Tirocini e stage: l’invito dell’Unione Europea

Tirocini e stage: l’invito dell’Unione Europea

L’8 ottobre 2020 il Parlamento Europeo ha approvato la proposta di legge “Risoluzione sulla garanzia per i giovani” con 574 voti a favore, 77 contrari e 43 astenuti. Formalmente, la decisione ha riconosciuto i tirocini e gli stage non retribuiti come forma di sfruttamento giovanile, però limitandosi semplicemente ad invitare – e non obbligare – gli Stati membri dell’Unione Europea a mettere in atto leggi che garantiscano una formazione personalizzata e di buona qualità. Un ambiente di lavoro stimolante, un trattamento equo e paritario con periodi di prova ragionevoli, sono gli obiettivi che il Parlamento cercherà di raggiungere con l’ausilio di tutti gli Stati. Una decisione presa anche sulla base dell’intento di incrementare i finanziamenti destinati al sistema “Garanzia Giovani”, avviato 2014 dopo che il tasso di disoccupazione giovanile ha superato il 50%. Lo stesso Parlamento europeo ha iniziato a pagare i suoi stagisti solo due anni fa. Dal 2018, i tirocini, sia per laureati che per studenti, prevedono un’assicurazione sanitaria, un salario che varia da 800 a 1.300 euro al mese e possono essere svolti in uno dei luoghi di lavoro ufficiali del Parlamento (Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo) o presso gli Uffici di collegamento negli Stati membri.

In Italia, dal 2015, è previsto un rimborso spese per gli stage extracurriculari e il compenso varia di regione in regione oscillando tra i 300 e gli 800 euro, ma per quelli curriculari al momento non è prevista alcuna tutela. Tra le università italiane con particolari esperienze nell’ambito del tirocinio si colloca sicuramente quella di Salerno. Ritenuto da tutti un percorso che dovrebbe risultare formativo per gli studenti che lo affrontano, all’atto pratico la situazione cambia traducendosi in ore passate a catalogare libri o accanto ad una fotocopiatrice. Infatti, le testimonianze raccolte tra i tirocinanti parlano di giorni trascorsi a studiare ed altri passati a guardare gli impiegati regolari nello svolgimento delle loro mansioni senza poter toccare con mano l’esperienza lavorativa. Trascurati o costretti a svolgere compiti che nessuno vuole fare, è questo il destino di coloro che devono conseguire le 150 ore di tirocinio previste dai propri corsi di laurea. La campagna “Riscatto”, condotta da Rete della Conoscenza nel 2017, tramite un’indagine partita nei vari atenei ha evidenziato tre criticità principali nell’ambito dei tirocini: assenza di regolamentazione, il percorso di tirocinio usato come tappabuchi per coprire le mancanze in determinati settori e la preferenza del datore di lavoro ad assumere i tirocinanti anziché personale addetto data la possibilità di dare ai primi uno stipendio più basso.

Tirocini di qualità con un piano formativo ben definito, un tutor che abbia le competenze necessarie nel seguire il singolo studente, orari compatibili con il percorso di studio, rimborso spese ed una normativa che tuteli a tutti gli effetti ogni tipo di tirocinio, che sia esso curriculare o extracurriculare. Erano questi gli elementi alla base della campagna che le associazioni hanno portato avanti. La risposta arriva con un po’ di ritardo dal Parlamento Europeo e con un atto che lascia quasi completa libertà agli Stati membri. La speranza che l’Italia, che ha registrato un tasso di disoccupazione giovanile pari al 32%, metta in atto in breve tempo l’invito dell’UE è pressoché flebile.

Puntare sui giovani, offrendogli una giusta formazione, significa investire sul futuro del paese. Garantire loro le basi per entrare nel mondo del lavoro senza sentirsi spaesati o abbandonati dovrebbe rientrare tra i principali obiettivi comuni a cui i maggiori vertici politici dovrebbero aspirare. Che si inizi dalle realtà scolastiche e accademiche, come l’alternanza scuola-lavoro e i tirocini universitari presenti nei diversi corsi di laurea, a fare la differenza dando alle nuove generazioni le opportunità che meritano e le tutele necessarie.

Annaclaudia D’Errico