#Kimohno: appropriazione culturale?

#Kimohno: appropriazione culturale?

“In che modo potremo mai noi scrittori di fiction chiedere il ‘permesso’ di usare un personaggio  appartenente a un’altra razza o cultura, o utilizzare il gergo di un gruppo a cui non apparteniamo?  Mettiamo su un gazebo all’angolo e avviciniamo i passanti con una cartellina per raccogliere firme che  ci attribuiscano il diritto illimitato a usare un personaggio indonesiano nel Capitolo Dodici, un po’  come fanno i volontari delle campagne elettorali per fare sì che il loro candidato arrivi sulla scheda?”.  Risponde così la scrittrice Lionel Shriver durante Brisabane Writers Festival dell’8 settembre 2016 in  riguardo alla definizione di Susan Scafidi, docente di legge alla Fordham University, del concetto di  “appropriazione culturale”, cioè “l’atto di prendere proprietà intellettuali, sapienze tradizionali,  espressioni culturali o manufatti dalla cultura altrui senza permesso”. Potremmo affermare che  l’appropriazione culturale sia un semplice effetto collaterale della globalizzazione, tra pettinature afro e treccine per affrontare le stagioni estive, un kimono su Shane a 9,90, il sushi ingurgitato la scorsa  settimana. È la libera diffusione culturale, estetica, spirituale di immagini che non appartengono  all’imperante cultura occidentale. Eppure l’uso sfrenato di simboli rappresentativi di culture  alternative ha sempre destato, nelle civiltà “derubate” dalle logiche di marketing, una certa  indignazione, derivante dall’idea che quei gesti, quei capelli, vestiti, utensili, tatuaggi vengano  completamente svuotati dal significato che quel popolo, dopo lotte e sfruttamento, ha attribuito a  quei simboli.  

Dopo i primi venti minuti dell’intervento della Shriver, Yassmin Abdel-Magied, attivista, abbandona la  conferenza rispondendo in un lungo post su Medium con queste parole: “Non è sempre accettabile  che un uomo bianco scriva la storia di una donna nigeriana perché la donna nigeriana vera e propria  non riesce a trovare un editore o a farsi recensire. Non è sempre accettabile che una donna bianca  eterosessuale scriva la storia di un uomo indigeno non eterosessuale, perché quando è stata l’ultima  volta in cui avete sentito un uomo indigeno non eterosessuale raccontare la sua storia? […] Non è  sempre accettabile che la persona che gode del privilegio dell’istruzione e della ricchezza sia nelle  condizioni di scrivere la storia di un giovane indigeno, filtrandone l’esperienza attraverso la loro lente  deformata e deformante, raccontando una storia che probabilmente andrà a rafforzare una  narrazione pre-esistente che serve solo ad approfondire uno svantaggio che questa persona non sarà  mai nelle condizioni di sperimentare…”. In Italia, il dibattito riguardante l’appropriazione culturale si è  aperto soltanto negli ultimi anni in parallelo ai fenomeni di immigrazione, alle realtà appartenenti alle  seconde generazioni attive sul web, agli scandali e alle “disattenzioni” commesse da grandi star della  moda, della musica pop o del makeup. Ma quante ragazze piene di rasta e treccine e baldi giovani con  un tribale sulla schiena vagheranno per le nostre spiagge dopo aver postato su Facebook l’ennesimo  post pro Lega? Quante ragazze indosseranno il kimono comprato su Shane nel verso sbagliato, con le  bacchette del sushi-bar infilate nello chignon?  

Il livello raggiunto dalla star Kim Kardashian, già accusata di cultural appropriation per la copertina di Vogue India, è però inequiparabile. La Kardashian ha infatti lanciato la sua nuova linea di lingerie modellante per tutte le taglie e per tutte le tonalità di pelle. Lei stessa ha denunciato l’assenza sul  mercato, fino a qualche tempo fa, di biancheria intima adatta alla sua colorazione, dedicando la  nuova linea proprio a chi, come lei, ha avvertito l’esclusione da un certo tipo di mercato. La nuova  collezione si chiama “Kimono”. Un rimando all’oriente? Lo stile asiatico è completamente assente dal suo prodotto, si tratta di un semplice gioco di parole tra il suo nome e l’abito giapponese. La risposta  del Sol Levante è del tutto prevedibile: l’attaccamento alle tradizioni della nazione ha generato  indignazione in tutto il Giappone, completamente contro la strumentalizzazione dell’abito  tradizionale usato per una campagna di marketing del tutto distante da quel tipo di abbigliamento. L’hashtag #kimono si trasforma immediatamente in #KimOhNo, spopolando sul web. Nonostante i  buoni propositi di Kim Kardashian, la risposta asiatica non ha tardato a farsi sentire. Già nel 2015, il  museo delle belle arti di Boston fu costretto a cancellare l’esposizione dedicata al kimono dopo  l’accusa di appropriazione culturale da parte di protestanti e attivisti, che hanno definito la mostra  come “un insulto per le nostre identità, esperienze e storie in qualità di asiatico-americani in America” che “colpisce il modo in cui tutta la società continua a rinchiuderci in stereotipi e a ignorare  le nostre voci”.

Può un abito che racchiude in sé lunghissimi rituali, che ha seguito per secoli i ritmi  della natura, armonizzandone i colori con essa, che è diventato il simbolo di una società  estremamente legata alla propria cultura, diventare impropriamente il nome di una linea di lingerie?  Se non è appropriazione culturale, rientra sicuramente in una delle peggiori operazioni di marketing  della nuova generazione influencer.

Maria Vittoria Santoro