Elezioni CNSU: l’intervista al candidato Dario Cafasso

Dario Cafasso, studente dell’Università degli Studi di Salerno, è candidato al CNSU con Link Coordinamento Universitario. Abbiamo discusso con lui alcuni punti del programma elettorale proposto.

Link Coordinamento Universitario ha avviato la sua campagna elettorale con un comunicato dal titolo “Una lista indipendente per cambiare l’università”.  Quale significato attribuite al termine Indipendente e in che modo cambiereste l’università?
L’aggettivo indipendente sta ad indicare il fatto che siamo portatori di contenuti che vengono elaborati e difesi da soli studenti che si riuniscono in tutta Italia in coordinamenti e che insieme, senza l’appoggio di nessuna struttura esterna all’università, lavorano su questi temi. Non è infatti nostra politica riferirci a sindacati o partiti come purtroppo spesso accade in quella universitaria. Link ha un’idea di università che è sempre rimasta uguale e che può essere racchiusa in tre punti: conoscenza, diritto allo studio e partecipazione. Il diritto allo studio ricopre un ruolo centrale nel nostro programma e nel nostro lavoro quotidiano. È il motivo per il quale ci siamo battuti per dare l’opportunità a tutti e tutte di accedere all’istruzione in maniera gratuita, alla possibilità di non essere discriminati o limitati nel proprio processo formativo a causa della mancanza di strutture e strumenti per la didattica. Un ruolo centrale nelle nostre campagne è stato coperto anche dalla no tax area e dal reddito di formazione per dare la possibilità a tutti di studiare e far sì che le tasse e tutti i problemi fuori dall’università non gravino sul processo di formazione. Non condividiamo l’idea di una rappresentanza che non dia stimoli agli studenti e che non permetta loro di lavorare attivamente su temi che noi siamo convinti che, nel momento in cui venissero sottoposti in maniera seria agli studenti, permetterebbero la collaborazione di tutte e tutti e amplierebbero non solo l’informazione sul lavoro che si sta portando avanti ma anche il prodotto di questo. Al di là del risultato io spero che qualcuno, sentendo gli interventi, possa sentirsi toccato dai temi che portiamo avanti e possa decidere spontaneamente di lavorare nel proprio corso di laurea a favore di questo. In modo tale che la rappresentanza diventi davvero uno strumento attraverso il quale si possa dar voce agli studenti e non lo strumento oggetto per manifestare il potere delle associazioni. I dati nazionali dimostrano che il nostro paese sta vivendo una situazione in cui l’istruzione è sempre più de-finanziata come la ricerca, la sanità, e noi crediamo che questa sia una rotta da invertire.

Le università italiane del sud hanno subito un forte calo di immatricolazioni rispetto agli atenei del nord che hanno invece registrato un incremento. Quali credi siano i motivi di questa diminuzione? Senti un po’ il peso e la responsabilità verso l’ateneo del sud presso il quale studi e dentro il quale ti stai candidando? E in che modo secondo Link è possibile far fronte a questo problema?  
Sì. Ritengo infatti che ci si debba impegnare affinché gli studenti, durante il proprio processo di formazione, non siano riempiti di contenuti ma produttori di quest’ultimi. Credo che in parte questo sia uno dei motivi per i quali l’università al sud viene valutata sempre più negativamente. Oltre al fatto che vi sono proprio dei criteri di valutazione delle strutture accademiche che si dimostrano fallaci, perché tengono molto in considerazione il numero di laureandi fuori corso e quello relativo agli iscritti che non raggiungono un certo numero cfu. Con queste valutazioni vengono realizzate le classifiche che incidono su una retorica di ranking che identifica le università del sud come strutture di serie B.

Pensi, dunque, che questo calo di iscritti in parte sia dovuto anche alla risonanza che le classifiche, e i corrispettivi risultati,  hanno assunto nel contesto nazionale?
Sì. Sia per l’influenza che può esercitare sull’opinione pubblica, ma soprattutto perché sulla base di queste vengono anche ripartiti i fondi. In funzione delle classifiche vengono distribuite le risorse che determinano il funzionamento della ricerca universitaria. Tutto ciò è dunque un circolo vizioso all’interno del quale siamo caduti e dal quale non possiamo uscire se non dando vita ad una riforma sostanziale del sistema che non solo valuti l’università ma che, soprattutto, la finanzi. Non si può pensare di cambiare un sistema universitario se non arrivano fondi e se il sistema che gestisce i fondi è lo stesso che penalizza quello universitario.

