Willy Montiero: vittima di una società complice

Le notizie di cronaca nera sono per loro stessa definizione avvenimenti che turbano la regolare convivenza civile, come ad esempio rapine, furti, incidenti, suicidi e così via. Ci sono episodi, però, che colpiscono più di altri e che a leggerli rilegate tra le pagine di un quotidiano sconvolgono l’opinione pubblica, o almeno la maggior parte. Sono eventi in cui non dovrebbe esserci nessun schieramento perché è chiaro dove sia collocato il confine giusto/sbagliato che negli anni ha acquisito tante sfumature diverse. Eppure, quel confine per alcuni risulta ancora un po’ sbiadito. L’omicidio di Willy Monteiro Duarte, avvenuto nella notte tra sabato 5 e domenica 6 settembre a Colleferro (Roma), rientra tra questi. Secondo quanto riportato dalle prime indagini, Willy era intervenuto per tentare di sedare una rissa scoppiata tra gli aggressori, che in un secondo momento si sono scagliati contro di lui, ed un suo amico Federico. I sospettati, arrestati la stessa sera della tragedia e al momento accusati di omicidio preterintenzionale, sono Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia

Del viso di Willy, dopo quella notte, si sono popolati i social quali Facebook, Instagram e Twitter. Gli hashtag #WillyMonteiro, #JusticeForWilly e #AllLivesMetter sono entrati in tendenza in poche ore. Molti volti noti nel mondo dello spettacolo hanno espresso la loro solidarietà e indignazione per l’accaduto, alcuni provando a dare voce ai loro pensieri, altri semplicemente condividendo una foto del sorriso di Willy.  Anche la senatrice a vita Liliana Segre ha voluto esprimere il suo pensiero, tramite un’intervista rilasciata a La Stampa, dichiarando quanto consideri il pestaggio nei confronti di Willy una sconfitta personale che le fa paura, perché vuol dire che la sua costante lotta contro la violenza e l’odio non sta cogliendo i frutti sperati, “se ancora ci sono in giro persone che pensano di risolvere le proprie sconfitte personali picchiando il prossimo, siamo ancora in una società lontana dalla civiltà”. Ed è proprio la paura che si fa strada quando si legge, tra i numerosi post che chiedono giustizia per Willy, alcuni che invece lo classificano come “solo un immigrato” o che addirittura gioiscono perché “uno scimpanzé è stato tolto da mezzo”. Il timore è che il significato di civiltà sia ben lontano dal rientrare tra le parole del dizionario di questa società.

Della vita condotta da Willy prima dell’aggressione si è discusso tanto, quasi fosse doveroso porre l’accento su quanto fosse un bravo ragazzo, uno studente diligente e un grande lavoratore (la sera dell’aggressione aveva finito il turno nel locale in cui lavorava come aiuto cuoco da quasi due anni). Sono stati sottolineati tutti i suoi pregi e sono stati posti sotto i riflettori il colore della sua pelle e le sue origini (italo capoverdiane). Il suo curriculum, di ragazzo di appena ventuno anni, è stato setacciato riga per riga alla ricerca di non si sa bene cosa. Forse scoprire che aveva dei precedenti, di qualsiasi genere, avrebbe reso meno grave la sua morte? Forse se fosse stato lui a dare inizio alla rissa chi voleva avrebbe potuto nascondersi dietro un “se l’è cercata!”, incolpandolo della sua morte? Ed è questo, il solo pensare che una persona possa essere allo stesso tempo vittima e colpevole, che ci allontana così tanto dall’essere una società civile.

