L’aborto in America: tra legalità e reato

Mancano poco meno di cinque mesi alla fine dell’anno, ma già le donne possono fare un bilancio di come sono stati trattati i loro diritti durante il 2019 in America. Nell’arco di sette mesi, alcuni stati membri hanno approvato leggi contro l’aborto pur sapendo quanto queste siano incostituzionali, infatti il loro scopo è arrivare alla Corte Suprema affinché quest’ultima riveda completamente i termini della sentenza storica Roe v.Wade, che nel 1973 legalizzò l’aborto come libera scelta personale.

L’appellativo di questa sentenza deriva dalla storia della cittadina statunitense, originaria del Texas, Norma Leah McCorvey che durante il processo veniva chiamata Jane Roe per tutelarne la privacy. La storia che la vede come protagonista è diventata simbolo della lotta per la legalizzazione dell’aborto negli USA. Norma a 16 anni si sposò con un uomo violento dal quale ebbe due figlie e all’età di 21 anni rimase incinta di un terzo. Con l’aiuto di due amici cercò un modo per abortire e si rivolse alle avvocate Sarah Weddington e Linda Coffee, alle quali, per ottenere l’aborto in conformità alle leggi del Texas che lo consentivano solo in casi di stupro e incesto, raccontò di essere stata violentata. Non riuscendo a fornire le prove della violenza sessuale subita, successivamente fu costretta ad affermare la falsità della prima versione. Una volta scoperta la verità, però, il team di avvocate non l’abbandonò e insieme decisero di avviare la causa “Roe vs. Wade” con il principale intento di legalizzare, attraverso un’intensa battaglia legale, il diritto all’aborto. Alla fine la Corte Distrettuale diede ragione alla McCorvey, basandosi sull’interpretazione del XIX Emendamento della Costituzione, in cui si dichiara che l’elenco dei diritti individuali può essere integrato da altri diritti, non specificamente menzionati nella Costituzione. Subito dopo il procuratore distrettuale, Henry Wade, che assunse la parte della difesa durante il processo, fece ricorso alla Corta Suprema che iniziò ad esaminare il caso nel 1970. La decisione della Corte, presa a maggioranza di 7 giudici su 9 il 22 gennaio 1973, trovò conferma all’ipotesi delle avvocatesse di Norma, basandosi su una nuova interpretazione del XIV Emendamento della Costituzione, che riguarda il diritto alla privacy, inteso come diritto alla libera scelta per quanto riguarda le questioni della sfera intima di una persona, senza che lo Stato possa agire illimitatamente nei confronti della persona stessa. La sentenza enunciò due principi in materia che dovevano essere rispettati caso per caso: l’aborto era possibile per qualsiasi ragione la donna lo volesse, soltanto fino al momento in cui il feto non fosse in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno, praticamente, più o meno, dalle 24 alle 28 settimane di gravidanza. Il secondo principio stabiliva, invece, che la donna potesse decidere di abortire, anche dopo la sopravvivenza del feto al di fuori dell’utero, nel caso in cui ci fossero stati pericoli per la sua salute.

