Le Magnifiche Elezioni: intervista al candidato Mario Capunzo

Il professore Mario Capunzo nei suoi anni di lavoro all’interno dell’università di Salerno ha ricoperto diversi ruoli istituzionali. È stato Preside della facoltà di Scienze della Formazione per l’anno accademico 2011/12. Successivamente, dal 2013 al 2018, ha ricoperto la carica di Direttore del dipartimento di Medicina e dal 2018 è membro del Senato Accademico. Attualmente concorre alla carica di Rettore per il sessennio 2019/25. Lo abbiamo incontrato per approfondire i punti presenti nel suo programma.

Nella premessa del suo programma, per quanto riguarda la valutazione della qualità della didattica e della ricerca, Lei menziona un “algoritmo universale” a cui si dovrebbe evitare di fare ricorso. Ci potrebbe fornire più dettagli a riguardo? Qual è l’errore a cui si è maggiormente soggetti nell’utilizzo di questo modello?
Recentemente sono stato a Roma per incontrare il ministro dell’università Bossetti. Ho voluto verificare con lui la possibilità di modificare, almeno in parte, la legge 240/2010 che è quella che ha introdotto il sistema della valutazione. Posso dire di aver trovato ampia disponibilità da parte del ministro anche vista l’esigenza di applicare dei cambiamenti. Istituendo i punti organici sulla base di un algoritmo universale le università mettevano insieme aree diversi, come quelle giuridiche e matematiche, facendo valutazioni come se si fosse trattato più o meno della stessa cosa. Ovviamente questo in qualche modo ha premiato alcuni ed ha danneggiato altri. La mia idea è quella di considerare al meglio il valore di ogni singola area, soprattutto di quelle che in questi anni sono state in un certo senso penalizzate. 

Nel suo programma, in tema del rispetto delle persone, Lei propone l’inserimento di una clausola di salvaguardia dei livelli occupazionali e salariali nei bandi per gli appalti e i servizi d’Ateneo. Il punto è un riferimento alle addette alle pulizie dell’Università di Salerno? Qual è la sua opinione in merito alle esternalizzazioni dei servizi? 
È certamente un riferimento alla questione delle addette alle pulizie. In genere quando ci sono gli appalti esterni, la ditta che vince si prende in carica il personale interno. La mia idea è quella di fare in modo che la ditta se ne faccia carico alle stesse condizioni economiche stabilite da quella precedente, senza rischiare una diminuzione dei salari. Secondo me, bisogna cercare di tutelare il lavoro e la dignità delle persone che devono avere una remunerazione stabile che non cambi dalla sera alla mattina. L’esternalizzazione dei servizi è diventata un’esigenza, anche perché consente la possibilità di valutare se il lavoro venga o meno retribuito bene e, in caso negativo, di rescindere il contratto. 

Lei propone, sempre per quanto riguarda il tema del rispetto delle persone, di abbattere quella sorta di filtro che in molti casi si evidenza e che permette il colloquio con il Rettore solo a determinate persone. Come intende evitare la subordinazione gerarchica che si è sviluppata in questi anni?Ovviamente non dico che il Rettore debba incontrare tutti anche per motivi banali, questo sarebbe improbabile soprattutto per esigenze di tempo. Semplicemente, laddove ci siano motivate esigenze il Rettore deve incontrare le persone perché è una forma di rispetto nei confronti di quest’ultime. A maggior ragione poi se, come è avvenuto, vengono ricevute solo le persone amiche o considerate simpatiche. Secondo me, nei rapporti istituzionali non esiste sesso, simpatia, antipatia, amicizie e inimicizia. Esistono solo persone che si incontrano a livello istituzionale. La subordinazione gerarchica non è un elemento negativo. Il rapporto di subordinazione deve esistere e può esistere soltanto non deve implicare il mancato rispetto. 

