono molto diversi da quelli di area scientifica. Dobbiamo quindi avere una forte conoscenza dei problemi che sono presenti nei dipartimenti e nei distretti e la risposta organizzativa a quei problemi è rappresentata da una buona organizzazione in ogni area e l’impiego in questa di persone. Dobbiamo ottimizzare la valorizzazione delle risorse di cui disponiamo ma dobbiamo anche nello stesso tempo potenziare le loro competenze, una formazione vera, sapere essere e saper fare perché il personale è quello che quotidianamente ci consente di fare tutto quello che facciamo nei dipartimenti e nell’università. Delle competenze più forti per un ufficio internazionale che cresca ma anche il front-office, il primo contatto per gli studenti quando sono studenti stranieri, maggior rapporto nella capacità organizzativa, nel design ossia nella progettazione delle cose che bisogna fare nei singoli luoghi, un miglior rapporto con le tecnologie che non significa solo l’uso della macchina, ma anche il modo in cui la macchina ci può risolvere tanti problemi e il modo con cui attraverso le macchine noi parliamo, comunichiamo, forniamo delle informazioni. Tutto questo è rappresentato dal personale. Dobbiamo quindi pensare a degli incentivi che siano per il personale un riconoscimento della loro professionalità.

Le manifestazioni delle addette alle pulizie hanno rappresentato un campanello d’allarme sui rischi delle esternalizzazioni dei servizi. Cosa pensa della condizione in cui tuttora si trovano le lavoratrici e in generale sulla tendenza alle esternalizzazioni dei servizi? Proverebbe a fare qualcosa per venire incontro alle lavoratrici, anche in vista del nuovo bando?
L’idea della persona dentro il programma che ho proposto è centrale per me, i diritti della persona sono al primo posto. Quando ci sono situazioni di sofferenza non possiamo considerarle estranee a noi, alla nostra quotidianità e analogamente se uno studente ha una difficoltà, si sente solo, se a uno studente succede qualcosa di drammatico, la nostra vita non è più la stessa, cambia, anche se non lo conosciamo, perché siamo una comunità. In questa comunità ci sono anche persone che non dipendono direttamente da noi ma che toccano la nostra sensibilità, il nostro senso di appartenenza all’istituzione. Dobbiamo assolutamente, nell’immediato, riprendere questo tipo di rapporto. Quando portiamo in esterno un servizio dobbiamo avere la costante garanzia che altri soggetti possano adeguarsi alle nostre regole. Se tra queste rientra il rispetto e il riconoscimento della persona dobbiamo garantire che questo accada. Su questi temi dobbiamo quindi aprire un tavolo di discussione. Per me è molto importante non analizzare i problemi, perché l’analisi può diventare un esercizio diagnostico infinito, ma fronteggiarli e superarli. È importante condividere questo tema, difendere fortemente i diritti delle persone.  Ci sono delle norme e su di esse non possiamo intervenire, però se noi ci accorgiamo che gli esiti non soddisfano la nostra visione nel rapporto con i lavoratori, dobbiamo riaprire un tavolo e ripartire ponendo questi vincoli in maniera molto forte. Perché tutti i lavoratori sono persone che noi rispettiamo. Deve essere questo un tema su cui dobbiamo aprire un tavolo per discuterne immediatamente e poter esporci ad un futuro migliore. Su questo sono favorevole a dare il mio contributo, ma in maniera convinta perché avverto, come tanti altri, il desiderio di porre sempre al centro la persona e i diritti della persona.

Scrive che la Fondazione dovrebbe allargare le proprie funzioni: quali altre funzioni immagina e quanto valuta importante la struttura?
Se noi dieci anni fa abbiamo deciso di istituire questo soggetto, lo abbiamo fatto perché pensavamo che potesse essere importante. Sono convinto che tuttora possa esserlo, però dobbiamo aiutare la Fondazione ad allargare il vaglio delle sue competenze: mi piacerebbe pensare ad una Fondazione che possa darci una mano sulla formazione post-laurea non tradizionale, non parlo dei master ma dell’alta qualificazione, di alcuni corsi di specializzazione. Un istituto che ci aiuti sempre di più a migliorare i servizi. La Fondazione, pur essendo autonoma, deve avere chiaro il programma e le finalità che vogliamo conseguire, divenendo un soggetto vicino, solidale, sussidiario, complementare all’università. Dobbiamo stabilire in che termini possa aiutarci e dobbiamo stabilire con chiarezza quali sono le regole di questo supporto. È lì che vedo l’investimento sulla Fondazione: definire, allargare con maggiore forza, la sua attività ma allo stesso tempo dare, pur nell’autonomia della struttura, degli indirizzi molto precisi di aiuto che noi vogliamo avere dall’istituto.