Per il diritto allo studio proponete: ridefinizione dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni per l’accesso al diritto allo studio universitario), innalzamento della soglia ISEE a 28.000 euro per la borsa di studio, l’abolizione dell’ISPE, la copertura totale delle borse di studio (eliminazione della figura dell’idoneo non beneficiario), più alloggi attraverso il riutilizzo di immobili abbandonati, servizio trasporto gratuito, assistenza sanitaria per gli studenti fuorisede, una borsa di servizi per chi ha un ISEE compreso tra i 28.000 e i 35.000 euro. In che modo credete di riuscire a realizzare quanto descritto? Credi sia sufficiente tutto questo per garantire un pieno diritto allo studio?
Questa è una ricetta che in termini matematici si può definire necessaria ma non sufficiente. Sicuramente l’attuazione di tutti i punti del programma necessiterebbe di una rivoluzione del mondo universitario italiano e il fatto che tutte queste manovre richiedono una quantità grandissima di fondi per l’attuazione è per noi qualcosa che va posto in secondo piano rispetto alla possibilità che possa essere un primo passo verso l’università che vogliamo: senza vincoli di nessun tipo perché crediamo che sia necessario che tutti abbiano la possibilità di accedere agli stessi saperi. Attualmente gli indicatori presi in esame dallo stato italiano sono fuorvianti rispetto la situazione economica di uno studente. L’ISPE soprattutto. Risulta molto evidente nel caso in cui si prendano ad esempio casi in cui gli studenti hanno accumulato un’eredità patrimoniale a causa del decesso di parenti oppure quando risultano possessori di abitazioni che non usano direttamente. Tutti i punti che noi vogliamo attuare abbattono dei limiti: la presenza di idonei non beneficiari per le borse di studio che hanno fatto richiesta di residenza e che abitando troppo lontano e non ottenendo risorse economiche a volte non sono neanche in grado di sostenere le spese che servono per iniziare il percorso universitario e per questo rinunciano in partenza; la possibilità che gli studenti abbiano bisogno di agevolazioni economiche anche quando non rientrano nei parametri della no tax area, situazione che noi vorremmo si risolvesse attraverso l’introduzione di una borsa di servizi che possa essere di supporto per l’acquisto di materiale didattico. Tutto ciò rappresenta solo il primo passo verso un’università più accessibile e un luogo in cui si possono introdurre conoscenze di maggiore qualità, oltre alla possibilità di diminuire le differenze che si stanno generando tra le università del nord e quelle del sud.

Relativamente alle tasse, proponete l’estensione della No Tax Area per tutti coloro che hanno un ISEE inferiore ai 28.000 euro. Attualmente la norma prevede un tetto minimo di 13.000 euro che le strutture accademiche possono innalzare. L’Università di Salerno, proprio per quest’anno accademico, ha alzato tale tetto a 15.000 euro. Essendo tu membro della Commissione diritto allo studio all’interno del Consiglio degli Studenti, che ha vagliato la manovra, quanto credi sia difficile, economicamente parlando, per le università aumentare il tetto minimo previsto dalla legge?
All’interno della Commissione per il Diritto allo studio del Consiglio degli studenti ho avuto modo di fare calcoli specifici e da questi è emerso che la quantità di soldi richiesti per investire nell’innalzamento della no tax area è molto bassa, e infatti gli studenti che alla fine rientrano in questa soglia sono di meno rispetto a quelli che pagano le tasse. Il numero di soggetti che vanno a finanziare l’università è talmente alto che prendendo, ad esempio, i soldi da una rimodulazione di “Unisa premia il merito” si potrebbe innalzare la soglia a 18.000 euro. Si parla delle centinaia di migliaia di euro che per il fatturato dell’università non sono una cifra così sostanziosa, per cui io credo che si possa parlare di una scelta politica ben precisa dell’università. Soprattutto per una struttura accademica, come quella di Salerno, che è molto grande.

La spesa pubblica per l’istruzione italiana resta tra le più basse nella classifica OCSE. Voi proponente un cambiamento di modello del riparto. Quali modifiche apportereste al Fondo di Finanziamento Ordinario?
Il fatto che nel nostro paese si stia conducendo una battaglia contro i fuori corso così accanita è il riflesso del modo con cui sono ripartiti i fondi. Infatti gli FFO sono distribuiti soltanto in funzione del numero di studenti iscritti in corso, cosa gravissima. La quota premiale degli FFO prevede maggiori finanziamenti al nord piuttosto che al sud per scelte di valutazioni di ateneo di cui parlavamo prima (ranking). I fondi nel momento in cui vengono suddivisi soltanto in funzione del numero di studenti che sono attivi nell’università, e che dunque non sono fuori corso, non tiene conto del fatto che l’università stessa è una struttura che ha bisogno di manutenzione, di potenziamento delle strutture, e quindi non si tiene conto di tutti quegli aspetti che caratterizzano l’università come struttura e che quindi andrebbero considerati di più. Quello che noi chiediamo è l’inclusione nel costo standard per ogni studente anche del numero degli studenti fuori corso e poi introdurre dei criteri che tengano conto della struttura e delle manutenzione delle strutture universitarie. Per quanto riguarda il VQR, invece, chiediamo che venga diminuita  l’importanza che a questo è data nel FFO.