Nell’approccio alle aree disciplinari e nel rispetto di queste ultime, Lei menziona aree in cui si evidenzia una sorta di delegittimazione. Nello specifico, a quale aree fa riferimento e quali potrebbe essere, vista anche la sua esperienza, i motivi di questa carenza?
Indubbiamente ci sono delle aree che sono più attrattive da tanti punti di vista, compreso quello economico. Per esempio, nel Dipartimento di Medicina vi è un rapporto di circa 1 a 10 tra il numero di persone che chiedono di entrare e quelle che effettivamente ci riescono. Ci sono altre lauree che attraggono meno, come quelle in storia o filosofia. Ciò non toglie che tutte le discipline debbano avere pari dignità, perché l’interesse degli studenti verso un determinato ambito non deve permettere la delegittimazione di altri. I motivi possono essere tanti. Ritornando all’esempio di prima, chi sceglie di laurearsi in medicina indubbiamente lo fa per passione, ma c’è sicuramente un discorso di tipo razionale, come la certezza di non diventare disoccupato. Una sicurezza che non possiede chi sceglie altri ambiti, perché potrebbe soffrire di un periodo di scarsa attività. E’ normale tutto questo, però ci sono persone che amano quelle discipline e quest’ultime vanno tutelate. 

Sempre nel rispetto delle aree disciplinari, Lei propone la creazione di un fondo di perequazione per finanziare le discipline che hanno minori possibilità di accedere a canali di finanziamento esterni. Come intende mettere in atto questa manovra?
Nella mia idea di università, i saperi hanno pari dignità. Siccome esistono dei settori che sono più o meno attrattivi economicamente un fondo di perequazione dovrebbe aiutare  l’Ateneo nel garantire a tutti la possibilità di svolgere al meglio la propria attività. La manovra dovrebbe essere messe in atto in questo modo: una piccola parte dei soldi che entrano in università grazie alle strutture e al personale presenti, deve andare in questo fondo destinato a chi ne ha bisogno. Ovviamente, chi ne vuole usufruire dovrà presentare una richiesta motivata a cui si cercherà di rispondere. Questo fondo, però, non dovrà essere usato come una sorta di assistenzialismo, ma solo come punto di partenza affinché chi ne fa uso diventi successivamente in grado di trovarsi le risorse in modo autonomo. 

Nel suo programma, Lei propone la creazione di Poli per contrastare la divisione in Dipartimenti causata dalla legge 240/2010. Quali sono, secondo Lei, le difficoltà riscontrate con la divisione in Dipartimenti?
In precedenza, già esistevano i dipartimenti, ma le funzioni didattiche erano presenti nelle facoltà che fungevano da collante. Oggi, invece, le strutture sono separate. Io credo che bisogni applicare una strategia di aggregazione sia per quanto riguarda le persone che le discipline. Da qui l’idea di istituire dei Poli con a capo quattro professori, in modo da creare delle sinergie per fare le cose insieme.

All’interno del programma, per garantire un migliore diritto allo studio agli studenti, Lei propone la revisione della politica “Unisa Premia il Merito”. Qual è la sua opinione riguardo questa manovra? E cosa andrebbe, secondo Lei, revisionato nello specifico? Qual è il significato che Lei attribuisce al termine “merito”?
La mia opinione sulla politica di “Unisa premio in merito” è positiva. La mia idea sulla revisione della manovra è quella di non restituire le tasse agli studenti che superano tutti gli esami indipendentemente dai risultati ottenuti. Ovviamente, non pretendo che tutti abbiamo il massimo di voti, ma credo che bisognerebbe stabilire un punteggio minimo da raggiungere per quanto riguarda la media. Inoltre, vorrei cercare, attraverso sia le risorse dell’ateneo che quelle esterne, di coprire a 360° quelle che sono le esigenze degli studenti meritevoli che non hanno possibilità economiche. Per me lo studente meritevole è colui che studia intensamente e ottiene determinati risultati.

Parallelamente alla manovra di “Unisa premia il merito” l’università di Salerno ha introdotto un incremento dei contributi a sfavore dei fuori corso. Qual è la sua opinione in merito?
Il problema dei fuori corso va affrontato attraverso interventi che dovrebbero essere fatti duranti gli anni. Si diventa fuori corso perché uno comincia a non superare tutti gli esami del primo anno, poi quelli del secondo e del terzo. Bisogna partire direttamente dal punto di partenza, cioè dal primo anno. Se ci si rende conto che per quanto riguarda una o più discipline gli studenti non superano gli esami bisogna cercare di capirne il motivo. E, di conseguenza, mettere in atto fin dall’inizio dei correttivi, come corsi di recupero, tutorato. Senza aspettare che quei studenti diventino fuori corso. 