Parla di fenomeno di abbandono in riferimento agli studenti che scelgono di conseguire altrove la laurea magistrale. Quali sono, secondo Lei, le cause? Crede che una di queste possa essere l’offerta formativa che vede l’organizzazione di lauree magistrali che, per contenuto e programmi, si presentano molto simili alle triennali? oppure, secondo Lei, c’è altro?
Relativamente all’offerta formativa dobbiamo fare sempre di più, andare avanti, migliorare, e rispondere ad un bisogno territoriale: la nascita di un corso di studi passa attraverso il rapporto con il territorio, con l’offerta che è una risposta ad una domanda. La ricognizione del bisogno quindi è fondamentale per avere un corso di studi che naturalmente porti lo studente ad avere un proprio spazio nel quale mettere in gioco la propria vita. Da una parte dobbiamo essere capaci di potenziare la qualità dell’offerta formativa, con delle magistrali che siano effettivamente utili, dall’altra dobbiamo garantire la capacità dello studente di costruire le condizioni perché il lavoro e il territorio crescano. Un esempio: da circa un anno e mezzo è cambiata la legge sugli educatori che stabilisce che per fare l’educatore, non nella scuola ma fuori, è necessario essere in possesso della laurea in Scienze dell’educazione. Questo significa che in qualsiasi luogo in cui si parli di educazione nei nidi, dell’anziano, del disabile, tutto quello che porta il termine educativo deve avere un educatore che deve essere in possesso di una laurea triennale in Scienze dell’educazione. Non ho visto crescere cooperative di laureati, gruppi che si costituiscano, ho visto che questa grande novità non ha generato la costruzione di una auto-imprenditorialità, di una capacità di organizzazione. Quindi credo sia importante aiutare i ragazzi a costruire delle opportunità nello stare insieme. Perché lo stare insieme significa essere una forza. Questo è un punto importante che io lego anche alle lauree magistrali: nel percorso in cui i ragazzi studiano vedo un ruolo importante delle associazioni studentesche. Per me le associazioni studentesche sono una grandissima forza perché in esse i ragazzi non si confrontano soltanto, ma esercitano la propria democrazia, le proprie responsabilità, imparano cosa significa essere solidali, essere corresponsabili. Ma io mi aspetto dalle associazioni qualcosa di più: che aiutino i ragazzi a preparare il proprio futuro, che lì nascano delle idee sulle quali costruire, prima ancora di chiudere il percorso universitario, un modo per stare insieme che significhi far crescere il territorio e costruirsi delle opportunità lavorative.

