9 maggio

9 maggio

Il 9 maggio del 1978, l’Italia fu lacerata da due tragici eventi. Due figure, distanti geograficamente ma non idealmente, furono strappate alla nazione quel secondo martedì di maggio. Condannati senza possibilità d’appello solo per aver scelto di non abbassare la testa, considerati elementi scomodi da coloro che hanno avuto l’ardire di decidere della loro vita. Il tempo, quel 9 maggio, nelle città di Roma e Cinisi – e nell’intera nazione – ha subito una battuta d’arresto di cui ancora oggi si accusano gli effetti. Ricordare, commemorare. È questo che ci viene chiesto di fare in giornate come questa ed è doveroso farlo. Per coloro che hanno combattuto affinché i termini giustizia e legalità non siano solo parole relegate in un dizionario, ma si traducano in fatti ed azioni concrete. Per chi ha usato la sua voce per denunciare e sbeffeggiare le organizzazioni criminali che si insediano anche nei vertici politici, provando a far capire a coloro che avevano paura che una via d’uscita era possibile. Due morti, avvenute a distanza di poche ore l’una dell’altra, che hanno ricevuto attenzioni e periodi di verità diversi. Due omicidi, quello di Aldo Moro e di Peppino Impastato, che rappresentano l’ennesima macchia rossa della storia dell’Italia.

“Caro Francesco, mentre t’indirizzo un caro saluto, sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te, avendo presenti le tue responsabilità (che io ovviamente rispetto) alcune lucide e realistiche considerazioni. Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione — mi è stato detto con tutta chiarezza — che sono considerato un prigioniero politico (..)”. Stralci di una lettera indirizzata a Cossiga da Aldo Moro, stralci della presa di consapevolezza, come scriveva, senza essere fagocitato “da ogni aspetto emotivo”, di esser prigioniero, distante da una realtà che aveva costruito ed immessa in un’altra, e tragica, e di durata breve: 55 giorni. Era il 16 marzo 1978, il giorno in cui il Governo Andreotti si presentava in parlamento per ottenere la fiducia. Moro fu prelevato dalla propria auto in via Mario Fani dalle Brigate Rosse. L’agguato fu rivendicato il giorno stesso con una telefonata all’agenzia ANSA, tramutando l’annuncio poco dopo nella richiesta di liberazione dei propri compagni detenuti a Torino, specificando che, in caso contrario, avrebbero tolto la vita all’ostaggio. 9 maggio 1978. Renault 4. Via Caetani, a metà tra la sede del PCI e della DC, a metà di quel “compromesso storico” non voluto. Fu rinvenuto lì il cadavere di Moro, nel bagagliaio dell’auto. “Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso: nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia». E a 43 anni dall’evento, ricordare l’assassinio di Aldo Moro e dei componenti della scorta Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino rappresenta ancora quel sentimento democratico di verità nei confronti di quegli anni di piombo che hanno caratterizzato in maniera decisiva la storia del nostro paese. 9 maggio, e ancora un altro nome da ricordare.

“Conta e cammina”. Pensa e agisci. È l’insegnamento che ci ha lasciato Peppino Impastato, cacciato di casa dal padre, divenuto attivista di sinistra e oppositore della mafia. Paura o no, Peppino Impastato osservava, rifletteva, parlava, denunciava. Era dalla parte dei contadini e dell’ambiente quando si impose la costruzione di una terza pista dell’aeroporto di Palermo  a Cinisi. Vedeva la naturale bellezza del suo paese e il modo con cui la mafia tentava di coprirla e seppellirla attraverso il cemento, il traffico di droga e l’imposizione degli interessi e del potere mafioso. Sapeva che serviva affrontarli pubblicamente e a viso aperto. Fondò “Radio Aut, Radio Libera” e raccontava di come a “Mafiopoli” un certo “Tano Seduto”, ossia Gaetano Badalamenti, tesseva la sua rete di interessi e malaffare. Per dimostrare quanto fosse possibile un altro modo di amministrare la città, si candidò alle elezioni comunali e vinse. Fu eletto Consigliere Comunale, ma non riuscì mai a coprire questo ruolo, perché morì prima. “Rivoluzionario e militante comunista – Assassinato dalla mafia democristiana” recita l’epitaffio sulla sua tomba. Per molto tempo la sua morte venne fatta passare per attentato e poi suicidio, ma l’impegno associativo che scaturì dalla morte di Peppino e che vede nella partecipazione la madre e il fratello riuscirono a far riconoscere alla magistratura il carattere di omicidio ad opera della mafia. Nel 2002 Gaetano Badalamenti venne ritenuto colpevole e condannato all’ergastolo. Un anno dopo la morte di Peppino Impastato, 9 maggio 1979, si ebbe la prima manifestazione italiana contro la mafia. Parteciparono duemila persone. Era l’inizio di un movimento culturale, sociale, trasversale che tuttora esiste e che si compone di persone di ogni genere, età e professione. L’antimafia ha messo radici profonde in questo paese, fino a diventare non più solo un movimento, una reazione a determinati eventi sconvolgenti, ma un valore. Un principio che tantissime persone rendono proprio e attraverso il quale cercano nel loro piccolo di essere quel “no”, quella contrapposizione al potere mafioso che ancora persiste nel nostro paese. Non serve riconoscersi in un simbolo, in una sigla, serve solo opporsi ai sistema di corruzione e favoreggiamento che ancora si insinuano lungo le nostre strade. È l’insegnamento che ci ha lasciato Peppino Impastato: contare e camminare, riflettere e opporsi

Il 4 maggio 2007, il Parlamento ha istituito il 9 maggio come il Giorno della memoria in ricordo di Aldo Moro e di tutte le vittime del terrorismo. Nel primo giorno di primavera (21 marzo), invece, si celebra la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Ricordare, però, non è sufficiente. Bisogna combattere, seguendo i passi di chi ci ha preceduto. Avere fame di giustizia, credere di poter cambiare, impegnandosi concretamente affinché questo accada, ciò che ci appare ineluttabile. È questo che ci chiederebbero di fare, se potessero, Aldo Moro e Peppino Impastato. Non limitarsi a commemorare la loro scomparsa nei giorni preposti, ma prodigarsi quotidianamente e con costanza nel portare avanti il dovere civico di opporsi. Continuare la battaglia che hanno portato avanti fino alla fine e tramandando il loro esempio alle generazioni future. Lo dobbiamo a loro e a noi stessi affinché quella notte buia per lo stato italiano non sia dimenticata. 

 

La Redazione