Unisa di plastica

L’importanza di differenziare in modo specifico i rifiuti va di pari passo con la consapevolezza che prevenirne la formazione sarebbe meglioUna struttura accademica che ospita quotidianamente un numero elevato di soggetti, che propugna il rispetto dell’ambiente, che investe nella formazione di nuovi operatori nel settore ecologico, non può prescindere da questa considerazione. Soprattutto se è ben consapevole che la presenza di punti ristoro e distributori automatici potrebbe influire sulla quantità dei rifiuti prodotti nella struttura accademica.

Il riferimento va alla plastica monouso impiegata nei bar e nei distributori per il consumo di caffè, acqua e altre bevande. La quale, secondo il piano di raccolta differenziata dell’ateneo, non viene posta in specifici recipienti destinati unicamente alla raccolta di questo materiale, ma viene sparpagliata tra il Multimateriale e l’Indifferenziato. L’Università di Salerno avrà anche a cuore il tema dell’inquinamento ambientale, ma nei confronti della plastica sembra aver adottato un atteggiamento piuttosto permissivo: ne consente un incondizionato utilizzo e non si preoccupa di separarla dagli altri materiali. Eppure basterebbe poco per assumere, almeno in apparenza, l’aspetto di un ateneo d’avanguardia.

I bicchieri per le bevande e le palettine utilizzate per mescolare le miscele potrebbero essere sostituiti da materiali fatti con bioplastiche ricavate da materie prime vegetali che impiegherebbero solo qualche mese per decomporsi a differenza dei mille richiesti per la plastica sintetica. Basterebbe che la Fondazione Universitaria, nel bando tramite il quale regolarizza i servizi di ristoro, chiedesse all’azienda aggiudicatrice di essere al passo con i tempi, di adeguarsi ai primi segnali europei che prevedono la graduale sostituzione della plastica monouso a favore dell’adozione di materiali alternativi più rispettosi dell’ambiente.

Alle bottigliette di plastica invece dovremmo solo imparare a dire addio. Queste possono essere definitivamente sostituite dall’installazione di impianti di erogazione di acqua posti all’interno dell’ateneo. Si chiamano Case d’Acqua e sono molti i comuni e le università che le hanno preferite ai tradizionali distributori. Le strutture permettono di bere acqua liscia, leggermente frizzante e frizzante, senza un limite di utilizzo. La loro presenza permetterebbe non solo di salvaguardare l’ambiente relativamente alla formazione di rifiuti ma contribuirebbe anche alla riduzione dell’inquinamento di emissioni di CO2, di acqua e petrolio nella produzione. Usufruire di questi impianti consentirebbe inoltre di ridurre la spesa economica dell’ateneo perché verrebbero meno i costi di realizzazione delle bottiglie e il trasporto su tir delle stesse. Soltanto a Fisciano, dove ha sede il campus più grande, il comune ha installato due case d’acqua (una, tra l’altro, vicina alle residenze studentesche). 

Le soluzioni, dunque, esistono e sono a portata di mano. Servirebbe solo che l’ateneo decidesse di impiegarleUn serio rispetto dell’ambiente presupporrebbe che non ci si interrogasse sullo stato dei rifiuti soltanto quando questi si formano nelle pattumiere, ma che ci si impegnasse innanzitutto a prevenirne la formazione e a considerarne sempre il riutilizzo facendo attenzione a non contaminarne le parti essenziali. L’espressione “gettare via”, tanto vicina all’idea di allontanare qualcosa da noi per potercene dimenticare inizia ad essere, oggi, obsoleta e inadatta a descrivere il nuovo approccio che dovremmo avere nei confronti dei rifiuti. In questo senso, una struttura accademica, che raccoglie quotidianamente un numero considerevole di soggetti, non può non tenere conto della potenziale quantità di rifiuti che ognuno di questi potrebbe formare e non può quindi sottrarsi alla responsabilità di trovare soluzioni e materiali alternativi.

Articolo tratto dall’inchiesta “Quanto è green l’Unisa?” sviluppata nel bollettino informativo “Interferenze“.

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