Le Magnifiche Elezioni: intervista al candidato Ciro Aprea

Abilitato alla professione di Ingegnere dal 1989, Ricercatore presso la facoltà di Ingegneria dal 1994 al 1999, Professore Associato nello stesso dipartimento fino al 2005, attualmente Professore ordinario di Fisica Tecnica Industriale, Consigliere di Amministrazione dal 2016: Ciro Aprea è attualmente candidato, insieme ad altre quattro persone, alla carica di Rettore dell’Università di Salerno per il sessennio 2019-2025. Lo abbiamo incontrato per affrontare insieme i punti del suo programma.

Per la stesura del suo programma scrive di aver fatto riferimento a quanto stabilisce l’art. 17 dello Statuto generale che, in riferimento alle funzioni del Rettore, parla di criteri di qualità, efficacia, efficienza, trasparenza e promozione del merito. Quale significato attribuisce a questi termini e attraverso quali politiche questi criteri possono trovare attuazione?
Ho utilizzato questi termini come parole chiavi della mia eventuale azione di governo. La trasparenza può essere garantita attraverso la pubblicazione dei verbali degli organi di governo, che attualmente non sono pubblici, tramite la messa in atto di processi che assegnino le risorse in modo più chiaro trasferendo tale competenza a commissioni che non facciano capo al Rettore. Sono favorevole alla promozione di un merito che veda coinvolte tutte le persone e che non si dimentichi di chi resta indietro. L’efficienza e l’efficacia sono criteri che io spero traspaiano da tutto il programma: la prima da considerarsi non solo in riferimento ai servizi del nostro ateneo ma anche alla sua parte amministrativa, alla sburocratizzazione e a tutte quelle buone prassi che possono semplificare la vita di tutti i giorni del personale docente, di quello tecnico amministrativo e degli studenti. L’azione deve essere efficace perché deve portare il nostro ateneo a contare sempre di più: la mia politica è rendere efficace il collegamento tra l’università e il territorio perché credo che solo in questo modo si possa arginare la grossa fuga di studenti laureati del sud. Per la qualità dell’ateneo, che è un aspetto che può essere declinato sotto vari aspetti, l’ateneo salernitano possiede uno specifico Presidio che si occupa di questo. In riferimento alla ricerca, invece, credo che la valutazione di questa sia oggi estremamente burocratizzata e questo non ha affatto contribuito ad elevare l’effettiva qualità della stessa. Rispetto agli altri punti questo è un aspetto che presenta connotati legislativi e quindi il tema andrebbe spostato sul piano nazionale provando a portare all’attenzione di questo problema gli organismi nazionali, provando a dare delle indicazioni al ministero.

Il dibattito accademico ha descritto il mutamento dell’università da luogo di cultura a struttura sempre più a carattere aziendale.  Cosa pensa a riguardo?
Credo che la missione aziendalistica dell’università sia stata un errore. L’università ha tutt’altro funzione, non è un’azienda che deve fare i profitti, il suo compito è quello di coltivare gli aspetti culturali della società e in particolare del territorio ad essa più prossimo. L’impatto che deve avere sulla società è totalmente diverso da quello che può avere un’azienda. Valutare l’università secondo aspetti aziendalistici significa tener conto solo dei risultati facilmente riscontrabili, come il numero di laureati, ma gli obiettivi da realizzare non possono essere misurabili in quanti studenti laureati un’università sforna e in quanto tempo lo fa. Gli istituti accademici devono contribuire alla crescita di tutto il territorio e in questo devono tener conto anche di chi va più lento. Non penso quindi possano essere questi i parametri per giudicare l’università.

Secondo Lei c’è un margine d’intervento per l’università?
Questo è un tema interessante perché fa riferimento ad uno degli aspetti fondamentali del sistema universitario, quello relativo ai finanziamenti che ci provengono dal ministero. Il fondo di finanziamento ordinario tiene conto di una ricerca troppo burocratizzata e di aspetti che sono molto vicini a quelli tipici aziendalistici. Credo che il Rettore possa agire come linea di indirizzo all’interno di certi organismi ma una sola università, da sola, non ha granché modo di contrapporsi a questa tendenza. Perché purtroppo quando arriva l’FFO, che ti dice in base a specifici criteri come utilizzare i fondi, andarlo a dividere con metodi diversi può essere molto difficile. Il Rettore può intervenire, nel senso che può provare a far presente il problema, ma la singola università, visto che vive di finanziamenti statali che sono dati con certi criteri, non credo abbia un grande margine di manovra. Ce l’ha però la politica nazionale.

