Il caffè dello studente

Il caffè dello studente

Il rituale che formalizza il passaggio dall’età liceale a quella universitaria è fatto di tante cose ma è soprattutto il frutto di una nuova combinazione di abitudini. Dormire poco più di sei ore a notte, sopportare caldo e freddo contemporaneamente, ridurre la propria corporatura fisica all’occorrenza in caso di sovraffollamento dei mezzi di trasporto, migliorare le proprie prestazioni fisiche da corsa in caso di sovrapposizione di orari e ritardi di pullman, cementare le pareti dello stomaco per gestire meglio i sensi di colpa per essersi dimenticati di fare colazione quando si hanno sei ore di fila di lezione, e il coraggio nel mangiare qualsiasi cosa ci sia in distributore o in mensa anche quando non si è certi della sua bontà. E poi l’abitudine di tutte le abitudini: fare pausa anche quando non sarebbe propriamente necessario. Ha origine un po’ da qui il rapporto viscerale che intercorre da sempre tra caffè e studenti. Un tipo di amore-odio che ha reso spesso possibile l’impossibile e che ha dato vita al “caffè dello studente”, una particolare miscela dove alla base del caffè c’è semplicemente altro caffè.

Il caffè dello studente consiste principalmente nell’assumere una doppia dose di caffeina. Una miscela calda, aromatica soprannominata anche nettare degli dei. Per prepararlo lo studente ha bisogno essenzialmente di due cose: la sua fidata moka e la miscela preferita di macinato di caffè (sappiamo benissimo poi che può anche essere quello comprato al discount insieme al tonno in scatola con i soldi messi minuziosamente da parte). La fase successiva consiste nell’inserire all’interno del serbatoio della moka non l’acqua ma il caffè appena uscito dalla precedente preparazione, aggiungere poi nel filtro altra dose di macinato, riporre la macchinetta sul fornello ed aspettare impaziente la fuoriuscita della miscela. Questo è il segreto per affrontare lunghe sessioni d’esame e di studio che sembrano infinite

Lungo, corto, macchiato, con cacao, ginseng, non importa come sia, purché sia caffè. Lo si prende ai distributori prima delle lezioni durante interminabili file, dopo pranzo al bar di piazza del sapere, a fine giornata al terminal quando si scopre che il pullman tarderà di mezz’ora, e ovunque ve ne sia la possibilità quando c’è la compagnia giusta. Una pausa in biblioteca scientifica dopo aver studiato per ore, un momento di rilassamento durante giornate troppo frenetiche. In ateneo, può essere preso letteralmente ovunque e con chiunque. Ed è forse questo l’effetto migliore. Dà la possibilità di essere più reattivi, più svegli, più veloci, più carichi ma anche di passare un momento con qualcuno che è altrettanto immerso nei propri impegni. Il caffè non è mai solo una bevanda. È uno spiraglio di spazio-tempo preso per rilassarsi o per stare con qualcuno, chiacchierare, incoraggiarsi, confortarsi. Un’espressione di socialità di cui si ha bisogno quando si è totalmente immersi in attività e impegni da rispettare. È quel qualcosa che poi la notte non fa dormire perché ne sono stati presi troppi nell’arco della giornata ma è anche quello a cui non si sa dire di no, perché quel momento di socialità lì, di pausa e rilassamento, che dura sempre troppo poco, è spesso in grado di abbellire le susseguenti dodici ore di stress e produttività a cui si è sottoposti.