Smart Working: un modello di lavoro alternativo

Quella dello smart working è una realtà con cui, in un delicato momento storico come quello che stiamo attualmente vivendo, la maggior parte dei lavoratori si sono dovuto confrontare. Tuttavia, questa determinata modalità lavorativa non nasce di certo oggi, infatti in molti paesi europei è già presente da un po’ di tempo. In Italia, molti associano l’idea dello smart working con quella del telelavoro, nonostante le terminologie siano diverse. Mentre la seconda si riferisce ad un’altra tipologia di contratto, lo smart working presenta un differente approccio alla realtà lavorativa, che si distacca da quello tradizionalista a cui molti lavoratori in Italia sono abituati. Un primo essenziale cambiamento è relativo all’idea in sé di lavoro. Non bisogna ragionare più per ore svolte, bensì per obiettivi raggiunti. Inoltre, un rapporto di fiducia con i propri collaboratori è imprescindibile, perché questi hanno più autonomia nel portare a termine i progetti prefissati. 

Il paese dove vi è un numero più alto di lavoratori che regolarmente svolgono attività di smart working è l’Olanda, seguita da Finlandia e Lussemburgo. L’Italia si colloca in fondo alla classifica, dato che solo il 3,6% dei lavoratori dipendenti pratica questo tipo di modalità lavorativa. Ad aver mosso più passi nella direzione smart working, in Italia, sono state le grandi imprese: nel 58% dei casi analizzati avevano già in campo iniziative strutturate in questo settore. Gli ostacoli, per le piccole e medie imprese oltre che per la pubblica amministrazione, nel mettere in atto questa pratica possono essere di diversa natura tra i quali troviamo quelli relativi all’investimento nella tecnologia e nella formazione per l’uso delle piattaforme digitali. E, come in tutte le novità, l’inizio rappresenta sempre un momento cruciale. «Nelle prime fasi bisogna anche mettere in chiaro una strategia su come gestire le urgenze», spiega Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, «nella routine quotidiana la gestione e, soprattutto, la presa delle decisioni può fluire facilmente, mentre in caso di un intoppo bisogna avere chiaro come agire e attraverso quali strumentiÈ necessaria un’azione di sensibilizzazione e formazione che permettano di passare a una nuova organizzazione senza troppe difficoltà». È importante cercare di cogliere i lati positivi, come una maggiore flessibilità, ed avere un’adeguata formazione per svolgere al meglio l’attività di smart working. 

Un ulteriore ostacolo, probabilmente legato al primo, è quello della velocità della connessione internet. Secondo l’ultimo rapporto Istat “Cittadini, imprese e Ict”, nel 2019 un italiano su tre non ha mai usato Internet, il 25% delle famiglie non ha una connessione, e oltre il 41,6% di coloro che usano la rete internet ha competenze digitali basse. Il rapporto Desi (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società) della Commissione europea situa l’Italia in buona posizione rispetto alla media UE in quattro campi: connettività e servizi pubblici digitali, diffusione dei servizi di sanità digitale , open data e copertura della banda larga veloce. Tuttavia, l’Italia era al 24° posto tra i 28 paesi UE (Desi 2019) per velocità della connessione. Ad occupare i primi posti della classifica è il nord Europa con in testa Finlandia e Svezia. Il livello di competenze digitali che arriva al 76%, ben oltre la media europea, è rappresentato soprattutto da giovani donne specializzate in ICT. Inoltre, ciò che rende la Finlandia il paese europeo più digitalizzato è l’ampia disponibilità di tecnologie 5G, dove la maggior parte dei paesi UE è ancora molto indietro, e anche l’avanguardia nel campo dell’Intelligenza artificiale. L’accesso a internet non basta più per valutare il progresso digitale di una nazione: la differenza sta nella velocità di connessione. Avere delle competenze digitali avanzate e una banda ultra larga significa usufruire di più attività eseguite online e, di conseguenza, più vendita di prodotti e servizi per le piccole e medie imprese.

Questa attività, seppur messa in atto un po’ in ritardo in Italia, può davvero rappresentare un’importante svolta per quanto riguarda la mentalità lavorativa a cui quasi tutti eravamo abituati prima dell’emergenza sanitaria che ha stravolto la quotidianità di ognuno. Nonostante ciò, quello che potrebbe essere un nuovo punto di vista, più adattabile alle esigenze, per le donne non è altro che un doppio lavoro. Infatti, secondo la ricerca “#IOLAVORODACASA”, che ha visto la partecipazione di 1300 lavoratrici e lavoratori, condotta da Valore D, l’associazione che da dieci anni si impegna per l’equilibrio di genere, una donna su tre lavora più di prima. Lo smart working ovviamente richiede una grande disciplina personale, la ricerca di una postazione di lavoro tranquilla e isolata, orari determinati, tutti aspetti non facili da mettere in atto in un momento di convivenza familiare forzata. Soprattutto, quando il carico familiare continua a gravare unicamente sulla figura femminile, mentre tra gli uomini il rapporto è di 1 su 5. «La ricerca conferma che la responsabilità della cura familiare continua a gravare in prevalenza sulle donne che, soprattutto in questa situazione di emergenza, fanno fatica a conciliare la vita professionale con quella personale», spiega Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D, «Sarebbe invece auspicabile che proprio momenti di crisi come questi potessero aiutare a sviluppare una maggiore corresponsabilità genitoriale che alleggerisca la donna dal duplice carico familiare e professionale». Il carico emotivo non è di certo da sottovalutare, infatti il 40% vive questo periodo con emozioni di ansia, rabbia e confusione.

Un pensiero che si sta facendo pian piano largo tra la mente di molti è che la realtà dello smart working, una volta conclusa l’emergenza sanitaria, probabilmente non sarà completamente abbandonata ed alcune aziende magari preferiranno questa modalità. L’idea radicata del lavoro che si è svolta fino a pochi mesi fa, però, accompagna da anni la mentalità lavorativa in Italia e forse non basterà aver assaporato un senso di nuovo per surclassarla in modo definitivo, d’altronde il percorso già conosciuto è di certo quello più comodo. E nell’ipotesi in cui la strada nuova sia comunque quella prescelta, l’organizzazione è sicuramente da rivedere.

Annaclaudia D’Errico