Pride: la forza dell’autodeterminazione

Pride: la forza dell’autodeterminazione

Il termine “Pride” letteralmente significa “orgoglio” ed è proprio su questo che si basa la cultura delle parate. Siamo nel 1969 ed è un caldo sabato di giugno quando la polizia, durante quello che sembra essere l’ennesimo raid, sfonda le porte del bar Stonewall Inn – situato in un quartiere (Lower Manhattan) di New York – di proprietà di Christopher Street. Il luogo era quotidianamente frequentato da persone appartenenti alla comunità LGBTQI+ e, per questo motivo, preso di mira dalle forze dell’ordine che con i più futili motivi facevano frequentemente irruzione. Quel 28 giugno la comunità LGBTQI+ scelse di non abbassare la testa, stanca per averlo fatto fin troppe volte. Protestarono chiedendo maggiore rispetto e così si diede il via ai primi disordini violenti. “Dillo in modo chiaro, e urlalo. Essere gay è giusto, essere gay è motivo d’orgoglio”, divenne lo slogan delle contestazioni per gli arresti effettuati e i soprusi subiti quella notte durante i moti di Stonewall. Da quel momento in poi, ogni anno l’ultimo sabato di giugno vengono organizzate numerose manifestazioni in tutto il mondo per rivendicare diritti di uguaglianza e accettazione sociale oltre che di se stessi.

La prima parata fu organizzata nel 1970 a Chicago dall’associazione Chicago Gay Liberation e in altre due città della California (Los Angeles e San Francisco). “Christopher Street West” e “Christopher Street Liberation Day” furono i soprannomi dati agli eventi per ottenere il permesso ad organizzare le marce dalla polizia. Solo nel 1972, però, le parate pride riuscirono ad approdare oltre gli Stati Uniti e ciò accade quando fu organizzato a Londra il primo gay pride, celebrato il 1° luglio. Durante quell’anno si tenne anche la prima manifestazione in Italia, il 5 aprile a Sanremo, per protesta contro il “Congresso internazionale sulle devianze sessuali” organizzato dal Centro italiano di sessuologia, di ispirazione cattolica.

L’11 giugno 2011, il 18º EuroPride fu organizzato a Roma e l’evento coinvolse circa un milione di persone con la partecipazione di Lady Gaga, che tenne un discorso a sostegno del movimento LGBTQI+ dal palco della manifestazione al Circo Massimo. Negli anni, nonostante le repressioni di forze politiche, gli eventi pride hanno coinvolto pressoché tutti i paesi e le città del mondo. Tutti luoghi in cui, più di una volta, la bandiera arcobaleno – creata dall’artista e attivista Gilbert Baker nel 1978 – ha avuto modo di battersi.

Occasione che in Russia non sarà mai forse concessa. Infatti, i pride sono vietati dalle autorità cittadine di Mosca e San Pietroburgo a causa della forte opposizione da parte dei leader politici e religiosi: il sindaco di Mosca Jurij Lužkov ha definito la proposta di un pride cittadino come “satanica”. Nel giugno 2012, i tribunali di Mosca hanno stabilito per i successivi cento anni il divieto di svolgimento di parate del pride nonostante i numerosi tentativi di organizzazione sfociati anche in episodi di violenza da parte delle autorità.

Durante il 2020, in Italia le manifestazioni Pride sono state cancellate a causa delle restrizioni imposte per fronteggiare lo scoppio della pandemia. Quest’anno, con se possibile una volontà ancora maggiore, le parate sono state nuovamente organizzate e si svolgeranno nelle principali città italiane.  

I dati su quanto il mondo LGBTQI+ sia bersaglio di parole e azioni discriminatorie ce li fornisce Gay Help Line, contact center nazionale contro omofobia e transfobia. Ogni giorno riceve più di 50 contatti, ossia più di 20.000 l’anno. Il 60% di chi scrive/chiama ha un’età compresa tra i 13 e i 27 anni. Almeno un giovane su due ha avuto problemi in famiglia in seguito al suo coming out. Il 17% dei ragazzi maggiorenni ha perso il sostegno economico della famiglia dopo aver fatto coming out, sono stati abbandonati e messi in strada. Il 30% degli studenti che ha contattato la rete ha detto di aver subito episodi di cyberbullismo e hate speech online.

Quello che una grossa fetta di popolazione non vuole sentirsi dire è che le persone gay, lesbiche, trans, queer, in questo paese, sono soggette a violenze verbali e fisiche. Non parliamo di sporadici episodi (e anche se fosse, non sarebbe meno grave) ma di frequenti e reiterati tentativi di sopprimere l’espressione identitaria e sessuale di una altrettante grossa fetta di società. Nessun caso isolato, piuttosto il frutto di pregiudizi che molte volte vengono assecondati anziché contrastati.

Il ddl Zan si pone proprio questo obiettivo: punire le violenze e prevenirle. Ed è proprio sulla prevenzione, ossia l’attenzione sul tema da parte delle scuole, che il ddl Zan sta venendo criticato e bloccato. Ed è proprio questo che ci fa posizionare al 35° posto, secondo Ilga Europe, per politiche a tutela dei diritti umani e dell’uguaglianza delle persone LGBTQI+.

Sul tema l’Italia appare divisa in due. Da una parte chi esiste e vuole esistere pienamente, venendo rispettata e senza subire discriminazioni, occhiatacce o pregiudizi. Dall’altra chi dice di accettarlo ma vuole imporre dei paletti (che altro non sono che un goffo tentativo di celare pregiudizi). “I bambini hanno bisogno di una mamma e di un papà”, “Il genere lo sceglie la natura”, “basta dire che ci si sente donna/uomo”. Sono frasi stereotipate che banalizzano e semplificano eccessivamente i temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Soprattutto non fanno che delegittimare le rivendicazioni della comunità LGBTQI+, contribuendo a nutrire verso di loro un approccio sospettoso e minatorio.

Non ci si rende conto di quanto le parole possano essere in grado di ispirare azioni e comportamenti. Offendere pubblicamente, come molte volte è accaduto, gli omosessuali, i trans e chi non si riconosce nel binarismo, non fa che intensificare il clima di non accettazione di cui è già pervaso il paese. I giornali ci raccontano con frequenza che due lesbiche sono state picchiate, che due omosessuali sono stati pedinati, che una giovane che ha fatto coming out in famiglia è stata cacciata di casa, che il padre di una ragazza è stato violento, che un giovane adulto si è sentito prendere in giro da dei ragazzini ed è tornato a casa piangendo. Tutto ciò è violenza. Genera paura, ansia, terrore nei confronti di chiunque appartenga alla comunità LGBTQI+. Non sono solo parole, modi di pensare, libertà di espressione. Sono strumenti di attacco. E venire attaccati per ciò che si è, è qualcosa di intollerabile. Che lede il diritto all’autodeterminazione della propria persona e alla possibilità di essere felici e orgogliosi di ciò che si è.

Per questo, da questa esigenza qui, nasce il Pride. Una manifestazione di libertà e di autenticità. In attesa di un mondo in cui non ci sia più paura di esprimere se stessi e l’amore che si prova.

Annaclaudia D’Errico