Alla voce Diritto Allo Studio prevedete anche l’introduzione di un Reddito di Formazione a favore degli studenti consistente in una erogazione monetaria e trimestrale. Di cosa si tratta esattamente? Quali sono le motivazioni che vi hanno spinto ad inserire questo punto all’interno del vostro programma e ritieni la manovra essenziale alla luce della presenza delle diverse agevolazioni economiche che avete previsto?
L’idea del Reddito di Formazione nasce, così come il reddito di cittadinanza a cui ci siamo interessati, dalla consapevolezza che vi è proprio la necessità degli essere umani di poter sopperire a tutti i bisogni essenziali. Inquadrando, quindi, il reddito di formazione nell’ottica di uno strumento che permette agli studenti di iniziare a far fronte a questi e a tutti i bisogni che purtroppo non possono essere colmati con una semplice borsa di studio o con la no tax area. Basta pensare agli studenti che non hanno la possibilità di essere indipendenti dal contesto familiare in cui vivono che può essere motivo di malessere e di abbandono degli studi; a coloro i quali non hanno la possibilità di acquistare tutto il materiale didattico che potrebbe incentivarli ad esplorare la conoscenza di cui dovrebbero diventare i futuri produttori; i fuori sede che non vivono tranquillamente la loro situazione a causa degli stenti a cui sono costretti nel momento in cui non possono permettersi uno stile di vita normale; gli studenti che provengono da famiglie povere che, avendo un ISEE bassissimo, non possono farsi carico delle spese a cui si va incontro nel momento in cui si vuole dare la possibilità a uno studente di avere un percorso universitario uguale a quello dei suoi coetanei.

Chiedete l’introduzione in tutte le università del doppio libretto per gli studenti in transizione di genere, la dotazione di Consultori e Centri Antiviolenza, l’installazione di assorbenti e contraccettivi gratuiti. Sono questi tutti temi importanti ed essenziali, necessari per un’università, come espresso da voi, in cui nessuno si senta escluso. Non credi che l’università, in quanto organo preposto alla formazione, debba anche adoperarsi affinché queste iniziative vengano affiancate ad un processo di sensibilizzazione e formazione della comunità studentesca?
Il fatto che l’università sia un luogo di produzione di saperi implica che debba rappresentare anche uno spazio in cui iniziare discussioni su cosa siano i beni di prima necessità, perché gli assorbenti sono tassati al 4% e non 22, sui motivi per i quali non si parla dei problemi a cui vanno incontro gli iscritti ad un percorso accademico. Dovrebbero essere organizzate riunioni con gli studenti in cui parlare anche dei temi che intaccano la sfera personale, rendere visibile agli studenti l’esistenza di problemi ma soprattutto rendere conoscibile la soluzione di questi e il fatto che vi è uno sportello di counselling, all’interno dell’ateneo salernitano, che dovrebbe essere molto più conosciuto. In ogni corso di laurea andrebbe creato un momento di incontro in cui parlare di questo spazio, del malessere in cui gli studenti potrebbero imbattersi per determinati motivi come lo stress per gli esami e il cattivo risultato delle proprie prestazioni. Argomenti su cui ci si confronta poco e su cui non viene fatta sufficiente sensibilizzazione soprattutto per diffondere il messaggio che le soluzioni ci sono perché esistono uffici preposti per l’ascolto e la risoluzione di  questi problemi.

