25 Aprile: ieri, oggi, domani

Oggi ricorre una data importantissima per l’Italia e per gli italiani, sia a livello politico che a livello militare, in quanto è il simbolo della lotta di Resistenza attuata dai Partigiani durante la seconda guerra mondiale contro il governo fascista e l’occupazione nazista. Onorare questa giornata significa ricordare il sacrificio di migliaia di uomini e donne che, armati soltanto di speranza e giustizia, liberarono il nostro Paese dalla dittatura nazifascista. 

Il 25 Aprile è un fatto storico, un momento preciso della realtà, ricordato come il culmine della fase militare della Resistenza. Ma è, col tempo, diventato molto di più. Si è trasformato in un’ideale, in un progetto, in un insieme di valori, che ha toccato anche la nostra Costituzione. L’antifascismo non è più solo l’opposto del fascismo, ha ormai superato il confine dell’essere solo la negazione di un male, diventando la forte affermazione di libertà e democrazia. Principi cardini che nella Costituzione sono stati ribaditi sia nella sua prima parte, quella dedicata ai cittadini, che nella seconda, quella relativa alla strutturazione dell’ordinamento giuridico. Inviolabile è l’aggettivo che i nostri costituenti hanno utilizzato per descrivere la nostra libertà personale, a cui hanno aggiunto quella di riunione, di associazione, di manifestazione del pensiero. Libero e uguale, i termini usati per descrivere la nostra arma più potente: il voto. Il sesso, la razza, la lingua, la religione, le opinioni politiche, le condizioni personali e sociali sono espressamente dichiarati non determinanti per la considerazione dell’essere umano. Perché a tutti, ma proprio a tutti, è riconosciuta la dignità sociale. Indipendentemente da qualsiasi fattore. La Resistenza è stata spesso considerata come qualcosa che semplicemente si contrappone ad altro. Il protagonista che esiste solo in funzione di un antagonista. Ma non è più così. La Resistenza e l’Antifascismo sono diventati, ormai, la trave portante della nostra società e del nostro essere libere persone.

Nonostante l’imprescindibile valore storico della giornata di oggi, negli ultimi anni a causa della nuova ascesa dell’estrema destra, è stata riabilitata la possibilità di dubitare della legittimità di festeggiare questa giornata. Le manifestazioni in onore di chi, per anni, ha negato proprio quella libertà democratica di cui oggi avremmo estremamente bisogno di discutere, stanno attraversando tutta la penisola, dallo striscione in onore di Mussolini esposto a Piazzale Loreto dagli ultrà, all’assenza di Matteo Salvini (allergico seriale al 25 aprile) alle celebrazioni ufficiali in ricordo della liberazione dal nazifascismo, paragonate dal ministro dell’interno a un “derby tra fascisti e antifascisti”. L’attribuzione di un carattere divisivo alla festa della liberazione da parte di un leader politico è estremamente deleteria per il momento storico in cui viviamo e l’idea che il concetto di libertà possa non essere condiviso e difeso da tutti è sconcertante. Sembra propagarsi sempre più una sottile volontà di eliminare il ricordo di quegli avvenimenti, cancellare la memoria di quegli avvenimenti, creando una nuova unità, un neonato agglomerato di cittadini che non sanno o, ancor peggio, non si interessano alla celebrazione di quei diritti che, un tempo, avevano perso.

Durante questo giorno si dovrebbe riflettere di più su cosa stiamo festeggiando e sul vero senso della parola liberazione o di quella che, ad oggi, dovrebbe chiamarsi libertà. Siamo davvero liberi? Una domanda che dovremmo porci ogni giorno e non solo quando c’è una data in rosso sul calendario a ricordarcelo. I nostri antenati erano partigiani, sono morti e hanno lottato per far cadere un regime di restrizioni e violenza e probabilmente non sarebbero orgogliosi della realtà che stiamo vivendo oggi e di ciò che si sta costruendo per il futuro. Ricordare il passato fa bene, ma solo se riesce ad essere una buona base per il presente e gli anni a venire. Perché non basta ricordare solo una volta all’anno se per il resto dei giorni si continuano a fare gli stessi errori. Magari anche in modi e contesti diversi, ma pur sempre facendo, troppi, passi indietro. 

La Redazione