Si parla spesso di didattica della qualità. Quale significato attribuisce a questa espressione?
La didattica è efficace quando l’intenzione professionale del docente, che noi chiamiamo insegnamento, produce nello studente lo straordinario cambiamento che è l’apprendimento. Quando questo non c’è, non possiamo parlare di didattica, possiamo parlare solo di intenzione professionale. L’insegnamento si realizza nell’apprendimento dello studente. Allora la qualità della didattica è data dalla relazione che c’è fra conoscenza e studenti perché molti studenti hanno dei tempi più lenti, hanno bisogno di altre modalità di insegnamento, hanno bisogno di lavorare in forma individuale o in gruppi, hanno bisogno di spazi particolari. La didattica non è un concetto unico, ma è la modalità con la quale si incontra l’insegnamento del docente e l’apprendimento dello studente, allora la qualità è data da come aiutiamo ognuno ad assecondare la propria vocazione, il proprio stile cognitivo. È molto difficile a partire dagli spazi: le aule sono un punto importante, lo spazio non è neutrale all’apprendimento, lo studente che deve preparare un esame si sceglie uno spazio nel quale leggere, si può spostare, se però deve ascoltare una lezione si trova di fronte ad un banco fisso, ad una sedia fissa e tutto questo non è neutrale alla didattica, questa è didattica. Lo spazio, gli oggetti, i sussidi, l’uso delle tecnologie, la possibilità che ci siano dei metodi di insegnamento che favoriscano la personalizzazione ma allo stesso tempo la cooperazione tra studenti, l’uso dei laboratori didattici, tutto questo è qualità della didattica. L’esame è l’esito che vediamo, ma non è indicativo della qualità della didattica, è indicativo della capacità dello studente di allinearsi a quel tipo di insegnamento. Dobbiamo quindi partire dal basso: migliorare gli spazi, i sussidi, le tecnologie, capire che le tecnologie ci aiutano in alcuni casi. Ma nello stesso tempo dobbiamo occuparci in didattica di quelli che hanno maggiori difficoltà, quelli che non frequentano, che hanno diritti come gli altri, e con loro bisogna capire che tipo di aiuto si può dare anche con il tipo di interazione a distanza, coloro che hanno difficoltà a seguire il ritmo d’apprendimento, quindi l’uso della personalizzazione, di una modalità di erogazione della didattica che non sia solo quella tradizionale, un uso più forte dei laboratori didattici come luoghi in cui apprendere attraverso l’esercitazione. Una metodologia che va supportata e che possa cambiare complessivamente l’esperienza formativa. È un processo impegnativo però dobbiamo avviarlo con molto senso della realtà sapendo che la didattica di una disciplina filosofica ha delle esigenze diverse dalla didattica della chimica o fisica, però che entrambe necessitano di modalità che sono indispensabili e vanno sostenute per tutti e non soltanto per quelli che riescono ad allinearsi a quei ritmi.

Cosa pensa della manovra Unisa premia il merito e delle differenziazioni che intercorrono tra gli studenti in corso e quelli fuori corso?
Credo che debba esserci una valutazione profonda su questo argomento. Siamo un’università di tutti, non solo di quelli che hanno la capacità di riuscire nei tempi a sostenere il ritmo degli esami. L’elemento risolutivo non può essere quello che chi riesce a finire gli esami in tempo ha la premialità che prevede di non pagare le tasse, questo può essere un incentivo per chi? per chi è in grado di poterlo fare, ma noi siamo l’università di tutti, dobbiamo pensare a quelli che non sono in grado di mantenere il ritmo e allora secondo me la politica deve prevedere da una parte di incentivare il raggiungimento di alcuni risultati temporali ma nello stesso tempo sostenere gli altri. Il nostro obiettivo strategico sono gli altri, sono quelli che non riescono a tenere il passo con questi tempi, perché l’elemento che dobbiamo evitare è la competizione sui tempi che non è utile e che molto spesso può anche ridurre la qualità della preparazione all’esame. È vero che ci sono delle medie nazionali e dobbiamo aiutare l’ateneo a crescere nella riduzione dei tempi di laurea ma l’università non può avere questo obiettivo, che è un obiettivo di risultato. Se non sosteniamo i ragazzi più in difficoltà l’università comincerà a vedere una separazione tra chi è in grado di correre e  chi invece gradualmente rallenta. E invece no, dobbiamo aiutare tutti: chi è in grado di correre e chi non è in grado di tenere lo stesso ritmo.

L’Unisa possiede una tra le più basse estensioni della no tax area. Secondo Lei è necessario un intervento per garantire maggior copertura della manovra?
Penso che questo sia un altro tema sul quale dobbiamo profondere i nostri sforzi però lo dobbiamo fare in una forma partecipata. La mia idea di governance è quella che, partendo dalla considerazione di una comunità partecipata, non vede la presenza dei delegati, ma di tutte le componenti accademiche: studenti, personale tecnico – amministrativo, ricercatori, associati, ordinari, avere dei gruppi che aiutino il Rettore non ad informare sui problemi ma a condividere delle linee di supporto per la risoluzione degli stessi. Questo problema, così come altri, penso di risolverli  allargando la partecipazione. Tanti problemi non sono visibili a tutti ma ci sono alcune parti accademiche che hanno una sensibilità maggiore. Se i ragazzi riescono a percepire meglio alcune cose perché seguono una propria rete di collegamento, sono in grado di raccontare alcuni disagi e farci arrivare a delle stanze che noi non siamo in grado di vedere, i ragazzi non possono essere coloro che il Rettore incontra o al quale fanno l’istanza. I ragazzi devono camminare assieme al Rettore. E questo vale per tutte le componenti. Il modello che propongo è quello in cui insieme possiamo arrivare alla risoluzione dei problemi con una governance che abbia attorno dei gruppi integrati e che ci siano tante persone per aiutare l’ateneo. Aiuto che non viene garantito attraverso le informazioni, ma definendo le cose da fare e aiutando il Rettore a farle. Questo significa che la squadra del Rettore sarà una squadra che cammina e moltiplica la cultura della partecipazione, dove ci sono gli studenti che imparano cos’è la corresponsabilità, crescono nella responsabilità e questo per me è un modello importante a cui non rinuncio.

