Oscar 2020: il metacinema di Tarantino

“C’era una volta a… Hollywood” (Once apon a time in… Hollywood) è un film scritto, girato e prodotto da Quentin Tarantino del 2019. La pellicola ha guadagnato ben 10 nomination agli Oscar 2020. Tarantino fa un throwback nel 1969 dove troviamo Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) attore di una popolare serie televisiva degli anni ’50. Purtroppo non è riuscito a fare il grande salto nel mondo del cinema e si ritrova a fare parti occasionali da cattivo in altre serie TV. Come lui anche Cliff Booth (Brad Pitt), sua controfigura, se la passa male: oltre alle accuse per l’omicidio della moglie è bandito dai set cinematografici a causa di una rissa con Bruce Lee durante le riprese de “Il calabrone verde”. Nel frattempo Roman Polanski si trasferisce, insieme alla moglie Sharon Tate (Margot Robbie), nella casa a fianco al protagonista. Sul set di “Lancer” Dalton sta girando il pilot della nuova western, ma demoralizzato dalla sua carriera povera, non riesce a ricordare le sue battute, fino a quando non viene incoraggiato da una bambina, anche lei attrice della serie. A quel punto l’attore si riprende e improvvisa un’interpretazione che gli vale le lodi di tutto il set. Dopo aver ritrovato la fiducia in se stesso, Dalton parte per Roma dove recita da protagonista in alcuni spaghetti western.

Dopo sei mesi torna ad Hollywood con la moglie Francesca Capucci, anche lei attrice. Rick e Cliff si incontrano e l’attore confessa alla sua controfigura di non potersi più permettere i suoi servigi. I due si dicono addio con un’ultima bevuta e tornano a casa a notte fonda. Poco più tardi quattro membri della Manson Family si introducono in casa di Dalton. Booth uccide a mani nude gli intrusi. Una ragazza della Family finisce in piscina dove era Dalton, ignaro fino a quel momento di cosa stesse accadendo. L’attore recupera un lanciafiamme, ricordo di un suo vecchio film, arde viva la ragazza. Alla fine Cliff viene portato via in ambulanza e Dalton viene invitato in casa da Sharon Tate che era venuta a sapere della sua disavventura.

“C’era una volta a… Hollywood” è il nono film di Tarantino, nonché il suo penultimo. Il film ambientato nel ’69 richiama un evento tragico e sanguinoso: la strage di Cielo Drive del 9 agosto quando quattro membri della Manson Family entrarono in casa di Polanski e uccisero Sharon Tate incinta del figlio del regista, e gli amici della coppia. Tarantino fa viaggiare in parallelo le vite di Dalton e della Tate, facendole avvicinare di tanto in tanto per poi allontanarle e infine portarle in contatto. Il regista intreccia storie, personaggi e piani narrativi. Parla del cinema con un romanticismo malinconico e tenero del tutto inedito per lui, ma è l’unica novità tematica in un film completamente teorico, calibrato e strutturato che fa affrontare la sua durata di 2 ore e 40 minuti con leggerezza e piacere, facendo anche divertire il pubblico. 

Tarantino, in questo film, agisce per simbolismo. Racconta la dualità dell’essere umano, prestate attenzione ai titoli di testo, quando appaiono Di Caprio e Pitt sullo schermo i loro nomi sono invertiti rispetto alla presentazione dei personaggi. Il film ha un valore storico, nonostante quello che racconti non sia assolutamente storico, ha un valore nella misura in cui parliamo di metacinema. La regia più con i piedi per terra rispetto agli altri film di Tarantino, ma conscio di chi è, il metacinema non si limita al cinema che lui ama ma circoscrive anche se stesso, iniziando ad autocitarsi. Egli focalizza questo momento in cui il vecchio cinema non sa più come andare avanti, e i personaggi che descrive rappresentano proprio gli epigoni di quel cinema. “C’era una volta a… Hollywood” se visto con un piglio superficiale, potrebbe anche non piacere. Soprattutto se ci si aspetta il classico film tarantiniano, carico di sangue, botte, linee temporali sfasate. Nella sceneggiatura, il regista, sia abbandona a prove originali, con una scrittura narrativa difficile da inquadrare, e che in alcuni momenti sembra, un po’ come Rick Dalton, abbandonare il mondo del cinema, per viaggiare verso quello televisivo.

Quello che emerge è il ritratto di un autore perfettamente consapevole delle proprie radici e felice di abbandonare la propria carica dirompente, ma che al contempo è assolutamente maturato in questi anni, regalando un’opera ambiziosa e complessa al suo pubblico. Ciò non vuol dire che “C’era una volta a … Hollywood” sia privo delle tradizionali divagazioni alla Tarantino, delle sue canzoni, del feticismo per i piedi femminili e dell’umorismo tagliente. Il finale è scioccante e brutalmente violento, tipicamente tarantiniano se vogliamo… e anche controverso e ‘problematico’.  Quindi questo film risponde alla domanda “Cos’è il cinema per Quentin Tarantino?”. Un film che è un’aperta dichiarazione di amore a chi il cinema l’ha amato in ogni sua forma. Un cinema non perfetto, ma che non lascia indifferenti. 

 

A cura di  Chiara Napoli e Gaia Troisi