Nel programma scrive che i fondi ministeriali per le università sono stati distribuiti più alle università del nord che a quelle del sud. Quale opinione ha sui criteri per la distribuzione del FFO?
I fondi a livello ministeriale vengono divisi il 50% a pioggia tra le varie università della nostra nazione e 50% in base a specifici criteri. Questi ultimi hanno visto nell’ultima assegnazione dell’anno scorso far passare molti fondi dalle università del sud a quelle del nord. Questo perché tali criteri tengono conto di indicatori che non prendono in considerazione il territorio su cui l’università agisce. Il territorio va tenuto in conto. Il nostro si trova in una posizione di svantaggio sotto molti punti di vista. In riferimento al FFO, questo significa che tutti i fondi di finanziamento esterno che possono avere le università che agiscono sul territorio più ricco noi non ce li abbiamo. Anche noi lavoriamo con le aziende esterne ma anche queste interazioni avvengono con strutture che non sono qui. Un’università che ha un territorio circostante molto ricco sicuramente potrà godere di finanziamenti maggiori. Questi aspetti vanno presi in considerazione e non dipendono dalla bravura dei docenti ma dal luogo in cui ci si trova. Sul FFO incide il territorio e la politica nazionale non ci sta aiutando come dovrebbe.

Scrive  di voler ridefinire  il ruolo del Rettore. In che modo e per quali finalità?
Secondo il vigente assetto legislativo, il Rettore resta in carica sei anni e non è più ri-candidabile.  Questo de-responsabilizza la persona che ha ricoperto quel ruolo perché in sei anni il Rettore può svolgere tutte le politiche che vuole e soltanto gli organi di governo molto forti possono in qualche modo limitarne il potere. Il ruolo del Rettore è molto forte, può travalicare gli organi, e quindi secondo me è importante che ci siano degli organi, e nella fattispecie il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione che siano fortemente indipendenti e che riescano ad contemperare e portare avanti le politiche del Rettore ma in un senso di collaborazione e non di asservimento perché altrimenti si potrebbe avere una situazione di travalico del potere.

Lo scenario da cui trova origine la sua candidatura, secondo quanto scrive, è l’elevato numero di studenti che si trasferiscono dalle università del sud a quelle del nord. Quali sono, secondo Lei, le cause? Crede che una di queste possa essere l’offerta formativa che vede l’organizzazione di lauree magistrali che, per contenuto e programmi, si presentano molto simili alle triennali? oppure, secondo Lei, c’è altro?
Credo che le cause fondamentali dell’emigrazione degli studenti siano due. La prima relativa al territorio, quello su cui insistono le università del nord è diverso dal nostro sotto molti punti di vista. Questo aspetto, e qui giungiamo alla seconda causa, non è assolutamente preso in considerazione dalle politiche nazionali che, anziché cercare di porre rimedio a questa emigrazione, preferiscono premiare le università del nord. Per quanto riguarda l’offerta formativa: non credo che le nostre magistrali siano una piccola modifica rispetto alle lauree triennali, penso invece che abbiamo delle magistrali molto interessanti per esempio nel campo dell’ingegneria abbiamo svariati percorsi che sono disponibili per gli studenti e direi che anche la nostra qualità sia molto elevata. Penso che per qualche magistrale qualche ragionamento di approfondimento si possa fare però in linea generale non attribuirei a questo l’emigrazione dei nostri studenti. Dobbiamo permettere che una volta laureati, e magari anche dopo un periodo all’estero per studio, gli studenti ritornino qui e scelgano di lavorare nel nostro territorio. Dobbiamo quindi cercare di trattenerli attraverso una specifica politica relativa ai corsi, alle magistrali, di grande attrazione e provare ad intensificare il legame tra università e territorio.