C’è una parte della comunità studentesca che richiede l’ampliamento della No Tax Area, dato che l’università di Salerno ha un’estensione piuttosto bassa. Qual è la sua opinione a riguardo?
Io penso che si possa ampliare, ma non mi sembra proprio il problema dei problemi. 

Lei propone, come risposta alle nuove regole di allocazione delle risorse degli Atenei, un piano operativo su diversi livelli: individuazione delle criticità, garanzia della formazione di nicchia identificando le aree che non possono essere abbandonate, valorizzazione dell’apporto dei ricercatori all’attività didattica. Secondo Lei, tutto questo è sufficiente per colmare il gap tra le risorse che l’università dovrebbe ricevere e quello che è effettivamente ottiene?
Assolutamente no. Tutte queste cose, alla fine, lasciano il tempo che trovano. Sono necessarie delle modifiche di legge che consentano ai giovani di trovare un lavoro stabile e a coloro che già lavorano all’interno dell’università di poter legittimamente aspirare ad una carriera. Far crescere l’università del sud, fare in modo che le risorse non vadano più al nord, ma arrivino anche da noi. 

Nel suo programma, per quanto riguarda il Dipartimento di Medicina e Chirurgia, propone la progettazione di uno o più padiglioni da dedicare esclusivamente all’Università per la formazione tirocinante degli studenti di medicina. Secondo Lei, questi padiglione andrebbero situati nei pressi dell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona oppure nelle vicinanze del Dipartimento? Come saranno strutturati questi padiglioni? Quale sarà la loro funzionalità?
Rispetto al Dipartimento di Medicina pongo due problemi: uno è che il nostro dipartimento ha numeri troppo bassi rispetto a quella che è la media nazionale, quindi deve crescere dal punto di vista dei docenti anche perché se questo non avviene l’offerta formativa rimane limitata. Il secondo problema riguarda l’assistenza sanitaria e ospedaliera che è fondamentale affinché gli studenti imparino a svolgere la professione. Penso che invece di concentrarsi sulla costruzione del nuovo Ruggi, bisogni cercare di progettare una struttura,  anche monoblocco situata nei pressi dell’ospedale oppure vicina al dipartimento, esclusivamente dedicata alla medicina pratica. La loro funzionalità sarà l’assistenza, cioè la possibilità che gli studenti osservino in modo diretto il mestiere che andranno a svolgere in futuro. 

Tra le condizioni necessarie per rafforzare il rapporto dell’Ateneo con la società e il territorio, vi è “garantire una presenza dell’università sul territorio con condivisione delle problematiche della riqualificazione urbana”. Come intende, nello specifico, garantire la presenza dell’università sul territorio?
Bisogna creare un piano urbanistico in modo tale che il Campus non resti una realtà isolata così come è oggi, cercando di rendere vivibile la zona anche qualitativamente. Io immagino che si possano sviluppare abitazioni, strutture commerciali, un centro congresso con anche la possibilità di organizzare mostre e spettacoli. In modo tale che giovani futuri lavoratori presso l’università di Salerno, possano decidere liberamente di vivere vicino all’ateneo senza avere problemi, anche con i trasporti. Ovviamente va fatto un progetto serio che poi, nel futuro, si realizzerà però se non iniziamo oggi rischiamo di rimanere sempre al punto di partenza. Fare in modo che il campus sia una città nella città, non una cittadella universitaria nel quasi deserto come oggi.