Nel programma prevedete anche l’obbligo per le università di adoperarsi per la garanzia di uno sportello psicologico a cui gli studenti possono far riferimento. Quanto credi sia importante questo punto programmatico? Ritieni che l’attuale impianto accademico, per i suoi contenuti e per il modo con cui è strutturato, sta andando ad influenzare in modo negativo la crescita degli studenti e l’esperienza che loro maturano all’interno delle strutture? Si sta andando sempre di più verso la creazione di un luogo dove lo spirito di ricerca e conoscenza ha lasciato spazio ad altre percezioni  più negative?
Diciamo che questi problemi sono appartenuti alla classe studentesca anche prima che il concetto della competizione diventasse permeante della struttura universitaria e per questo a priori sarebbe stata necessaria l’introduzione di sportelli psicologici. Perché la semplice delusione personale rispetto alle aspettative che ci si pone come studenti è sufficiente affinché il malessere diventi dilagante all’interno dell’università. Le politiche meritocratiche che sono state messe in atto dai governi che si sono susseguiti sono diventate sempre più improntate sul modello competitivo in cui risultare fuori da alcuni schemi è diventato un elemento anche di discriminazione sociale e questo credo sia uno dei motivi principali per cui il malessere nelle classi studentesche stia accrescendo.

Proponete di modificare la normativa nazionale che impone agli studenti con permesso di soggiorno per studi di non poter lavorare per più di 20 ore alla settimana e chiedete che ai richiedenti asilo e soggetti migranti vengano messi a disposizione strumenti di assistenza quali supporto linguistico, sportellistica, accessibilità alle informazioni. Da questo punto di vista, quanto credi sia avanti o indietro l’Università di Salerno e quanto credi sia importante per le università italiane rappresentare un luogo dove le storie, le lingue, il trascorso si mescolino senza lasciar spazio alle discriminazioni? A tal fine cosa prevedete di fare oltre a quanto già menzionato?
L’ateneo salernitano al momento mi sembra indifferente in merito a tutto questo. L’unica cosa che davvero interessa alle persone che si sono interessate al tema è quella di scalare le classifiche delle migliori università utilizzando i criteri dell’internazionalizzazione. Per questo motivo abbiamo assistito a un completo isolamento degli studenti internazionali che senza una forte volontà di integrarsi in maniera autonoma sarebbero rimasti davvero isolati dal resto della comunità studentesca come nella maggior parte dei casi avviene. All’interno dell’Università di Salerno abbiamo deciso di avviare un progetto di integrazione non solo degli studenti internazionali, ma di tutti gli studenti, perché questo problema dell’isolamento tocca tutti, che consiste nella creazione di momenti di socializzazione che permettano di incontrarsi, intrecciare le culture e creare il confronto che dovrebbe essere alla base di qualsiasi processo formativo di ogni università.

All’interno delle università italiane la figura del fuori corso è spesso penalizzata: non può accedere al semestre bonus per l’acquisizione dei 24 cfu e talvolta viene sottoposta ad una tassazione più elevata. Qual è la vostra opinione in merito e in che modo agireste per ridefinire la parità di trattamento tra gli studenti in corso e quelli fuori corso?
All’interno dell’Università di Salerno abbiamo lavorato al bando del part-time affinché passasse una proposta contenente l’estensione dell’attività agli studenti iscritti per il doppio del numero di anni previsti dal proprio corso di laurea. Questo è il primo esempio di come localmente abbiamo iniziato a contrastare le penalizzazioni ai fuori corso. Una battaglia che dovrebbe essere estesa anche attraverso la rimodulazione della no tax area, del concetto di borsa di studio e l’introduzione del reddito di formazione.

#iovoglioinsegnare è una campagna che Link ha lanciato quando l’accesso all’insegnamento stava subendo importanti cambiamenti. Alla luce dell’introduzione della nuova normativa che prevede, tra le altre cose, l’acquisizione dei 24 cfu, come valutate il nuovo sistema FIT? È la strada giusta da percorrere o sarebbero necessari nuovi interventi?
Contestiamo innanzitutto l’esclusione dei fuori corso dal semestre bonus per l’acquisizione dei 24 cfu e il modo con cui sono state strutturate le classi di concorso perché non ci sembrano pienamente inclusive per le persone che hanno scelto un determinato percorso.

Link ha anche avviato una campagna di sensibilizzazione verso il tema dei tirocini formativi. Alla luce del vostro lavoro, quali soluzioni proponete per migliorare l’attività?
Noi chiediamo che si trovino dei tirocini che siano idonei al percorso che si sta svolgendo all’interno della struttura accademica. Quello che bisognerebbe fare è ragionare con buon senso e individuare le convenzioni attraverso le quali le università possano garantire agli studenti attività di tirocinio formative e in cui vi possa essere una reale produzione di conoscenza. Bisogna perciò impedire che determinati lavori vengano identificati come possibili offerte formative quando semplicemente non lo sono e si rivelano come dei modi per sfruttare gli studenti a titolo gratuito. Anche nel nostro ateneo si è ragionato in questo modo: quando, in occasione delle universiadi, si cercavano dei volontari che in maniera gratuita andassero a dare supporto all’iniziativa che, si è ipotizzato, potesse essere considerata un’attività di tirocinio. È una questione principalmente di buon senso.