Quando parla di integrazione digitale della didattica si riferisce alla programmazione di lezioni a distanza che possono essere visionate dagli studenti quando non sono all’università? Che tipo di approccio potrebbe avere l’Unisa verso una didattica telematica?
Su questo tema ho provato a fare un’apertura perché, per quanto io non veda favorevolmente un’università telematica, dobbiamo capire che siamo in una epoca in cui ci sono importanti innovazioni e dove sembra sia utile una didattica che si affacci un po’ alla telematica. L’apertura che potrebbe fare l’ateneo con riferimento alla didattica telematica è quella di istituire dei corsi dove la presenza dello studente sia necessaria nei laboratori ed attribuire soltanto agli aspetti teorici una didattica di tipo telematico: in quei corsi di laurea dove c’è la necessità che lo studente sia presente per esperimenti e imparare certe nozioni che derivano dalla pratica nei laboratori didattico-scientifico, affiancare a queste nozioni una didattica di tipo telematica e quindi fare quello che le università telematiche classiche non possono fare. Si tratta quindi di stabilire che una parte del corso, quella teorica, possa essere svolta telematicamente. Questo darebbe a mio parere un incremento notevole della platea dei possibili studenti per la nostra università. Una telematica coniugata a necessaria presenza dentro i laboratori. Non portare quindi le classiche lauree dal punto di vista telematico, non andare in concorrenza con loro, ma solo provare questa apertura nei corsi di laurea dove è richiesta una forte presenza all’interno dei laboratori.

Relativamente alla figura dei dottorandi, chiede la rivisitazione dei criteri di assegnazione delle borse a livello d’ateneo per incrementarne il numero. Quali nuovi  criteri immagina?
Il ministero è solito assegnare le borse nei vari atenei con riferimento alla qualità del collegio dei docenti. All’interno degli atenei le borse invece vengono distribuite in  base alla qualità dei dipartimenti, che non coincide con il collegio dei docenti. Attualmente questo aspetto è tutto da ridefinire perché il ministero sta rivedendo i criteri che riguardano la valutazione della ricerca. Quindi i collegi di dottorato nell’ultima versione che il ministero sembra voglia portare avanti non saranno valutati in base alla qualità della ricerca. Se dovessi esprimere un parere ipotizzerei che i criteri ministeriali, qualunque essi siano, in base ai quali agli atenei vengono attribuite le borse siano i medesimi che usano gli atenei per distribuire le borse all’interno degli atenei per evitare queste differenziazioni e sperando che non venga troppo esasperato l’aspetto della qualità della ricerca che a mio avviso dovrebbe essere rivisto.

Propone di far gestire la percentuale del turn-over indiretto nella disponibilità del Rettore a una commissione mista Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione. Qual è la ragione di questa iniziativa? E che funzioni dovrebbero avere queste commissioni?Attualmente il Rettore nella propria disponibilità trattiene il 20% del 60% dei punti organico che vengono assegnati alle università che derivano dal turn-over. La mia proposta, nell’ambito della trasparenza, è che non sia il Rettore ma una commissione mista Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione a gestire questo 20% dei punti organico attraverso criteri trasparenti e condivisi. Le assegnazioni saranno poi esplicitate nei verbali che, sempre per la trasparenza, io ritengo debbano essere pubblici. La commissione dovrà tener conto, nell’ambito di una solidarietà che deve sempre esistere tra le componenti d’ateneo, anche di eventuali dipartimenti che possono avere in quel momento difficoltà oppure se vi è la necessità di sviluppare dei progetti d’ateneo o inaugurare nuovi corsi di laurea che il dipartimento non ha la possibilità di avviare. L’algoritmo in base al quale si distribuiscono le risorse va applicato ma la sua rigidità deve trovare una modificazione laddove siano presenti esigenze particolari di settore dell’ateneo. Va bene l’utilizzo di un algoritmo, purché sia flessibile e non impedisca la solidarietà verso tutte le componenti del nostro ateneo.

Propone di aumentare il turn-over diretto del 50% entro due anni per garantire una maggiore stabilità delle strutture dipartimentali. In che modo sarebbe possibile questo?
La mia proposta prevede, in sintesi, di sostituirei un professore che va via con un ricercatore che già si trova nel dipartimento. Questo perché quando un professore ordinario va in pensione al dipartimento, presso il quale insegna, ritorna il 40% del budget ossia 0,4 punti organico. Un ricercatore di tipo B, che sarebbe un ricercatore che ha la stabilizzazione a professore associato, costa nei primi tre anni 0,5 punti organico. Raggiungere il 50% significa fornire al dipartimento la differenza per poter raggiungere la quota. È una piccola modifica che potrebbe consentire l’ingresso di un ricercatore più facilmente. I punti organico sono sempre gli stessi, si tratta solo di attribuire a quel dipartimento qualcosa in più che verrà tolto dal calcolo generale. Anziché restare il 60% per la divisione tra tutti i dipartimenti resterebbe il 50%.

