ANVUR: l’autocritica accademica

Una condizione indispensabile affinché agli istituti accademici e ai corsi di laurea sia riconosciuto l’accreditamento periodico, inteso come autorizzazione del MIUR a continuare l’operato già svolto, è che siano innanzitutto questi ad operare una valutazione sistematica sul lavoro condotto nell’arco di un anno accademico. L’indagine interna si articola in più fasi e vede coinvolti più protagonisti.

Gli organi di vertice sono il Presidio di Qualità e il Nucleo di Valutazione che, lavorando a stretto contatto, sono garanti dell’avvenuto accertamento di autovalutazione. Il primo gestisce tutte le informazioni: preleva la documentazione dei dipartimenti e dei corsi di laurea e si assicura che arrivi al Nucleo. Quest’ultimo, invece, opera perlopiù un’azione di sintesi: sulla base delle relazioni interne ai corsi di laurea, redige con cadenza annuale una relazione contenente i risultati delle proprie attività, tra cui la verifica del corretto funzionamento del sistema AQ (Assicurazione Qualità) e il supporto agli organi di governo nel monitoraggio dei risultati conseguiti. Le operazioni svolte da questi ultimi due sono di razionalizzazione delle valutazioni avvenute all’interno dei corsi di laurea. Pertanto, a giocare un ruolo fondamentale nella valutazione, ma anche nell’andamento complessivo di un corso di laurea, sono le Commissioni paritetiche e i Corsi di studio che in modo diverso si approcciano all’autovalutazione e i cui risultati finiscono per indirizzare il lavoro di analisi del Nucleo di Valutazione.

La Commissione paritetica è tra gli organi di rappresentanza più importanti (forse anche più degli organi apicali) perché la sua composizione (la presenza dei docenti e degli studenti è in rapporto di 1 a 1) permette un confronto orizzontale, diretto e circoscritto ai problemi di un singolo indirizzo accademico. I programmi, il peso in cfu degli esami, il metodo di insegnamento, il tutorato: sono tutti temi affrontati in questa sede su cui i rappresentanti hanno largo margine d’intervento. La Commissione redige una relazione, sulla base del lavoro-confronto sviluppatosi al suo interno, che viene recepita dal Corso di Studio. Quest’ultimo svolge diverse attività: ogni anno riceve i risultati dei questionari sulle opinioni degli studenti, compila una Scheda di Monitoraggio sulla base delle carriere degli studenti, redige una Scheda Unica di progettazione del lavoro; e infine, ogni cinque anni, scrive il Rapporto del riesame dove, in maniera dettagliata, presenta dei piani di risoluzione delle problematiche da realizzare entro il ciclo successivo.

Il sistema di autovalutazione si articola lungo una scala di soggetti e documenti la cui cima finisce per essere solo il risultato ultimo di un lungo e complesso percorso fatto di analisi e relazioni continue. Non è il meccanismo farraginoso e burocratico ad essere l’anello debole del modello ma, piuttosto, il metodo con cui si tenta di approcciarsi ai problemi degli studenti. Di tutti i passaggi sopramenzionati, soltanto due tengono realmente conto, ma in modo approssimativo, dei problemi degli iscritti ad un corso di laurea. Il questionario di rilevazione delle opinioni degli studenti, l’unico documento in cui si cerca di dialogare con gli stessi, presenta diversi limiti: la partecipazione, senza la quale non sarebbe possibile prenotarsi ad un esame, è obbligatoria e questo potrebbe inficiare lo spirito critico con cui il test andrebbe compilato; sono esclusi dal vaglio degli utenti gli studenti fuori-corso i quali, proprio perché non più in corso, potrebbero fornire delle risposte più precise e complete ai disagi riscontrati all’interno del corso di studio in esame; il questionario è strutturato in modo che il partecipante scelga una tra le risposte predefinite senza lasciare alcun margine di personalità allo studente che, magari, a quelle domande avrebbe risposto in un altro modo, e forse anche in modo più sincero, se avesse dovuto personalmente pensare e scrivere una risposta e non limitarsi soltanto a sceglierne una. La Scheda di Monitoraggio è il secondo e ultimo elemento in cui si fa riferimento allo studente: si tratta di un documento pre – impostato dall’ANVUR dove vengono riportati i valori numerici relativi ad alcuni punti: quanti studenti abbandonano il corso di laurea rinunciando al conseguimento del titolo, quanti cfu sono stati conseguiti al primo anno, quanti sono gli studenti laureati in corso. Tutti punti che tengono conto solo dei risultati formali degli iscritti e ai quali si aggiungono risultati propri del Corso di Studio in termini di attrattività: corsi di laurea della stessa classe presenti nello stesso ateneo o nella stessa regione, numero di iscritti che provengono da altre regioni, numero di studenti che conseguono una quota di cfu all’estero.

Il modello di valutazione interna funziona esattamente come quello esterno: vengono presi in esame soltanto dati approssimativi, relativi a quello che per l’ANVUR è considerato un successo (essere un corso di laurea di riferimento nel piano regionale e far laureare tutti in corso) o un insuccesso (numero elevato di studenti che abbandonano, numero elevato di studenti che si laureano con uno o più anni fuoricorso) senza tener conto della qualità, nonostante questo termine venga più volte ripreso dal modello AVA, degli insegnamenti e della preparazione degli studenti che nulla ha a che vedere con il numero di anni impiegati per acquisire la idonea preparazione. Non solo: come già visto, in un percorso lungo e farraginoso come quello descritto sopra, l’attenzione che si dedica agli studenti è pressoché bassissima. I questionari sono selettivi e le Schede di Monitoraggio tengono più conto del rapporto tra il Corso di Studio e l’esterno che quello interno, proprio della didattica, tra studenti-docenti. Gli iscritti vengono valutati secondo criteri discutibili: proprio durante il primo anno accademico, per esempio, sono molti gli studenti che impiegano del tempo per ambientarsi perché, nella maggior parte delle volte, hanno intrapreso studi di cui non hanno una conoscenza pregressa ma questo non vuol dire che non possano recuperare in seguito e che non possano ugualmente laurearsi in tempo. Così come è piuttosto bizzarro che chi usufruendo del settimo semestre possa definirsi laureato in corso se ha discusso la tesi a febbraio e fuori-corso se l’ha discussa a marzo. Non è altro che un’arbitraria organizzazione dell’anno accademico per la quale gli studenti non dovrebbero sentirsi penalizzati. Ecco perché i pochi elementi presi in considerazione all’interno del sistema di autovalutazione non riescono a dare un quadro realmente corretto dell’andamento accademico degli studenti. E questo rischia di penalizzare le strutture accademiche, ma soprattutto gli studenti.

Antonella Maiorino

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