Avremmo dovuto parlare degli Oscar

Avremmo dovuto parlare degli Oscar

Si sarebbe potuto parlare di quanto sia fondamentale che le emozioni passino al vaglio della ragione, di quanto la parola produca cambiamento, di quanto sia fondamentale affinare la capacità di sfruttare l’emotività per opporsi a tutto ciò che è lesivo della dignità altrui.

Si sarebbe potuto parlare di quanto la prevaricazione, anche nella difesa di una categoria discriminata, rappresenti in tutto e per tutto la messa in atto del proprio privilegio e del proprio potere, di violenza e patriarcato.

Si sarebbe potuto parlare di quanto le parole abbiano la capacità di ferire, e del loro essere inopportune al pari di un gesto violento, di quanto la satira sia diventata baluardo di libertà di colpire categorie marginalizzate e non il potere e che no, Ricky Gervais non è una scusa valida per rivendicare il diritto di dire ciò che si vuole.

Si potrebbe parlare di quanto scaricare su un soggetto la colpa di aver rafforzato uno stereotipo sulla comunità a cui appartiene, o di quanto i termini come “ghetto” o “gangsta” siano estremamente razzisti nei confronti di una persona che ha commesso un atto violento.

Si potrebbe parlare di quanto la discussione sui fatti avvenuti agli Accademy sia stato poco intersezionale, e di quanto sia necessario comprendere come il patriarcato possa manifestarsi in maniera diversa in comunità già vittime di marginalizzazione, e di quanto le dinamiche relative alla protezione del genere femminile siano state negli anni rafforzate dalla discriminazione razziale.

Si potrebbe parlare di come sia possibile che Chris Rock, voce narrante e ideatore del documentario “Good Hair”, film sulla cultura del capello afro e sulla cancellazione del riccio da parte dei media, abbia ritenuto corretto scherzare su Jada Pinkett Smith, una donna che ha perso i propri capelli a causa dell’alopecia.

Si potrebbe parlare infine di quanto Jada Pinkett Smith abbia reso pubblico il proprio disagio, di quanto sia stata motivazionale per chi soffre di alopecia, soprattutto donne, e di quanto sia stata capace, attraverso il proprio lavoro, di parlare di donne, femminismo, amore per ogni generazione.

Tutto ciò di cui si potrebbe parlare, a colpi di tweets e storie instagram, è stato sviscerato da migliaia di utenti, pronti e pronte a polarizzare le discussioni, a prendere parti di una o dell’altra fazione, a rendere un possibile momento di confronto un’arena in cui le parti in causa praticano la sopraffazione, dialogano per stereotipi e per sentito dire, silenziando chiunque abbia l’esigenza di approfondire le dinamiche accadute, ma soprattutto dimenticando le protagoniste e i protagonisti della notte degli Oscar 2022, delle persone che su quel palco, mai come quest’anno, hanno rappresentato cambiamenti importanti dopo due anni di pandemia.

Avremmo dovuto parlare di Oscar, di Ariana De Bose, vincitrice della statuetta come miglior attrice non protagonista per West Side Story, e di come abbia portato sul palco il suo essere portoricana e la sua queerness.

Avremmo dovuto parlare di Billie Heilish, che a vent’anni vince un Oscar per la miglior canzone “No time to die” grazie al su stratosferico talento, e di Beyoncé, che ha portato agli accademy una parata di donne cantanti, musiciste e danzatrici ricche di capacità.

Avremmo dovuto parlare di più di Encanto, vincitore della statuetta per miglior film d’animazione, dove la rappresentazione femminile è totale e perfettamente stratificata

Avremmo dovuto parlare della miglior attrice protagonista Jessica Chastain e delle sue parole sulla salute mentale, e di Jane Campion, vincitrice per la terza volta di un Oscar per il Potere del cane, dei costumi di Jenny Beavan che celebrano la diversità e il potere in Crudelia.

Avremmo dovuto parlare di più, e meglio, di CODA, di Troy Kotsur, di narrazioni corrette sulla comunità disabile, senza cliché e pietismo.

Avremmo dovuto celebrare di più, e meglio, la vittoria e a possibilità di rappresentazione su uno dei palchi che più influenzano il nostro immaginario, e forse arrabbiarci un po’ di più perché alla fine “É stata la mano di Dio” ha messo d’accordo tutte e tutti più de “La Grande Bellezza”.

An the Oscar goes to?