Trivelle: cortocircuito ambientale

Trivelle: cortocircuito ambientale

Il ministero per la Transizione ecologica, guidato da Roberto Cingolani,  ha dato un parziale via libera alla perforazione di almeno 20 nuovi pozzi per estrarre petrolio e gas metano in Italia, i progetti delle società petrolifere Po Valley, Siam e Eni hanno ottenuto un esito positivo alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) pur comprendendo uno sfruttamento dei giacimenti situati nel mare Adriatico, nel Canale di Sicilia e nel sottosuolo dell’Emilia-Romagna (Modena e Bologna). Questi decreti si allontanano di molto dalla transizione ecologia auspicata dal MiTE – istituito nel febbraio del 2021 – che prevede l’abbandono delle fonti fossili (come petrolio e gas metano) ed il passaggio a quelle energetiche rinnovabili. Un paradosso che ha trovato il dissenso delle principali organizzazioni ambientaliste quali WWF, Legambiente e Greenpeace. In unico comunicato, le associazioni hanno sottolineato, per l’ennesima volta, l’assenza di una legge che stabilisca un chiaro termine ultimo di validità delle concessioni di coltivazioni e che preveda, di conseguenza, un fermo di tutte le attività ad esse correlate oltre che un fermo delle autorizzazioni per nuove attività di ricerca e prospezione degli idrocarburi “per una emancipazione definitiva dalle fonti fossili del nostro Paese dotandoci da subito di una exit strategy dalle trivellazioni, investimenti per una svolta davvero verde e non lo svincolo di permessi per le fossili”. Un obiettivo che l’Italia dovrebbe impegnarsi seriamente a perseguire, in quanto stato membro dell’Unione Europea e quindi obbligato a rispettare il progetto Green Deal – la tabella di marcia per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050 -, se la mera sostenibilità ambientale e la tutela della biodiversità non fossero un motivo sufficiente.

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?” è il testo che il popolo italiano si è ritrovato nelle urne il 17 aprile 2016, poco più di cinque anni fa. L’incontro referendario aveva lo scopo di promuovere l’allontanamento dell’Italia dall’estrazione di idrocarburi in mare chiedendo che venisse abrogato l’articolo che consente che la concessione duri fino all’esaurimento vitale dei giacimenti. Vinse il sì (85,85% dei voti validi) ma non si ebbe alcun effetto giuridico visto che il quorum non fu raggiunto (votò il 31,19% degli aventi diritto). A partire dal 2013 vennero proibite le perforazioni nelle acque territoriali (entro le 12 miglia dalle coste), nelle aree marine protette e nel mar Tirreno, ma le concessioni antecedenti questa data continuano ad essere valide fino all’esaurimento vitale delle risorse. Un fattaccio, che forse si sarebbe potuto evitare se entro il 13 febbraio si fosse approvato il Pitesai (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee) con lo scopo di individuare aree specifiche per lo svolgimento delle attività di ricerca ed estrazione di combustibili fossili. Ma, anche questo, è davvero il passo giusto? L’ONU ha detto chiaramente che è “assolutamente verosimile che l’uso dei combustibili fossili sia la causa principale del riscaldamento globale degli ultimi cinquant’anni”. Perché, allora, non chiudere definitivamente questo capitolo assumendo lo stesso atteggiamento che hanno ad esempio assunto Francia e Danimarca? Il paese tra i maggiori produttori di petrolio dell’Unione Europea, ossia la Danimarca, ha eliminato le concessioni future e imposto la fine entro il 2050 della produzione attuale. Un punto fermo, rappresentato dalla decisione del Parlamento che ha previsto finanziamenti per consentire la transizione della classe lavoratrice impiegata in questo settore. Un approccio più serio, diretto ed omogeneo è ciò che chiedono le associazioni ambientaliste. Un intervento di moratoria generalizzato come quello francese del 2016, che dia l’inizio al processo di decarbonizzazione, di smantellamento delle piattaforme già autorizzate. Sono in fondo le richieste dell’Europa, delle associazioni ambientali e anche degli stessi cittadini che già quattro anni fa si espressero sul tema. Sono pur sempre 13 milioni, se non di più ora, a dire che sognano un mare libero non solo dalla plastica, ma anche dalle trivellazioni.

“Vogliamo parlare di occupazione? Una riconversione energetica nel nostro Paese non farebbe bene solo a clima e ambiente, ma anche a economia e lavoro. Secondo il nostro studio Italia 1.5, potrebbe infatti portare entro il 2030 alla creazione di 163 mila posti di lavoro, ovvero un aumento dell’occupazione diretta nel settore energetico pari al 65 per cento circa.” Per Greenpeace riconvertire le risorse energetiche del paese significa contribuire non solo all’ecosistema, ma rimpolpare anche il settore occupazionale relativo alle questioni ambientali. Nello studio “Italia 1.5” condotto dall’organizzazione, contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C, oltre ad andare incontro alle preoccupazioni della comunità scientifica, creerebbe entro il 2030 163.000 posti di lavoro, aumentando del 65% l’occupazione diretta nel settore energetico. Mettere fine all’estrazione di idrocarburi è quindi da considerare per Greenpeace una vera  possibilità di creare un beneficio a livello sistemico. I passi compiuti verso una corretta salvaguardia dell’ambiente sono stati fatti, ma non in avanti, come afferma il Forum H2o per i diritti dell’acqua, che ribattezza il nuovo ministero definendolo “di finzione ecologica”. “Oltre ai rischi e alle criticità insiti in ogni singolo progetto, per incidenti (recentemente in Croazia una piattaforma si è inabissata per il maltempo, per dire), perdite, scarichi, la cosa grave è che ci si allontana sempre di più dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul clima, che poi a chiacchiere tutti dicono di voler rispettare”. In un mare già invaso da trivelle (Nel 2019 la Croazia, nonostante lo stop cercavo petrolio intorno alle isole di Pelagosa), la perforazione dei 20 nuovi pozzi annunciata da Cingolani non collima di certo con l’idea di transizione ecologica: il nuovo ministero sembra compiere un salto indietro per la sostenibilità.

 

La Redazione