Acque reflue: la difficoltà italiana

Acque reflue: la difficoltà italiana

Tra l’Italia e l’Unione Europea, sul tema ambiente, intercorre da anni una disputa che vede il belpaese condannato al risarcimento di ingenti somme di denaro. L’ultimo atto della Corte di Giustizia risale a Maggio 2018 quando ha prescritto allo Stato italiano il pagamento di 25 milioni di euro.

Il tema è quello delle acque reflue urbane per il cui adeguato trattamento è richiesta la presenza di reti fognarie e depuratori in grado di impedire l’immersione in mare di acque sporche. Nel 1991 l’Unione Europea ha lavorato ad una normativa che imponesse agli Stati membri di provvedere alla costruzione, o messa appunto, di tutti i sistemi di raccoglimento e depurazione col fine di salvaguardare i cittadini e l’ambiente.

La direttiva del 21 maggio 1991 dava come limite temporale, per eseguire tutti gli interventi tecnici idonei al rispetto della normativa, il 31 dicembre 2000 per gli agglomerati urbani con un numero di abitanti equivalente o superiore a 15.000 e il 31 dicembre 2005 per quelli con numero compreso tra 2.000 e 15.000. I paesi europei, secondo la direttiva, devono raccogliere e trattare le acque reflue in insediamenti urbani con una popolazione di almeno 2.000 abitanti, effettuare un trattamento secondario sulle acque reflue raccolte, eseguirne un altro più avanzato in insediamenti urbani con popolazione superiore ai 10.000 abitanti situati in specifiche aree sensibili e verificare che gli impianti di trattamento siano adeguatamente mantenuti in modo da garantire prestazioni sufficienti e in grado di operare in tutte le normali condizioni climatiche.

L’Europa ha bacchettato l’Italia per il mancato rispetto dei tempi e per il poco impegno mostrato sul tema. L’atto della Corte nasce sul mancato adempimento di quanto prescritto dalla sentenza del 19 luglio 2012 dove l’Italia è risultata non in norma per molti agglomerati urbani. Negli anni a seguire la Commissione ha continuato a monitorare i lavori dello Stato chiedendo anche informazioni in merito agli sviluppi e ottenendo risposte non incoraggianti. Già nel 2015 sia l’Europa che l’Italia sapevano che molti paesi non erano ancora in linea con la direttiva e infatti proprio nel 2015 la Commissione ha inviato una lettera di diffida all’Italia per 81 agglomerati urbani, oggetto della sentenza del 2012, ancora difformi dalla disposizione. Nonostante le sollecitazioni, lo scambio di lettere, sei anni dopo la sentenza del 2012 ne è giunta un’altra, nel 2018, a sottolineare nuovamente la carenza del paese italiano nella messa a norma dei sistemi di trattamento delle acque reflue.

Ad oltre un anno dall’ultima sentenza e sette da quella del 2012 l’Italia sta ancora facendo i conti con le proprie difficoltà non riuscendo ancora a garantire a tutti i cittadini un consono trattamento delle acque urbane finendo così per inquinare l’ambiente e mettere a rischio la salute dei cittadini. Tra i tanti paesi che ancora devono far fronte a questo problema, c’è anche Nocera Inferiore, noto per la presenza lì di uno tra i più inquinati fiumi al mondo.