In questi anni si è spesso parlato di come l’ateneo di Salerno abbia occupato un ruolo primario all’interno delle classifiche. Ci sono però molti accademici che hanno criticato sia gli stessi criteri, con cui queste classifiche vengono redatte, sia l’atteggiamento di molti nel seguirle e tenerle eccessivamente in considerazione creando, in questo modo, una ampia competizione tra gli istituti accademici. Che idea ha Lei a riguardo?
In una visione più solidale proverei a non affezionarmi troppo a queste classifiche che sembrano mettere gli atenei quasi l’uno contro l’altro. I criteri utilizzati vedono svantaggiate alcune università, rispetto alla nostra, perché non possiedono una configurazione come campus mentre noi abbiamo maggiori possibilità di costruire rispetto ad altre realtà. Ma proverei ad usare un’altra impostazione, soprattutto in riferimento alle università del sud, alle quali proverei a chiedere maggiore coesione per non far passare la tendenza di spostamento di risorse verso il nord. Ben vengano le graduatorie se possono essere da stimolo ma proviamo a non affezionarci troppo. Perché noi cresciamo se cresce tutto il sud, e in generale se cresce tutto il paese, non se cresce solo qualcuno rispetto ad un altro che viene schiacciato. Questo tipo di politica non ha mai funzionato.

Scrive di voler incentivare la presenza presso l’università di grandi gruppi multinazionali. Quali vantaggi, questo, dovrebbe comportare per gli studenti e l’università?
L’idea è quella di ospitare nuclei multinazionali che possano dare un contributo o in maniera diretta oppure attraverso la creazione di start-up: costruire società, non parlo di spin-off ma di start-up, quindi società partecipate a società multinazionali, che possano essere ospitate presso strutture del campus e che possano assumere i nostri laureati. Si tratta di una politica molto sviluppata in atenei esteri. All’interno di una situazione di questo tipo non vedo soltanto l’impiego dei laureati tecnici ma anche quello di laureati delle facoltà umanistiche in modo da puntare allo sviluppo anche di competenze aziendali di tipo umanistico che possano riferirsi alla comunicazione oppure ad altri momenti interdisciplinari come la gestione dei problemi connessi ai big-date e le iniziative che vedono insieme l’informatica e la biologia. Sarebbe un lavoro di interdisciplinarietà collegato alla presenza di gruppi che forniscano aiuto nella costruzione di società di tipo start up che possano portare ad avere dei livelli occupazionali che in questo momento sembrano un po’ trascurabili ma che sicuramente possiamo incrementare.

Scrive che Unisa Premia il Merito ha mostrato alcune criticità nell’ultima edizione e che sarebbe necessario rivedere l’iniziativa. In che modo modificherebbe la manovra?
Unisa premia il merito premia tutti gli studenti che finiscono gli esami in tempo senza tener conto della media, io vedrei una graduazione del premio in funzione ad esempio della media. Il merito è importante e chi lavora deve essere premiato ma non per questo chi consegue il risultato meno velocemente o meno importante in termini di votazione deve essere completamente escluso. Quindi proverei ad introdurre una rimodulazione di questo tipo, tra l’altro necessaria perché non abbiamo la capacità economica per coprire interamente la manovra come accaduto fino a questo momento.

Parallelamente a questa manovra sono state aumentate le tasse ai fuoricorso, e questi ultimi non possono neanche usufruire del semestre bonus per l’acquisizione dei 24 CFU utili per l’accesso all’insegnamento. Secondo Lei è giusto che vi sia questa differenziazione di trattamento tra studenti in corso e fuori corso?
Personalmente direi che non sono d’accordo, perché tutti vanno aiutati, però se dovessi fare un ragionamento da amministratore direi che preferirei averne il meno possibile perché il numero di fuoricorso influenza la base di finanziamento. Personalmente sarei solidale con loro, cercherei per quanto possibile di distinguerne le motivazioni. Però è anche vero, e qua ritorniamo a quello che dicevamo prima della visione aziendalistica che è passata nell’università, che la figura penalizza l’istituto accademico. L’università non può fare molto perché la questione andrebbe risolta a livello nazionale, ma può provare insieme al Rettore a mostrarsi più solidale. Tutto quello che sarà possibile fare, io proverei a farlo.