La sentenza, nonostante abbia fornito all’aborto un carattere legale non ha colmato il vuoto legislativo dei singoli Stati, i quali si sono espressi in modo diverso sui limiti del diritto. Questo ha causato negli ultimi mesi un definitivo salto di qualità contro la libertà di scelta delle donne che ha come obiettivo finale il capovolgere la sentenza Roe v. Wade, vietando completamente l’aborto. Alabama, Georgia e Texas sono Stati della zona soprannominata Bible Belt, un’area culturale degli USA in cui vive una grande percentuale di persone di religione strettamente Cristiana Protestante, la maggioranza è rappresentata dagli evangelisti. Ed è proprio in questi tre Stati che tra aprile e maggio sono stati approvate leggi molto restrittive sull’interruzione volontaria di gravidanza. Seguendo un ordine decrescente, l’ultima posizione è occupata dall’Alabama che ha vietato l’aborto in tutte le circostanze, anche in caso di incesto o stupro, consentendolo solo in caso possa salvaguardare la saluta della madre. Inoltre, le donne e i medici che lo praticano saranno puniti con la reclusione dai 10 ai 99 anni di carcere.  Al secondo posto vi è la Georgia in cui, sempre nel mese di maggio, è passata la legge che vieta l’aborto fin dal momento in cui è possibile rilevare il battito cardiaco del feto, praticamente oltre le sei settimane, termine in cui molte donne neanche si rendono conto di essere incinte. Quasi subito dopo la decisione dello Stato, l’attivista e attrice Alyssa Milano ha lanciato su Twitter, con l’hashtag #SexStrike diventato subito virale, uno sciopero del sesso dichiarando: “I nostri diritti riproduttivi sono stati cancellati. Finché le donne non avranno il controllo sui loro corpi non possiamo rischiare la gravidanza. Unitevi a me e non fate sesso finché non riavremo l’autonomia del corpo.” Iniziativa che ha suscitato anche reazioni critiche in cui l’idea è stata etichettata come sessista perché, in questo modo, si nega il piacere delle donne. Al primo posto troviamo il Texas dove, dal mese di aprile, i parlamentari stanno studiando una proposta di legge che potrebbe prevedere la pena di morte sia per la donna che decide di abortire e sia per i medici che la aiutano a farlo, considerando il feto come vittima di omicidio.

L’aria che si respira in altri stati, come la Louisiana e il Mississippi non è decisamente migliore. Nella prima, per un pelo a febbraio non è passata una legge estremamente restrittiva, che prevedeva come in tutto lo Stato ci dovesse essere un solo dottore in una sola clinica, a disposizione delle donne intenzionate a interrompere la gravidanza. Questo, però, non ha fermato i parlamentari della Louisiana che hanno approvato l’introduzione di un emendamento nellaa Costituzione Statale che abolisce il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Il Mississippi, invece, ha stabilito il divieto di aborto dopo le otto settimane di gravidanza. Secondo il Guttmacher Institute, un’organizzazione di ricerca fondata nel 1968 che lavora per studiare, educare e promuovere la salute e i diritti sessuali e riproduttivi, una decina di altri stati stanno discutendo leggi analoghe. Difatti, un provvedimento simile a quello della Georgia è stato preso in Ohio e Iowa, dove è stato nominato “Heartbeat Bill”. Lo stato dello Utahil, invece, si basa sulla “Fetal Viability”, cioè il limite per l’aborto è rappresentato dal momento in cui per il feto esiste una capacità di sopravvivenza autonoma al di fuori dell’utero, quando le chance superano il 50%. Il criterio è adottato anche in Arizona, California, Connecticut, Delaware, Hawaii, Idaho, Illinois, Maine, Maryland, Michigan, Minnesota, Missouri, Montana, Tennessee, Washington e Wyoming, ma non stabilisce limiti temporali certi, dando spazio a varie interpretazioni, dato che nella sentenza Roe v. Wade, la “Fetal Viability” era fissata alla 28esima settimana, mentre oggi con i progressi della medicina il limite si è abbassato fino alle 23-24 settimane.

A tutto ciò possiamo aggiungere i tagli ai fondi, dopo poco più due anni dall’insediamento di Donald Trump, destinati alle cliniche dove si pratica l’aborto affiliate a Planned Parenthood, nome collettivo delle organizzazioni nazionali che sono membri della IPPF (International Planned Parenthood Federation), che hanno sede a Manhattan e a Washington. L’impressione è che l’America non stia tornando grande, ma solo estremamente bigotta. Le donne hanno lottato tanto negli anni per ottenere una parte di quei diritti che sono stati concessi e, così facendo, si percorrono mille, o forse più, passi indietro. Quelli avanti sono costati anni di battaglie legali e forse è una fortuna che Norma MacCorey non sia qui per vedere quanto sia facile fare retromarcia.

Annaclaudia D’Errico