Il 22 ottobre 2009, per mano delle forze dell’ordine, moriva Stefano Cucchi. Arrestato, picchiato, processato, invisibilizzato, e infine morto. Solo 13 anni dopo la Cassazione ha condannato in via definitiva i carabinieri autori del pestaggio a 12 anni di reclusione. Stefano Cucchi è morto non solo per mano di chi ha usato violenza nei suoi confronti ma anche per mano di un sistema, sanitario e giudiziario, che ha mostrato disinteresse per la sua condizione nonostante la presenza evidente di segni di violenza.
I fatti sono accaduti circa otto anni dopo quelli di Genova 2001, quando Amnesty International definì la violenza delle forze dell’ordine nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto come “la più grave sospensione dei diritti democratici in Occidente dopo la seconda guerra mondiale”. Le condanne che ne seguirono furono più simboliche che effettive vista l’assenza dei codici identificativi che ha impedito il riconoscimento di diversi agenti e l’assenza del reato di tortura, nonostante l’Italia fosse obbligata a introdurlo già dalla Convenzione ONU del 1984.
Secondo un’indagine partita dal basso da diverse realtà e organizzazioni come Amnesty International, Stefano Cucchi Onlus, Osservatorio repressione, dal 2000 ad oggi ci sono stati almeno 67 decessi causati dalle forze dell’ordine durante le operazioni di fermo e controllo. Non essendovi dati ufficiali al riguardo, è altamente probabile che il numero di chi è morto sia molto più alto di quello qui indicato.
Uno degli ultimi casi giunti alla cronaca è quello di Igor Squeo, morto in seguito a un intervento di polizia nella sua abitazione. La procura ha richiesto l’archiviazione del caso due volte ritenendo la morte causata da un’overdose. Tuttavia, gli evidenti segni di violenza sul suo corpo (di cui la madre sta diffondendo le immagini affinché vi sia maggiore sensibilizzazione sul caso), l’uso del taser (che non è più stato trovato) e le testimonianze dei sanitari lì presenti che hanno detto di aver visto Igor Squeo ammanettato e con agenti intenti a praticare manovre costrittive, sollevano dubbi che andrebbero indagati.
Sekine Traoré è stato ucciso da un carabiniere che gli ha sparato un colpo di pistola nonostante fosse solo nella tenda in cui è stato trovato (mentre gli agenti erano in sei). Aldo Bianzino, posto in arresto insieme alla moglie per aver coltivato qualche piantina di mariujiana in casa per uso personale, è stato trovato morto a 48 ore dal suo arresto. Davide Bifolco è stato ucciso da un carabiniere che lo stava inseguendo pensando fosse (erroneamente) un ladro in fuga. Ma possiamo citare Aldrovandi, Ferrulli, Magherini, Latif, i quattordici morti in carcere dopo le proteste del 2020, e chissà quanti nomi e storie che non sono neanche noti alla cronaca.
Nonostante gli evidenti e numerosi casi di abuso delle forze dell’ordine, la politica italiana non riesce ancora ad aprire un dibattito su questo, preferendo e favorendo un atteggiamento di protezione e sostegno indiscusso alle forze dell’ordine. Ad oggi non ci sono interventi normativi per l’introduzione dei codici identificativi, nonostante il Consiglio d’Europa abbia, già nel 2001, chiesto agli Stati membri di intervenire al riguardo. Il recente ddl 1660 ha ampliato le tutele degli agenti: intensificazione delle aggravanti per chi oppone resistenza nei confronti delle forze dell’ordine, copertura legale in caso di indagini per fatti inerenti ad azioni svolte durante il servizio, possibilità di detenere un’arma personale anche al di fuori dell’orario di servizio.
Continua a persistere nel nostro paese il preconcetto che le forze dell’ordine agiscano sempre e solo nell’interesse della collettività, che le loro azioni siano sempre giustificate in termini di necessità e che chi si ritrova dall’altra parte (manifestanti o passanti) sia colpevole di ciò che gli è accaduto.
La violenza ingiustificata, immotivata e sempre sproporzionata delle forze dell’ordine è il fallimento di tutto quello su cui si regge lo Stato di diritto e i più basilari principi di diritto penale. Tutto il lavoro che viene condotto in termini di sensibilizzazione sui diritti dei detenuti e, più in generale, delle condizioni in cui versano i carceri, si infrange contro il clima di impunibilità e omertà nel quale gli agenti di polizia usano violenza e provocano morte.
Tutto questo avviene con il beneplacito della politica italiana che non osa ancora accettare una verità che i dati dimostrano con chiarezza, ossia che nel nostro paese si muore anche per violenza di Stato.


