Tenet, scontro tra tempi irreali

Tenet è il nuovo film, tanto atteso, del regista Christopher Nolan, e per molti è stato anche il film per cui si è tornati al cinema dopo il lockdown.

L’idea di fondo risulta molto semplice: un operativo americano senza nome, che lavora con la CIA, partecipa a un’azione in Ucraina, durante un attentato terroristico in un teatro dell’opera. Scoprirà che questa operazione era anche un test per mettere alla prova non solo la sua fedeltà all’Agenzia, ma pure la sua propensione a rischiare la vita per salvare persone innocenti. Viene così introdotto in un programma misterioso e compartimentalizzato, dove i partecipanti sanno solo quello che devono sapere.

Il cinema di Nolan ha sempre fatto discutere, Tenet accusato di essere un film “senz’anima”. Quest’anima c’è, ma è fatta di tecnica legata all’arte del cinema concreto e reale. Com’è noto, Nolan predilige l’effetto speciale davanti alla cinepresa, piuttosto che la postproduzione digitale, preferisce distruggere un’auto sul set, che affidarsi alla computer grafica. Così come in Interstellar, le straordinarie implicazioni della relatività ristretta e generale gli hanno consentito di costruire il suo congegno temporale senza ricorrere a vedere “macchine del tempo”. Non ci sono particolari espedienti narrativi, tutto segue un flusso unidirezionale e tutto avviene contemporaneamente sullo schermo.

Come ci viene ricordato all’interno della pellicola, Tenet non va capito ma va sentito. Cercare di capire tutto durante la visione vi farebbe rischiare di bloccarvi o perderci alcuni dei momenti più importanti e, di conseguenza, vi rovinerebbe l’esperienza. Per tenerci attivi, Nolan, cambia il ritmo del film, lo riavvolge su stesso, lo movimenta e lo porta a una conclusione che si riallaccia all’incipit. Christopher Nolan scrive e dirige il lungometraggio più quadrato (come il quadrato del SATOR a cui si ispira), chiaro e comprensibile, senza mascherarsi dietro trucchi visivi eccessivamente barocchi, proseguendo il trend di Dunkirk.

Addirittura prende in giro la sua tendenza agli spiegoni con cui tentava di rendere scientificamente plausibili le sue produzioni precedenti. Quando in Tenet si sta per approcciare un tema eccessivamente didascalico o prolisso, il regista taglia bruscamente la scena. Se da un lato la pazienza dello spettatore è molto apprezzabile, dall’altro il montaggio risulta in certi momenti troppo affrettato, con il rischio di perdere il filo degli eventi. La cosa risulta comunque difficile, vista l’estrema chiarezza della narrazione.

Nonostante la confusione e tutto il mindblow che ti crea questo film, quello che sai è che hai assistito ad un grande spettacolo, costato tanto in termini di risorse e di idee. Stavolta il viaggio nolaniano è in tono minore, un palindromo imperfetto come il cognome Nolan.

Chiara Napoli