Pochi giorni prima che la tragedia di Willy fosse compiuta, un suo coetaneo, Anwar Seid, è morto investito da un auto, che non si è neanche fermata a prestare soccorso, nel tentativo di fuggire dal centro di accoglienza Villa Sikania di Siculiana ad Agrigento. Luogo dove oltre cento migranti provenienti da diversi paesi (Eritrea, Sudan, Nigeria, Somalia e Tunisia), dopo lo sbarco a Lampedusa, sono stati portati con l’obbligo di osservare la quarantena prevista per il contenimento della diffusione del Covid-19. Tutto come previsto, eccetto per il fatto che i giorni da 15 sono diventati 30. Un centro con la capienza per ospitare, in tempi normali, 116 persone ora, quando le misure di contenimento sono ancora attive, ne ospita all’incirca lo stesso numero. Persone che usano lo stesso bagno e la stessa doccia rischiando di contagiarsi a vicenda. Senza che nessuno gli abbia fornito alcuna spiegazione del prolungamento della quarantena. E mentre loro chiedono di poter avere informazioni certe, di sapere perché sono chiusi in un centro, definito dallo stesso sindaco di Siculiana, Leonardo Lauricella, “non idoneo” da oltre un mese, Anwar Seid ha cercato di conquistarsela da solo la libertà. Come se rischiare la vita in mare aperto non fosse già abbastanza per ottenerla. Lui, come Willy e tanti altri, hanno pagato un prezzo troppo alto per una società che, pur definendosi a parole antirazzista, nei fatti rappresenta nettamente l’opposto. 

È arrivato il momento di rendersi conto che il movimento Black Lives Matter, nato negli Stati Uniti nel 2013, non è circoscritto esclusivamente alla realtà americana. Il razzismo in Italia c’è ed è istituzionalizzato, interiorizzato ed è presente in ognuno di noi che siamo cresciuti e viviamo in una società razzializzata. Viviamo di stereotipi radicati. Dalla pubblicità di Calimero nel Carosello del 1963 che ha portato avanti il mito del “nero=sporco”, fino a pochi giorni fa quando dei rappresentati della Lega di Val Brembana (Bergamo) hanno richiesto al prefetto del capoluogo che i “richiedenti asilo” utilizzino bus ed orari diversi rispetto agli studenti perché “spintonano e sgomitano e vista la loro stazza occupano troppo posto sul bus”. Probabilmente seguendo l’esempio del loro leader Matteo Salvini che nel 2009, quando ricopriva il ruolo di consigliere comunale della Lega Nord, propose di dividere le carrozze della metropolitana: alcune per i soli milanesi, altre riservate agli immigrati

Il movimento Black Lives Matter sta cercando di rendere innegabile l’esistenza di continue discriminazioni e violenze che si verificano quotidianamente, ma non può sperare di sconfiggere, da un giorno all’altro, un razzismo radicato. Come il movimento #MeToo, nato nel 2017, non è riuscito ancora ad abbattere la cultura sessista presente nel mondo. Perché non basta un hashtag di tendenza o indignarsi per una morte – e a distanza di poche ore dimenticarsene – per definirsi antirazzisti ed essere certi di avere la coscienza pulita. Bisogna agire, ammettere che c’è un problema e mobilitarsi per cambiarlo. Un lavoro a cui nessuno dovrebbe sottrarsi o ritenersi esente. Perché fino a quando un ragazzo che vuole sedare una rissa finisce per rimetterci la vita ed anche una singola persona lo discrimina come “solo un immigrato” anziché condannare gli artefici di quella violenza, la società non conoscerà mai il significato della parola “civiltà”. Fino a quando ad una donna che subisce una violenza verrà chiesto com’era vestita o un primario di un ospedale si sentirà protetto nel giudicare l’orientamento sessuale di un paziente etichettandolo come “frocio di merda”. O ancora, alla notizia di un barcone di immigrati esploso ci sarà qualcuno pronto a commentare “cibo per i pesci”. Fin quando a qualsiasi forma di violenza, psicologica o fisica, si possa pensare di trovare un qualsiasi tipo di giustificazione, nessuno di noi potrà definirsi innocente perché non saremo altro che complici silenziosi di una società colpevole.

Annaclaudia D’Errico