Nel suo programma, propone l’idea di creare una rete tra gli Atenei per realizzare il “Sud della Ricerca” con un approccio sia
top down, in cui i modelli innovativi siano determinati a livello del governo centrale che bottom up, per attivare un nuovo rapporto tra istituzioni e ricercatori. Quale contributo potrebbero apportare all’università di Salerno questi approcci?
Credo che mettendo insieme le università del sud si possa far crescere la qualità della formazione e anche quella territoriale. Le università dovrebbero fare da volano rispetto alla crescita del territorio. Ci sono almeno due realtà già presenti in Italia: una è stata fatta con l’Expo di Milano che prende 150 milioni di euro all’anno e fa lavorare 3-4mila persone. Una seconda, invece, è presente a Genova dal ‘93-’94 che prende 100 milioni di euro all’anno e che fa lavorare circa 1400 persone. E’ chiaro che se riusciamo a fare delle cose del genere anche al sud significa poi creare un indotto di persone e portare vantaggi innanzitutto nel territorio. 

Secondo Lei, la legge 240/2010, tra qualche anno, determinerà l’impossibilità a portare avanti le attività formative e di ricerca istituzionalmente legate al mondo universitario. Quali sono i motivi che l’hanno portata a questa conclusione? Quali problemi, secondo Lei, ha causato l’istituzione della legge? In che modo, secondo Lei, quest’ultima andrebbe rivista?
Il problema principale riguarda l’ingresso stabile dei giovani, perché per me il lavoro precario non deve esistere se non per pochi anni. Se consideriamo che tanti di noi che hanno cominciato l’università facendo gli assistenti o i ricercatori a tempo indeterminato o anche i tecnici laureati, sono poi diventati professori associati per anni e anni, è facile rendersi conto che in realtà manca un tassello fondamentale che è quello dell’ingresso stabile. I giovani bravi che però non hanno ancora il livello adatto per essere professori associati. La legge andrebbe rivista rimettendo i ricercatori a tempo indeterminato, stabilendo una terza fascia docente in modo tale che chi deve entrare nell’università come ricercatore certamente deve essere preparato, ma non già a livello di un professore associato, pienamente maturo. 

È stato attivato all’interno dell’Ateneo di Salerno il doppio libretto “Alias”. Secondo Lei, quanto c’è ancora da fare affinché nessuno studente si senta escluso dalla comunità accademica?
Allora io ho un programma che è abbastanza chiaro e si basa su cose concrete che secondo me si devono necessariamente fare per poter andare avanti. Per me l’importanza sta nelle cose che ho detto: rispettare le persone, le aree disciplinari, aggregare i saperi, promuovere il personale tecnico – amministrativo con assunzioni e poi altro come mettere insieme le università, far crescere la ricerca e la formazione e modificare la legge 240. Non mi sono proprio soffermato su alcune cose perché penso che uno debba avere un’idea progettuale di tipo generale. Poi diciamo che quell’aspetto o quell’altro aspetto per me contano poco. Per cui non è che ho toccato tutti i punti possibili e immaginabili, io ho detto che secondo me per portare avanti l’università, per migliorare bisogna fare determinate azioni. Se non si fanno queste è inutile che parliamo. È come se uno vivesse in un palazzo pericolante e si preoccupasse di che colore dipingere le pareti. Ma di che parliamo se qui all’improvviso dalla sera alla mattina il palazzo crolla? Allora per me il problema è che bisogna mettere in sicurezza alcune cose. 

Sempre per quanto riguarda il concetto di esclusione dalla comunità accademica. Secondo Lei l’università si interessa sufficientemente allo stato d’animo dello studente o potrebbe fare di più? Lei cosa farebbe di più?
Il disagio giovanile è un problema molto serio della nostra società. La chiave è la prevenzione, cioè bisogna cercare di capire se le cause di questo disagio siano esterne o interne all’università. Perché se le cause sono interne, come particolari corsi o professori di un certo tipo, bisogna cercare di intervenire su quegli aspetti. Innanzitutto, penso che vada fatta un’analisi attraverso dei questionari. Se, ad esempio, ci sono tanti studenti che vanno in crisi perché non riescono a superare l’esame di “igiene”, bisogna capirne i motivi. Nel caso in cui la causa risulti esterna, cioè un problema economico, familiare o di altro tipo, allora è chiaro che il supporto psicologico può servire e deve essere potenziato. 