Spazi: in che modo secondo Lei sarebbe possibile garantire più spazi per tutti? Ritiene sia solo un problema di carenza quantitativa delle strutture o forse è l’università che non riesce a gestirli bene? Faccio riferimento all’aula verde, di Giurisprudenza, che è sempre chiusa, e alle tante stanze che si trovano tra i vari dipartimenti che sono vuote e di un bando per l’assegnazione degli spazi che premia maggiormente le associazioni che fanno rappresentanza.  Come si può ovviare a tutto questo?
Vorrei con tutte le associazioni studentesche aprire un tavolo, definire stabilmente un forum delle associazioni, affinché tutti abbiano il diritto allo spazio senza far passare questo come un riconoscimento specifico. Per me le associazioni devono diventare i luoghi nei quali i ragazzi possano aiutare l’università a costruire un percorso di cittadinanza responsabile, cioè siano capaci di creare delle iniziative che abbiano un forte impatto socio-culturale ma anche legato alla responsabilità. Se voi eleggete gli studenti nei Consigli di studio sarebbe bene predisporre dei percorsi formativi affinché gli studenti sappiano qual è la funzione che devono svolgere all’interno degli organi dove sono responsabili quanto gli altri. Quando vanno in Senato Accademico devono avere la conoscenza profonda delle decisioni che assumono. Tutto questo va preparato, non è un elemento che si auto-genera, un docente che si candida a guidare un Consiglio di studi fa un percorso per aumentare le sue competenze, per capire quello che deve proporre agli altri, lo stesso deve fare lo studente quando viene eletto negli organismi. Lo spazio non deve essere un elemento di concessione, il tema del bando mi fa fortemente riflettere sul fatto che oggi ancora ci sia la necessità, con il nostro patrimonio di spazi, di non dare a tutti cittadinanza. L’associazionismo è un pezzo della nostra Costituzione, è il diritto delle persone a stare insieme pacificamente costruendo comunità. Dobbiamo anche trovare un equilibrio per cui lo studente abbia delle aule dignitose indipendentemente dal corso di studi, dobbiamo avere una distribuzione degli spazi più equilibrata, ma abbiamo anche bisogno di più spazi.  Mi piacerebbe un aulario dove in qualche modo si può decongestionare il tema delle aule grandi e cerchiamo di evitare che ci siano studenti che non possono usufruire di un’aula, di uno spazio. In riferimento alle aule dobbiamo lavorare di più. Sono convinto che ci dobbiamo riuscire dando a tutte le associazioni degli studenti uno spazio per potersi riunire ma chiedendo alle associazioni di aiutare l’università, vagliando insieme un’azione risolutiva.

Lei parla di tramonto della stagione degli steccati disciplinari, delle ricerche e delle strutture monocolore a favore, invece, di una didattica e ricerca interdisciplinare.  Alla luce della sua esperienza come Direttore di dipartimento, crede che le realtà dipartimentali stiano vivendo un periodo di isolamento? In che modo crede sia possibile provare a creare una nuova sinergia tra i dipartimenti?
Il tema della distribuzione delle risorse e quello della differenza tra l’area scientifica e umanistica rischia di creare sempre di più una competizione tra i Dipartimenti e questo non aiuta il processo di incontro tra i saperi. Questi ultimi si incontrano quando si parla di interdisciplinarietà. I saperi sono le persone che si occupano di quei saperi, devono quindi potersi incontrare. Il rischio dell’isolamento si scongiura attraverso un forte dialogo tra i dipartimenti, soprattutto fra l’area scientifica e umanistica, non su una singola iniziativa, ma attraverso dei gruppi di ateneo, di supporto alle varie azioni che deve svolgere la governance, promuovere attraverso i gruppi di ateneo un collegamento fra i saperi disciplinari. Il tema non è solo l’interdisciplinarietà, possiamo andare oltre, possiamo costruire una transdisciplinarieta: i nostri saperi non sono sufficienti, hanno bisogno di altri saperi e questo è molto importante nel dialogo soprattutto fra area scientifica e umanistica.

