Vita da fuorisede in quarantena

Da diversi mesi l’Italia sta vivendo l’emergenza causata dal Covid-19. Quando è iniziata la diffusione del virus gli studenti universitari fuori-sede sono stati al centro dell’attenzione mediatica. Abbiamo visto le immagini di un esodo dalla Lombardia di studenti e lavoratori originari del Sud Italia. Nella nostra realtà dell’Unisa, che conta più di 35.000 studenti, ci sono migliaia di fuori-sede, ed è opportuno fare un resoconto della situazione.

L’Ateneo è stato chiuso il 15 marzo, le attività didattiche erano già sospese da qualche giorno. L’A.DI.S.U.R.C. si è adeguata alla chiusura, consentendo l’accesso alle residenze solo agli assegnatari di alloggio e attuando le norme di sicurezza, in più è stato sospeso l’affitto delle residenze. La fruizione dei pasti è stata assicurata inizialmente solo tramite distributori automatici, poi con la distribuzione del solo pasto alternativo (cestino) presso le residenze. Inoltre il pagamento della III rata delle tasse universitarie è stato prorogato ad agosto. Quando il 10 marzo è stato annunciato il lockdown nazionale, e quindi l’impossibilità di muoversi da un comune all’altro se non per motivi di salute e urgenza, numerosi studenti fuori-sede dell’Unisa avevano fatto già rientro nei propri Comuni di residenza, ma molti altri sono stati costretti per il poco preavviso e per la mancanza di trasporti, o in alcuni casi è stata una scelta volontaria, a restare nei Comuni limitrofi ai Campus, presso le abitazioni private o alle residenze universitarie.

Tramite un sondaggio gestito dall’associazione studentesca Asinu, gli studenti hanno avuto modo di condividere la propria opinione riguardo alla vita, da fuorisede e non, in quarantena. Il supporto dell’A.DI.S.U.R.C. è stato utile a chi già era assegnatario di un alloggio presso le residenze, mentre la tardiva assegnazione delle borse di studio ha avuto ripercussioni in particolare sulle matricole per quanto riguarda la pubblicazione tardiva della graduatoria. Alcuni studenti credono che sia opportuno che l’azienda effettui un rimborso dell’importo trattenuto per il pasto alla mensa, dato che non hanno potuto usufruire del servizio. Una richiesta lecita visto che le prime borse di studio sono state erogate due mesi prima del lockdown mentre le restanti ad aprile, e fino a settembre non riprenderanno le attività didattiche. Ma gli studenti che alloggiano presso case private non hanno avuto lo stesso trattamento di chi alloggia alle residenze con la sospensione dell’affitto. Molti proprietari di casa, fatta eccezione per pochi che hanno ridotto la quota per uno o più mesi, non hanno fatto sconti ai fuori-sede locatari che hanno dovuto continuare a pagare la quota di affitto e delle utenze, anche nei casi in cui questi hanno fatto rientro a casa loro. Ma l’intenzione non è condannare i locatori: gli studenti data la situazione di crisi e le difficoltà economiche che ne derivano ritengono che sia giusto ricevere un aiuto dall’A.DI.S.U.R.C., con un sostegno economico che li aiuti a coprire le spese, anche in considerazione del fatto che fra questi ci sono assegnatari di borsa di studio da fuori-sede, e tanti che in mancanza di un contratto d’affitto non hanno potuto accedere alla borsa.

L’emergenza sanitaria ha fatto emergere ancora una volta dei problemi che sono una costante nella vita degli studenti fuorisede: la mala gestione delle residenze e della mensa; la mancata tutela sia degli studenti che non ottengono un alloggio alle residenze e non hanno un contratto di affitto, sia degli studenti che non rientrano nei criteri per una borsa di studio; la mancanza di servizi a disposizione di tutti i fuori-sede, fra i quali spicca la mancanza di un trasporto pubblico locale adeguato.

Martina Bianchi

Articolo tratto dal bollettino informativo “Prova da sforzo“. 

 

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