L’Unisa possiede una tra le più basse estensioni della no tax area. Secondo Lei è necessario un intervento per garantire maggior copertura della manovra?
Da quello che ho letto c’è già una buona percentuale di studenti che accede a queste facilitazioni. Personalmente proverò a fare sempre di più però compatibilmente con le esigenze di bilancio perché abbiamo già sul fondo di perequazione una spesa significativa in termini di differenza per integrare quello che ci prescrive la legge. Il fondo che è stato stabilito non ci ha coperto. In linea generale sono d’accordo, però devo obbligatoriamente specificare: compatibilmente con le possibilità del bilancio.

Spazi: in che modo secondo Lei sarebbe possibile garantire più spazi per tutti? Ritiene sia solo un problema di carenza quantitativa delle strutture o forse è l’università che non riesce a gestirli bene? Mi riferisco all’aula verde, di Giurisprudenza, che è sempre chiusa, delle tante stanze che si trovano anche tra i vari dipartimenti che sono vuote e di un bando per l’assegnazione degli spazi che premia maggiormente le associazioni che fanno rappresentanza.  Come si può ovviare a tutto questo?
Il regolamento va cambiato, in modo da assegnare gli spazi anche alle associazioni che non rientrano tra quelle di rappresentanza. In generale, sulla questione degli spazi, abbiamo due ordini di problemi. Il primo lo possiamo affrontare forse più facilmente ed è quello dell’ottimizzazione degli spazi: garantire maggiore fruizione di questi e anche agevolazioni nella prenotazione degli stessi. Questo per quanto riguarda l’esistente. Però non possiamo, e questo lo so bene per la funzione che svolgo in Consiglio di Amministrazione, trascurare il fatto che occorrono nuovi  spazi. La prima cosa da fare è un inventario di quello che effettivamente serve perché se da una parte c’è bisogno di aule molto grandi in altre realtà c’è bisogno di aule molto piccole. Quindi cercare innanzitutto di capire quali sono le effettive esigenze e, se necessario, cosa che in prima battuta direi di sì ma va verificato, provvedere a costruirle. Dal punto di vista della costruzione delle aule secondo il nostro piano planovolumetrico, che è il piano che ci consente di estendere la volomegia del campus, possiamo ancora costruire. Si tratta quindi di un tema che tocca più fasi: ottimizzazione degli spazi esistenti con maggiore facilità di prenotazione, inventario di quello che effettivamente serve in termini di aule e ottimizzazione delle aule esistenti, lavoro che stiamo già svolgendo nel Consiglio di Amministrazione e nel Senato con la commissione mista, ma, se questo non dovesse bastare, procedere subito a un piano per la realizzazione di altre aule.

Una maggiore apertura del campus è ormai diventata un’esigenza all’interno della comunità studentesca e il suo programma non sembra discostarsi da questo. In che modo garantirebbe questa iniziativa?
L’ateneo salernitano ha una mensa che eroga i pasti fino alle 21:00 e chiude alle 22:00, il parcheggio del campus che chiude alle 21:00, le biblioteche alle 18.30. Abbiamo degli orari in grado di sfasare il lavoro. Non possiamo semplificare molto questi problemi, perchè tenere le biblioteche aperte oltre le 18.30 non è semplice, ma un Rettore ci dovrà pensare perché non possiamo neanche permettere che chiudano alle 18.30. Va incrementata l’apertura anche sulla base della richiesta molto forte di vivere il campus nel fine settimana. L’operazione comporta un incremento delle spese perché l’apertura del campus comporta la garanzia di tutti i servizi, dal riscaldamento al presidio della manutenzione, dal personale della biblioteca alla guardiania.  Tutti questi aspetti vanno valutati attentamente però, visto che il nostro bilancio è abbastanza solido, credo sia indispensabile provare a percorrere questa strada e quindi a garantire una maggiore apertura del campus. Il campus in generale dovrebbe essere reso più vivibile e questo si può fare molto più facilmente mettendoci all’interno tutto quello che è funzionale alla vita di chi ci sta: un’edicola, una farmacia, un minimarket. Renderlo più vivibile soprattutto per tutti gli studenti che restano qui nel fine settimana e che restano soli.