In questi anni, si è spesso parlato di come l’Ateneo di Salerno abbiamo occupato un ruolo primario all’interno delle classifiche. C’è, però, una grande fetta di comunità accademica che ritiene il Rakings e i criteri adottati per stilare le classifiche insufficiente per valutare in modo adeguato le strutture accademiche. Che opinione ha Lei al riguardo?
In questi anni abbiamo fatto tutti quanti una guerra tra poveri. Le risorse erano poche, minime e per cercare di averne di più bisognava migliorare certi aspetti in modo da scalare le classifiche. Questa indubbiamente è stata un’azione utile e positiva, però secondo me ciò non vuol dire che siamo un’isola felice. Soprattutto per le future generazioni che non hanno in questo momento le opportunità che abbiamo avuto noi tanti anni fa e vorrei fare in modo che questo cambi perché ci sono tanti giovani bravi, seri, preparati che pur avendone pienamente diritto non riescono a trovare uno scopo e, come conseguenza, si demotivano con il passare del tempo. La mia opinione generale su i parametri applicati è positiva, però io non credo molto alle classifiche. Non è che il rankings risolve tutto, possiamo anche essere i primi al mondo però poi abbiamo i giovani che non trovano lavoro, gli altri che non riescono a fare l’avanzamento di carriera, gli studenti che non stanno bene. Questi sono aspetti, secondo me, molto più rilevanti. 

I trasporti sono un tema chiave all’interno del Campus. Secondo Lei, qual è lo status attuale di questi servizi? Cosa farebbe per migliorarli?  
Indubbiamente l’università può cercare attraverso gli enti di stimolare un ampliamento dei trasporti. So che si sta progettando una linea ferroviaria che colleghi Salerno al Campus. Una buona idea sarebbe quella di costruire dei servizi di metropolitane che coprano distanze anche di 50/60 km, come quelle già esistenti in alcune città europee. Questo, però, non dipende da noi che possiamo solo limitarci a far pressioni affinché la politica sui trasporti venga migliorata. La Regione e coloro che gestiscono i trasporti devono investire di più, in modo da ottenere più mezzi e ampliare le corse. 

Lei ha intenzione di aumentare anche gli spazi universitari e la loro fruibilità?
Assolutamente sì. Si possono aumentare gli spazi in corrispondenza alle esigenze e al numero degli studenti. Sicuramente si può effettuare anche un ampliamento degli orari, come è già accaduto a Medicina. Ricordo che fino a quando ho ricoperto il ruole di Direttore di Dipartimento, il bar era aperto fino alla 20. Questo potrebbe essere applicato anche ad altri settori. Gli studenti si trovano a loro agio nelle strutture universitarie e questa è certamente una cosa positiva. Sicuramente questi due aspetti gioverebbe, di conseguenza, anche ai fuori sede. 

Nel suo programma, Lei intende ampliare i servizi a costo zero o minimo per: musei, teatri, mostre, eventi sportivi. Quanto crede sia importante coltivare la cultura anche al di fuori del proprio percorso di studio?
La mia idea è quella di creare una card unisa che consenta agli studenti di andare al cinema, al teatro, alle mostre. Siamo una comunità di 40-50 mila persone quindi possiamo ottenere delle agevolazione affinché la formazione degli studenti non sia solo di un tipo specifico, ma anche culturale. Dobbiamo fare in modo che gli studenti escano dall’università di Salerno con un bagaglio culturale ricco così come avviene anche in altre università. Per me è molto importante coltivare la cultura anche al di fuori del proprio percorso accademico, perché questo significa stimolare la curiosità delle persone e rendere accessibili a tutti determinate esperienze. 

Quanto crede sia importante il dialogo tra Rettore e studenti? Pensa che questo sia venuto meno duranti questi anni?
Il dialogo con gli studenti per me è un aspetto fondamentale. In 27 anni di carriera all’interno dell’università di Salerno, la mia porta è sempre stata aperta. Questo non è cambiato quando sono diventato ordinario, preside e direttore di dipartimento. Ho sempre dialogato con le persone, perché per me significa semplicemente essere al servizio della comunità e nient’altro. Non saprei dirle se il dialogo tra Rettore e studenti sia venuto meno durante questi anni, credo e spero di no. 

Annaclaudia D’Errico

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