Sognare un campus più aperto

Tra le 18:30 e le 19:00: è generalmente l’orario di chiusura degli edifici dell’ateneo salernitano e il termine ultimo della maggior parte delle attività. I corsi, le biblioteche, la navetta, gli edifici – raggiunto quest’orario – iniziano ad avviarsi verso la conclusione delle loro mansioni. Minuto in più, minuto in meno. Fa eccezione soltanto la mensa di Fisciano che resta aperta fino a sera per garantire l’ultimo pasto della giornata.

Il tema degli orari di apertura e chiusura del campus, facilmente declinabile nella più generale questione della vivibilità del campus, è un argomento su cui per tanto tempo si sono interrogati studenti e governance e che oggi sembra essere diventato un vero e proprio bisogno per la classe accademica. Avvertito non solo dagli studenti, ma anche dai docenti e dai candidati alla carica di Rettore 2019-2025 che con i loro programmi hanno immaginato un progetto in grado di allargare finalmente i limiti temporali delle attività interne all’università. Tematica che dovrà toccare anche il campus di Baronissi, e non solo quello di Fisciano, dal momento che tra i due è quello che già da ora lamenta le difficoltà più profonde: è sprovvisto di collegamenti serali da e per Fisciano, la mensa non offre un pasto serale e la biblioteca (quando è aperta) chiude alle 17:00.

Un campus più aperto significa offrire maggiori possibilità agli studenti di usufruire dei servizi dell’ateneo: a partire dalla mensa serale su cui potrebbero fare affidamento anche i non fuori-sede se non avessero l’ultima corsa del pullman alle 18:00. Gli studenti potrebbero studiare più a lungo in biblioteca e soprattutto potrebbero farlo anche dopo gli ultimi corsi della giornata senza dover interrompere il flusso di studio nel bel mezzo del pomeriggio. Potrebbero organizzare al meglio le proprie attività anche sportive, associandole prima o dopo le lezioni o lo studio, usufruendo di un servizio di trasporto che li aiuti, seppur con corsi a Fisciano, a raggiungere il campus di Baronissi per le tante attività sportive che lì si praticano. Significherebbe, in generale, poter organizzare le proprie giornate in modo organico senza dover necessariamente scegliere una sola tre le tante attività offerte per il poco tempo a disposizione. Si darebbe la possibilità agli studenti di usufruire dei servizi senza dovervi rinunciare perché in difficoltà con i tempi o perché sempre soggetti agli orari degli autobus. Problematiche che avvertono in particolar modo i fuori-sede, e soprattutto in relazione al fine settimana, che il più delle volte si ritrovano bloccati nelle proprie stanze non solo per la carenza degli autobus ma anche per l’assenza dei servizi interni al campus.

Tutte queste limitazioni offrono l’immagine di una struttura accademica dove la partecipazione alle attività è da circoscrivere in giusto qualche ora alla giornata, escludendo la sera e il fine settimana. Ciò comporta anche una disaffezione verso l’ambiente da parte degli studenti che finiscono per considerare quei luoghi come quelli in cui preparare un esame o prendere appunti, invece che sperimentare nuove attività o assistere a eventi diversi da quelli della settimana. Immaginate un cineforum organizzato di sabato sera, una mostra d’arte di domenica mattina, un seminario di sabato pomeriggio, immaginate degli spazi, quelli a cui siamo abituati ogni giorno, vestirsi di sera e nel fine settimana con degli abiti nuovi dove non si è più solo studenti fruitori di un campus ma protagonisti di un nuovo momento culturale.

Vien da sé che l’immagine a cui si fa riferimento è quella di un’università che in un comune non si senta solo proprietaria di una porzione di terra, ma diretta interlocutrice dell’ambiente in cui si trova. Con il quale organizzare attività, mettendo a disposizione i suoi luoghi e il suo sapere. Dove gli spettatori non sono solo studenti in sessione ma tutta l’utenza del paese: uno spazio quindi senza limiti (comune/università), dove la cultura diventa strumento di aggregazione tra parti che in settimana corrono su strade diverse. Un progetto per la cui realizzazione i fondi universitari non basterebbero, ma che si potrebbero aggiungere a quelli del comune, della provincia e della regione. Un nuovo dialogo con il territorio. Che sappia dare agli studenti non solo un’ora in più all’università prima di prendere il pullman ma un nuovo modo di intendere e vivere la vita accademica.

Riallacciare i rapporti con il territorio (magari rendendosi portatori di interessi imparziali lasciando ad un altro spazio il campo della politica), lavorare ad un nuovo progetto comune di università e società (che non sia solo quello pensato dalla governance) è uno dei propositi su cui i candidati alla carica di Rettore hanno posto la propria attenzione. Indice del fatto che ormai l’ateneo sembra essere sempre più relegato a se stesso, aspetto che influenza enormemente il rapporto studente-università. Non più solo un desiderio della comunità studentesca, ma quello di un intero ateneo che, anche per sua definizione, non può più restare distante dalle possibilità che gli si aprirebbero se accettasse di rendersi davvero aperto.