Solo da qualche mese è stata introdotta la carriera alias all’interno dell’università e sempre all’interno dell’università è presente un osservatorio per le pari opportunità. Secondo Lei i due organi, CUG e OGEPO, sono sufficientemente presenti all’interno dell’ateneo e sufficientemente visibili dalla comunità studentesca?
Penso che entrambe le strutture abbiano fatto un bel lavoro e che spetti a noi che creare maggiori opportunità affinché il loro lavoro diventi il nostro patrimonio. È importante che si intensifichi l’attività dei due organismi e per questo dobbiamo creare le condizioni che ci siano più momenti nei quali scegliamo di confrontarci su questi temi. Sul tema delle pari opportunità non possiamo fermarci all’elemento dichiarativo, non possiamo dichiarare le pari opportunità, noi le dobbiamo praticare, e per farlo dobbiamo costantemente animare un dibattito che faccia riflettere su atteggiamenti e comportamenti soggettivi e collettivi che non siano un pieno riconoscimento delle pari opportunità. Dobbiamo promuovere un processo culturale che deve moltiplicare le iniziative di questi organismi, renderle iniziative della nostra attività: non periodiche ma che abbiano la loro costanza e che diventino gradualmente la nostra cultura. Il tema va praticato in un livello generazionale e in più mondi: lavoro, professioni, organizzazione degli organismi. Avere la consapevolezza che le pari opportunità non sono un riconoscimento ma sono la nostra Costituzione. È un diritto che è già lì, però dobbiamo aumentare i momenti di confronto nei quali discutere costantemente di questi temi. Quindi credo vadano fortemente incoraggiate le iniziative dei due organismi che sono state portate avanti in questi anni.

Sempre in riferimento al tema dell’inclusione sociale delle parti accademiche, quanto crede ci sia bisogno di incrementare il servizio dello sportello psicologico e dell’ambulatorio medico?
C’è bisogno, c’è bisogno, è un bisogno forte. Il counselling è importante, il servizio deve incontrare sia Fisciano che Baronissi, dobbiamo creare le condizione ché l’ascolto ci sia, sia possibile, quindi avere l’opportunità che tutti i ragazzi possano avere un punto di ascolto. Credo molto nel potenziamento di questa attività però nello stesso tempo credo che molti problemi dei giovani emergano fra giovani, che il docente non sempre sia in grado di riconoscere il problema e non sempre il ragazzo o la ragazza ha la forza di andare al counselling. Allora affianco al potenziamento del counselling, nel lavoro che vorrei fare come Rettore, una governance che coinvolga anche alcuni studenti che mi aiutassero in un sistema di comunicazione dove se abbiamo dei segnali, in questa grande rete che c’è tra i ragazzi, siamo in grado di prevenire dei problemi perché non tutti i ragazzi hanno la forza di andare al counselling ma molto spesso i ragazzi hanno  la forza di confidare un proprio dispiacere, un proprio disagio, una propria difficoltà a un amico e questo deve essere la nostra forza: credo, in questo, in un ruolo centrale dei ragazzi e del loro sistema di comunicazione. Per quanto riguarda l’ambulatorio: la struttura va ripresa e posta al centro della nostra attività futura, discutendone con il Dipartimento di Medicina e con il territorio perché ci sono dei servizi che sono anche di carattere territoriale. Quando noi parliamo di alcuni servizi interni al campus, come un ufficio di polizia o le poste, questi sono servizi per l’università ma sono anche attività dell’istituzione pubblica. Dobbiamo quindi immaginare in che termini aiutare la presenza di questi servizi che sono per una città, come la nostra, qualcosa di importante.

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