Se la storia non fosse scritta dai vincitori, come spesso si suol dire, ma dagli uomini e dalle donne che dalla memoria collettiva sono etichettati come i vinti, forse oggi avremmo una società più consapevole dei conflitti geopolitici del nostro tempo e più solidale verso chi ancora nel mondo non ha smesso di combattere per la libertà.

I palestinesi lo sanno bene. Loro hanno perso tutto a discapito di una storia che racconterà il sionismo come una mobilitazione internazionale che è riuscita in Medio Oriente a trovare “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Il lungo conflitto arabo-israeliano, ormai solo israelo-palestinese, non trova origine in discordie legate alla convivenza tra le due culture, ma nella prevaricazione del nazionalismo ebreo su quello arabo e nel modo con cui Israele ha imposto la sua presenza in Palestina. Fin dagli albori della controversia si è trattato di un conflitto combattuto ad armi non pari. Il periodo in cui si sono verificati i grandi flussi migratori degli ebrei ha coinciso con una fase di crisi e arretramento in cui si è trovata la regione e che ha permesso a molti israeliani di comprare, avendo a disposizione grosse quantità di capitali, diverse porzioni di terra. È il periodo in cui agli ebrei sparsi nel mondo vengono promesse in Palestina agevolazioni economiche a fronte di un popolo palestinese sempre più povero e in crisi che inizia ad incattivirsi nei confronti della parte ebrea, come rilevato nel Libro Bianco del 1939, perché inizia a sentirsi, e teme di esserlo in futuro, etnia di minoranza in una nazione ebraica.

È proprio in questo momento che inizia a solcarsi una linea divisoria tra le due culture che ancora oggi persiste e che impedisce la messa in atto dell’unica soluzione politica e pacifica tra i due paesi, quella della creazione di un unico Stato che al suo interno accolga allo stesso modo palestinesi ed ebrei e che permetta la libera circolazione di persone e cose. Una soluzione difficile perché nel corso di questi settanta anni, Israele ha adottato un’unica strategia: privare i palestinesi dei propri diritti e della propria libertà. Oggi la maggior parte di loro sono relegati ad un fazzoletto di terra che registra il più alto tasso di densità abitativa e che non conosce alcun tipo di autonomia. Gaza, infatti, sebbene sia stata militarmente abbandonata dall’esercito nel 2005, è ancora sotto il controllo di Israele. Lo Stato ebraico sorveglia, oltre lo spazio aereo e marittimo della zona, chiunque intenda entrare o uscire da lì non facendosi alcuno scrupolo, come è ormai noto, ad aprire il fuoco sui civili disarmati che si avvicinano troppo ai confini. La Striscia di Gaza è perennemente sotto assedio e persino le centrali elettriche e idriche che passano di lì dipendono da Israele, che può dunque scegliere arbitrariamente di non far arrivare più sussidi nella zona e di rendere ancora più invivibile quella terra.

È l’apartheid perpetrata dallo Stato di Israele. È la privazione di ogni tipo di libertà e la violazione dei diritti umani che il popolo palestinese sta da troppi anni subendo. Un crimine internazionale che gran parte del mondo sembra non voler vedere. Israele oggi occupa l’80% dell’originaria Palestina. È dunque un fatto che ormai, dopo anni di spargimenti di sangue, sia riuscito ad occupare in modo stabile quelle zone. Nonostante l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) abbia alla fine riconosciuto Israele come Stato sovrano, ancora oggi tanti palestinesi si rifiutano di farlo. Il motivo è piuttosto semplice: riconoscere Israele significa giustificare, legittimare, persino perdonare, tutti i soprusi che hanno subito, equivale a rinunciare per sempre a quello che è stato il loro focolare nazionale e soprattutto accettare di essere sottomessi ad un’organizzazione statale che non riconosce agli arabi neanche i diritti umani.

Se la storia non fosse scritta dai vincitori, ma fosse invece redatta da chi ha costituito la resistenza senza mai arrendersi per la propria libertà, forse oggi vivremmo in una società più sensibile a queste lotte e più consapevole di ciò che succede in Medio Oriente. Se davvero il corso degli eventi fosse raccontato da un altro punto di vista e si potesse generare nelle persone un altro tipo di spirito, forse il bel paese non avrebbe mai deciso di far partire il Giro d’Italia in Gerusalemme, dichiarata patria da Israele, e di ignorare la presenza di un popolo che, pur non arrendendosi mai, è da troppo tempo in lotta per la sua libertà.

Antonella Maiorino