Anche per venire incontro ai fuori-sede
Esatto. Perchè chi rimane qui rimane praticamente isolato, invece dobbiamo fare in modo che il campus sia vivibile il più possibile. Teniamo sempre presente che il problema che dobbiamo affrontare è molto grande, perchè è molto articolato, coinvolge spese che dobbiamo mettere a bilancio e anche tutto l’aspetto dei trasporti che va risolto attraverso un tavolo attorno al quale dobbiamo sederci, insieme a tutte le persone ed entità interessate.

È anche vero, però, che se pure agli studenti fosse concessa la possibilità di vivere di più l’università, garantendone l’apertura nel fine settimana e durante la sera, questi avrebbero pur sempre il problema dei trasporti che ogni anno si ripresenta senza mai venire risolto. Lei come agirebbe per far fronte a questo?
Dal punto di vista dei trasporti abbiamo due aspetti da considerare: quello esistente che riguarda il trasporto su gomma, e si tratta di un disagio che si configura in termini di mancanza di corse ma anche di disservizi,  su cui dovremmo ragionare dal punto di vista contrattuale. Noi siamo utenti di questi servizi, quindi dobbiamo trovare dei meccanismi per far capire che in quanto usufruitori del servizio non siamo contenti dell’attuale situazione. Il contratto viene stabilito dalla provincia e dall’ente che fa il trasporto, quindi dobbiamo riuscire a far comprendere che, in quanto principale utilizzatore del servizio, non siamo affatto soddisfatti. Le corse vanno incrementate, perché anche quando faccio lezione il pomeriggio mi capita spesso di sentire gli allievi che mi dicono che devono andare via perché non ci sono le corse e questo non lo possiamo permettere. Un tema un po’ più strategico è quello che ha già visto un avvio in Consiglio di amministrazione con l’approvazione di un protocollo d’intesa, quello di realizzazione di uno studio di fattibilità per dei tappeti mobili dalle stazioni delle ferrovie di Fisciano e di Baronissi per collegarli ai rispettivi campus. Il protocollo prevede anche che se la stazione di Fisciano è troppo lontana si può studiare la possibilità di avvicinare la stazione ferroviaria al campus, ma in questo caso occorrerebbe l’interazione con la rete ferroviaria italiana e in questo protocollo al momento la questione non è presente. È un aspetto da trattare e approfondire sicuramente, perché un’interazione forte con il trasporto su rotaia ci semplificherebbe molte cose tra cui il parcheggio che come sappiamo non ha sufficienti posti e che dovrebbe vedere quanto meno un espansione. Problemi grossi che però si potrebbero risolvere incrementando e ottimizzando, per quanto ci compete, con il trasporto su gomma, e interessandoci al trasporto su ferro che con questi tappeti mobili potrebbe risolvere molti problemi. La questione dei trasporti è molto sentita e si collega con il problema del territorio. Incrementare i trasporti significa andare a vedere i collegamenti con tutte le aree di interesse. Dobbiamo interessarci di più a questo tema perché, insieme all’apertura del campus, è uno dei temi estremamente importante soprattutto per i nostri studenti.

Relativamente agli scambi internazionali c’è una difficoltà tra gli studenti iscritti all’Unisa che vogliono aderire alla mobilità in uscita: gli studenti ricevono pochi contributi nazionali, a cui si aggiungono quelli dell’Università di Salerno, che però non sono sufficienti a coprire le spese. Soprattutto perché vengono rilasciati solo dopo il periodo trascorso all’estero. Questo significa affidare alle famiglie l’onere dei costi per il viaggio e la permanenza e quindi impedire l’accesso al servizio agli studenti che non possono permetterselo. Cosa pensa a riguardo?
Questo problema degli sfasamenti tra i paramenti è abbastanza diffuso, è presente anche per quanto riguarda il dottorato all’estero, con riferimento agli sfasamenti tra stipendio e permanenza. È sicuramente un problema che dobbiamo risolvere, soprattutto in riferimento agli incrementi dei fondi visto che, essendo un criterio di valutazione, ci riguarda anche dal punto di vista amministrativo. L’internazionalizzazione ha tanti aspetti interessanti: gli studenti in ingresso perché potrebbero comportare dei vantaggi economici per il territorio, le classi cosmopolite, la possibilità che qualche studente straniero particolarmente bravo possa decidere di lavorare qui, in italia, e quella che uno studente che si è formato qui vada all’estero per portare in giro la nostra cultura, i nostri valori. Tutti questi aspetti sono importanti ma io proverei a considerare come spunto principale la possibilità che i nostri studenti, dopo un periodo di studio all’estero, ritornino qui per evitare l’impoverimento dei nostri territori. Proprio alla luce di questo è importante, nei limiti di bilancio, cercare di incentivare questa esperienza.

