La Costituzione secondo Putin

Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, in carica dal 2012 ha deciso di rivoluzionare la Costituzione e nell’impresa ha trovato l’appoggio della maggior parte dei cittadini russi. Il 1 luglio si sono concluse ufficialmente le procedure di voto, spalmate in sette giorni, per la conferma o il respingimento degli emendamenti alla Costituzione avanzati lo scorso gennaio da Vladimir Putin, in occasione del tradizionale discorso alla nazione di inizio anno. La riforma ha incontrato il favore del 77,92% dei votanti, a fronte del 21,27% che ha espresso un voto contrario su un’affluenza del 65%. Perno principale del referendum, che chiedeva ai cittadini di esprimersi attraverso un singolo voto su 206 emendamenti, è l’azzeramento dei mandati di Putin tramite la clausola Tereshkova (clausola del “meccanico”), dando così a quest’ultimo l’occasione di rimanere in carica fino al 2036.  

Per incentivare i russi a recarsi a votare, il comune di Mosca ha lanciato un programma di “premi” con due milioni di voucher da regalare agli elettori per l’acquisto di beni e servizi fino alla fine del 2020, sponsorizzandola come un’iniziativa per “stimolare i consumi”. Stessa cosa è accaduta in altre regioni, dove i governatori locali hanno messo in palio auto o sconti al ristorante. L’oppositore Aleksei Navalny ha invitato al boicottaggio del voto e diversi osservatori indipendenti hanno denunciato violazioni liquidate dal Cremlino come “fake news”. Si sono verificate anche diverse proteste, con relativi fermi da parte della polizia. In una di queste, circa 400 persone si sono radunate in piazza Pushkin, a Mosca, urlando “Un, due, tre, Putin vattene!”. Sulla Piazza Rossa, invece, la polizia ha portato via otto attivisti che si erano sdraiati sul selciato per disegnare coi propri corpi la cifra “2036“: l’anno fino al quale Putin potrebbe rimanere al Cremlino.

La riforma, che è stata inizialmente presentata come un modo per ridistribuire i poteri rafforzando il Parlamento, in realtà dà maggiore potere alla figura del presidente. Il capo di Stato potrà infatti “dirigere il lavoro generale del governo”, che diventerà così un mero esecutore della volontà di quest’ultimo. Inoltre, il presidente continuerà a nominare il premier, ma se la Duma (la camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa) rifiuterà per tre volte consecutive di affidare la carica alla persona scelta dal presidente, quest’ultimo potrà imporsi senza dover indire nuove elezioni parlamentari e quindi investire il candidato prescelto del ruolo di Premier. A rafforzarsi tramite la riforma è il controllo da parte del Presidente sull’organo esecutivo poiché i Ministri risponderanno personalmente al Capo dello Stato. Quest’ultimo, potrà anche sollevare dai loro incarichi i giudici della Corte Costituzionale e della Corte Suprema. Infine, il Cremlino si è preparato un asso nella manica da giocare contro le sentenze scomode dei tribunali internazionali – compresa la Corte europea dei diritti dell’Uomo – prevedendo che il diritto internazionale non si applichi nel caso in cui la Corte Costituzionale lo reputi in contrasto con la legge russa. Si rafforza anche il Consiglio di Stato, che potrà indicare “la direzione della politica interna e di quella estera e le priorità socio-economiche”.

Tra gli emendamenti previsti dalla riforma vi sono anche quelli con l’impronta dei principi conservatori che Putin ha sempre difeso durante la sua attività politica. Nella legge dello Stato, il matrimonio sarà definito dalla Costituzione come “un’unione tra un uomo e una donna”, decretando così in modo definitivo il divieto alle celebrazioni tra persone dello stesso sesso. Difatti, prima del referendum, la Russia aveva diffuso uno spot contro le adozioni gay, accompagnato da una domanda che con tono retorico chiedeva “È questa la Russia che volete?”, invitando così i cittadini a scegliere con “buon senso” il futuro del Paese, votando a favore degli emendamenti previsti dalla riforma costituzionale. Nella Costituzione inoltre si menziona “la fede in Dio”, accontentando la Chiesa ortodossa russa, potente alleata del Cremlino. Un altro emendamento proibisce di cedere parti del territorio nazionale, escludendo così che Mosca possa restituire all’Ucraina la Crimea, che la Russia si è annessa nel 2014 con un’invasione militare e un controverso referendum. E per preservare “la verità storica” sulla seconda guerra mondiale o, per meglio dire, la storia vista dal Cremlino poiché non si potrà sminuire il contributo dell’Urss nella lotta contro il nazismo.

Quella espressa in questi righe non è altro che la rappresentazione di come la democrazia nello stato russo sia stata più volte calpestata durante questi anni fino al culmine. Arrivando così ad approvare una dittatura mascherata sotto il nome di riforma costituzionale. Rafforzare il potere del Presidente è l’obiettivo principale che ha da sempre accompagnato la politica di Vladimir Putin. Privare i cittadini della libertà di espressione, avere potere decisionale su tutto ciò che la Russia compirà da oggi in poi, è la vittoria che l’attuale Capo del Governo ha tanto agognato. L’elemento più preoccupante è che stavolta il 77,92% dei cittadini russi, consapevoli o no, ha detto sì.


Annaclaudia D’Errico