Il numero chiuso ad alcuni corsi di laurea è previsto sia a livello locale che nazionale ed è spesso stato giustificato dalla mancanza di fondi e da un mondo del lavoro fermo e stagnante. Link è invece a favore dell’accesso libero e gratuito all’istruzione. In che modo secondo voi è possibile eliminare il numero chiuso e far fronte agli stessi problemi?
Queste argomentazioni per noi semplicemente non reggono. Dire che i saperi sogno liberi  significa dire che ognuno può avere la possibilità di studiare ciò che vuole per dare il suo contributo come meglio crede alla società. Anche al di là del contesto lavorativo. È necessario che chiunque abbia la possibilità di mettersi in gioco, di laurearsi in un determinato settore, senza che ci sia una scrematura fatta tramite dei test che non sono realmente valutativi, che non determinano qual è lo studente migliore che può permettersi di entrare in un determinato corso di laurea, perché non è tramite un test orientativo che si capisce quale studente è più portato per un determinato ambito. Questo è plateale nel momento in cui si vanno a vedere gli stessi test che vengono somministrati agli studenti. Per quanto riguarda i fondi: nella richiesta di aumento dei finanziamenti all’università va anche sottolineato il fatto che essendo un luogo di produzione dei saperi non si può limitare l’offerta per la mancanza degli stessi, ma anzi bisogna far sì che i finanziamenti aumentino e che si formino culturalmente sempre più persone.

Per dar voce agli studenti sulle questioni universitarie, proponete l’introduzione di referendum studenteschi nazionali. In che modo andrebbero organizzati e per quali temi andrebbero interpellati gli studenti?
L’organizzazione è semplice: come si vota per il CNSU, si può indire un referendum studentesco. Anche se i costi di organizzazione potrebbero essere alticci. Introdurre all’interno delle università, che appunto sono un luogo di produzione di saperi, quello che è il massimo strumento decisionale per il popolo e che è appunto il referendum, è un modo per intensificare la partecipazione studentesca. Le tematiche su cui io introdurrei il referendum sono ad esempio la ripartizione dei fondi, il numero chiuso e una grandissima fetta delle tematiche di cui ci facciamo portatori. Per far sì che gli studenti in primis esprimano la volontà della classe studentesca in maniera tale da non lasciare che i rappresentanti si facciano portatori di temi, ma far sì che questi siano portati avanti da tutta la classe studentesca con il supporto di un numero di votanti che possa manifestare la potenza degli studenti. In Italia abbiamo un numero bassissimo di laureati rispetto agli standard europei e non possiamo permetterci di restare indietro. Questo, però, non per una logica di competizione ma per il semplice fatto che, essendo l’istruzione un diritto, noi abbiamo il dovere di far sì che tutti abbiano la possibilità di accedere ai saperi e che possano contribuire alla società come meglio credono.

Proponete l’approvazione della Carta dei diritti degli Studenti, approvata nel CNSU nel 2011, in tutte le università italiane. L’Unisa, anche grazie a Link Fisciano, vanta già questo documento. Eppure ad oggi non esiste ancora un garante che possa far valere quei diritti: solo l’anno scorso il corso di laurea in Lingue ha violato il contenuto del documento imponendo un numero di appelli minimo non rispettoso di quanto annunciato all’interno del testo, mentre nel corso di laurea in Giurisprudenza continuano a verificarsi casi di salto d’appello.
La Carta dei diritti degli Studenti dell’Università di Salerno ha subito diverse variazioni rispetto a quella originale di Link Coordinamento Universitario. In essa è, ad esempio, stato aggiunto che vi è l’impossibilità del manifestarsi contrari alle decisioni dell’ateneo per non lederne il privilegio istituzionale, l’obbligo per lo studente di arrivare in orario per non disturbare la lezione quando in realtà è suo diritto seguirle. Il professore non può cacciare uno studente dall’aula, così come sono un diritto i sei appelli minimi garantiti e la presenza di una figura imparziale che si faccia portatrice delle problematiche che vengono manifestate nel momento in cui non si rispetta il contenuto del documento. Per quanto riguarda il nostro ateneo esiste già un fermento sul tema perché non è concepibile che la Carta sia costituita a mo’ di codice civile. Per il momento riteniamo che la garanzia dei principi espressi nello Statuto degli studenti debba passare attraverso la presenza di una commissione paritetica, piuttosto che di una figura esterna, perché garantirebbe al suo interno anche la presenza degli studenti.

Antonella Maiorino