Solo da qualche mese è stata introdotta la carriera alias all’interno dell’università e sempre all’interno dell’università è presente un osservatorio per le pari opportunità. Secondo Lei i due organi, CUG e OGEPO, sono sufficientemente presenti all’interno dell’ateneo e sufficientemente visibili dalla comunità studentesca?
Sono molto contento dell’approvazione della carriera alias perché, sebbene non possa sembrare, è estremamente importante. Vedo con grande vicinanza l’esistenza di una entità istituzionale, il CUG, che deve esistere per legge e di un osservatorio, OGEPO, che è quello che su queste tematiche svolge attività di ricerca. L’OGEPO ha redatto un piano per  la parità di genere, all’interno di un progetto europeo che è stato in grado di sviluppare, che è stato approvato negli organi di governo della nostra università. Questi aspetti sono a mio parere estremamente importanti. Proprio in considerazione di questo, credo che queste iniziative debbano essere maggiormente evidenziate. È necessario sottolineare quello che facciamo all’interno del campus per queste tematiche in riferimento al lavoro dei due organismi e degli importanti contenuti oggetto di esso.

Sempre in riferimento al tema dell’inclusione sociale delle parti accademiche, quanto sarebbe importante provare a incrementare il servizio dello sportello psicologico e l’ambulatorio medico?
A Baronissi è presente il presidio counselling ma è estremamente sottodimensionato mentre a Fisciano non c’è neanche. Dobbiamo assolutamente incrementare e migliorare il servizio non solo in riferimento alle strutture ma anche alla loro funzionalità, perché non possiamo lasciare che trascorrino mesi di attesa per un appuntamento. Il presidio sanitario, che un tempo funzionava, attualmente è in dismissione. Va ripresa la struttura, il rapporto con l’ASL e quello che si stava garantendo prima, ossia un presidio dove fosse possibile anche svolgere delle visite. Questo è un aspetto che nel nostro campus, che si sta configurando sempre di più come una città, va assolutamente portato avanti.

Chiede la nomina del garante degli studenti. Che tipo di figura immagina? Una singola persona oppure un organo collegiale con studenti e docenti? La figura avrebbe la possibilità di intervenire anche sulle strutture che non rispettano i contenuti delle normative interne (casi: Giurisprudenza, salto d’appello, Lingue, Scienze della comunicazione)
Vista la previsione della figura all’interno dello Statuto degli studenti, bisogna provvedere presto alla nomina del garante. Immagino possa essere una singola persona fisica ma sono aperto anche ad altre possibilità, quindi anche alla creazione di una commissione. Se all’interno dei diritti degli studenti c’è anche il rispetto di quello che deve essere rispettato per regolamento o per statuto penso che il garante debba intervenire. Ho sentito spesso di questi problemi e credo sia giusto che gli studenti siano messi nella condizione di rivolgersi ad una persona terza, la quale in regime di completo anonimato possa esaminare la problematica e rivolgersi a qualcuno che possa istruirla e portarla all’attenzione degli organi di governo. Penso sia una figura molto importante perché dà agli studenti la possibilità di farsi sentire dove non sempre hanno una voce. Un garante degli studenti che vigili anche sulla corretta applicazione della disciplina relativa alla didattica, al diritto allo studio, alla carriera credo sia estremamente fondamentale per la classe studentesca.

