India: la colpa di essere donna

La lotta per i diritti paritari delle donne, dalla possibilità di votare al ricevere un salario corrispondente alle ore di lavoro svolte, è in atto a livello internazionale. Paradossalmente in alcuni paesi la crescita sociale è di pari passo con il declino dello status della donna e i diritti che ogni essere umano dovrebbe avere. Questo accade, ad esempio, in India, secondo un sondaggio compiuto dalla Thomson Reuters, quarto Paese più pericoloso al mondo per le donne. Nell’antichità la donna era considerata quasi a pari dell’uomo, senza nessuna discriminazione per l’omosessualità o transessualità e per le danzatrici del ventre. Questo fino alla consacrazione da parte del Manusmṛti, o Codici di Manu, databile fra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., scritto in sanscrito è uno dei trattati hindu di diritto che raccolgono le regole del vivere umano secondo il dharma (legge) sociale e naturale che governa il mondo. Dopo l’attuazione di questo codice, prima dell’era coloniale, la condizione della donna è peggiorata radicalmente. In cerca di un marito fin dalla tenera età, costretta a sposarsi ancora bambina, la donna non ha nessuna voce in capitolo in alcuna scelta determinante per la sua vita. Riconosciuta come una proprietà, prima del padre o del parente maschile più stretto e successivamente del marito. Quando una figlia viene ritenuta un peso, spesso insostenibile per la famiglia, la scelta adottata da quest’ultima è l’infanticidio. La pratica è diversa a seconda della comunità, la piccola viene soffocata con il riso o con l’oleandro, una pianta velenosa, miscelata con il latte. Entrambe le pratiche vengono svolte tramite il nutrimento, così da convincersi che è il volere del fato a far morire le bambine. Dopo l’introduzione della possibilità di effettuare l’amniocentesi, durante la metà del 1800, la famiglia sceglieva volontariamente di interrompere la gravidanza se l’erede non era di sesso maschile. Durante gli anni Ottanta, numerosi movimenti femministi si sono mobilitati per vietare l’amniocentesi e nel luglio 1994 il divieto venne esteso a tutta l’India. Questo non impedisce di certo coloro che, tramite una somma di denaro, possono corrompere gli specialisti affinché gli comunichino il sesso del nascituro. L’illegalità, purtroppo, non è riuscita a fermare le pratiche di infanticidio in modo permanente, in molte parti dell’India gli uomini non riescono a trovare moglie perché la differenza della popolazione maschile con quella femminile è troppo grande 
 
Le donne che riescono ad arrivare all’età, ad oggi compresa tra i 15 e i 18 anni, per il matrimonio non vanno incontro ad un destino migliore. La consacrazione del Manusmṛti ha causato il propagandarsi del fenomeno delle spose bambine: molte di queste, contraendo il matrimonio ad una età così giovane, dopo la celebrazione del rito, fanno ritorno a casa per trasferirsi presso la dimora dello sposo soltanto dopo il primo ciclo mestruale. La donna a quel punto diventa completamente devota al marito anche dopo la morte. Infatti, nonostante sia stata proibita dal 1829, il rito del sati è ancora praticato in alcune comunità. Durante il sati, le donne rimaste vedove, sono costrette a bruciare vive sulla pira funeraria dello sposo perché non hanno alcun motivo per continuare a esistere. Coloro che rifiutano di praticarlo, vengono allontanate dalla società e dalla famiglia, costrette a chiedere l’elemosina e alcune vedove decidono di ritirarsi nel Āśrama, un luogo di meditazione dove vengono offerti pasti in cambio di ore trascorse a pregare. In alcuni ambienti ancora molto tradizionalisti, la vedova è anche costretta a radersi la testa perché ogni capello viene donato per la reincarnazione del marito defunto. Inoltre, non le è permesso indossare alcun tipo di gioiello e il Sindur (una polvere cosmetica di colore vermiglione solitamente utilizzata dalle donne sposate lungo la scriminatura dei capelli), l’unico indumento che le è consentito indossare è l’abito bianco, simbolo di lutto.  
 
Neppure la scelta dell’uomo con cui condividere il resto della propria vita è della donna, questa spetta principalmente alla famiglia di lui ed è incontestabile. Più alta è la dote, l’insieme dei beni che la famiglia di una sposa conferisce allo sposo con il matrimonio, maggiore è la casta sociale a cui si può aspirare. L’ultima parola, però, spetta all’oroscopo considerato una scienza sacra in India, se i due segni sono compatibili secondo l’astronomia allora si può procedere con le nozze che di solito durano tre giorni con le spese a carico della famiglia della sposa. Una volta lasciata la famiglia originaria, la donna concepita come figlia ubbidiente passa ad essere madre e moglie devota come le è stato insegnato fin da bambina. La dote con la quale viene comprata la sposa a volte non basta e molte famiglie sono costrette ad indebitarsi per dare allo sposo altri beni. Se la famiglia non riesce a pagare o il marito è insoddisfatto, la moglie viene uccisa simulando un incidente in cucina, fenomeno denominato “omicidi di fuoco”. Nonostante sia stata proibita nel 1961, l’usanza della dote è ancora molto radicata in alcune parti dell’India.  
Molte donne delle caste minori, molto probabilmente consce del destino a cui saranno costrette, preferiscono convertirsi alla religione cristiana, jainista o buddhista, ritirandosi alla vita monacale. I voti religiosi rappresentato la sola àncora di salvezza da una vita di oppressione in una società prettamente patriarcale.  
 
Negli anni si sono attivati molti movimenti femministi e alcune battaglie sono state vinte: nel 1931, con l’appoggio di Gandhi, le donne ottennero il diritto al voto, quasi quindici anni prima dell’Italia. Nel 1955 fu proibita la poligamia, fino all’ora molto diffusa in tutte le comunità indiane. Esistono anche matrimoni in cui il rapporto tra i coniugi è paritario, ma si tratta di episodi marginali. Queste sono piccole conquiste, la strada da percorrere è ancora molto lunga e tortuosa. Le donne ancora oggi hanno paura di camminare da sole, anche solo due isolati, perché sanno che nessuno è lì per proteggerle e che se subiscono qualsiasi tipo di violenza quasi nessuno sarà dalla loro parte. Un particolare che molti non riescono a cogliere è che non si tratta di stare o meno da una parte o dall’altra, ma di scegliere di essere umani o far finta di esserlo

Annaclaudia D’Errico