Lei propone di pubblicare gli ordini del giorno e i verbali degli organi di governo dell’ateneo (Consiglio di Amministrazione e Senato Accademico): quanto crede spazio sia dato agli studenti all’interno degli organi decisionali d’ateneo? (Il Consiglio degli Studenti è un organo consultivo, e all’interno del Senato e del Consiglio di Amministrazione i rappresentanti non possono proporre ordini del giorno)
La rappresentanza studentesca, a mio avviso, è molto importante. I rappresentanti, e questo si ricollega al discorso dell’ascolto fatto prima, portano la voce degli studenti all’interno delle strutture. Negli organi apicali, Consiglio d’Amministrazione e Senato Accademico, vengono inseriti all’interno delle commissioni; a mio avviso quindi la rappresentanza studentesca è ben presente. Quello che andrebbe migliorato, forse, è il flusso informativo: molte istanze che partono dal Consiglio degli Studenti si perdono per la strada. E qui emerge il limite di cui parlava, quello relativo alla formulazione degli odg a discrezione del Rettore. Una migliore interazione con il Consiglio degli Studenti per portare all’attenzione degli organi di governo le loro istanze è sicuramente un aspetto su cui si dovrebbe lavorare. Un migliore flusso informativo che possa tradursi in una più attenta considerazione delle richieste degli studenti.

Per il personale tecnico – amministrativo chiede: nuovi percorsi di carriera, la partecipazione a corsi di formazione e brevi periodi di lavoro presso atenei europei e una revisione dell’attuale organizzazione interna e della relativa pianta organica del personale dell’ateneo. Secondo Lei l’università di Salerno ha in questi anni valorizzato sufficientemente il ruolo del personale tecnico – amministrativo e in che modo modificherebbe l’organizzazione interna?
Proporrei una rivisitazione che possa portare ad una rideterminazione della pianta organica perché sono subentrate diverse leggi negli anni: Madia, Gelmini, amministrazione trasparente, anticorruzione, amministrazione digitale. Il personale tecnico amministrativo è fondamentale perché ci permette di svolgere la nostra attività. È un personale che va motivato e tutelato e questo significa dare loro più prospettive. Sono del parere che si possa fare questo attraverso una politica premiale attraverso l’incremento delle indennità e responsabilità del personale in funzione della loro volontà di crescere. Tutto questo non può prescindere dalla formazione, quest’ultima può essere garantita attraverso dei corsi che la comunità europea mette a disposizione e la previsione di brevi periodi da svolgere all’estero,  presso atenei e presso aziende per imparare la buona prassi. Il personale che si forma attraverso questi corsi di formazione ci può dare una grande mano, può essere motivato, e può e deve poter accedere eventualmente in modo semplice e con una certa modalità interna a passaggi di ruolo se ritiene che in certi posti possa esprimere al meglio le proprie capacità.

Le manifestazioni delle addette alle pulizie hanno rappresentato un campanello d’allarme sui rischi delle esternalizzazioni dei servizi. Cosa pensa della condizione in cui tuttora si trovano le lavoratrici e in generale sulla tendenza alle esternalizzazioni dei servizi? Proverebbe a fare qualcosa per venire incontro alle lavoratrici, anche in vista del nuovo bando? Che opinione ha sulla Fondazione Universitaria?
Dal punto di vista amministrativo le pulizie sono oggetto di una gara bandita dalla fondazione universitaria. L’ultimo bando che ha poi generato queste difficoltà è stato un bando che ha assegnato il servizio con una offerta economicamente più vantaggiosa, non come si dice di solito al massimo ribasso, e una ditta ha vinto. Ci sono stati anche dei ricorsi da parte dei perdenti che però hanno perso. La ditta quindi era pienamente titolata a stare dentro l’università. Si è verificato poi un problema interno alla stessa per cui hanno ritenuto di applicare un contratto diverso che ha portato ai compensi odierni. È anche vero però che questa possibilità, che ha avuto la ditta di adottare un contratto diverso, è contemplata dalla legge, quindi su questo purtroppo non si è potuto fare nulla. Neanche la fondazione ha potuto fare nulla, se non istituire un fondo perequativo che si è rivelato insufficiente. Questa è la storia amministrativa, sterile. Queste persone lavorano dentro l’università, quindi l’ateneo non può prescindere dal fatto che queste persone rientrano in questa comunità. Un indirizzo etico alla conduzione di queste procedure dovrebbe essere dato. Non vedrei però in questo un problema legato alle esternalizzazioni perchè se pure avesse appaltato l’università le cose difficilmente sarebbero andate diversamente. In questa successiva gara, visto quanto accaduto, ritengo che l’università – lo farò io, ma credo che lo farà anche qualche altro candidato –  debba parlare con la Fondazione per cercare, se possibile, di limitare a livello di bando il ripetersi di queste cose. La Fondazione Universitaria, nella mia visione, dovrà avere anche una funzione diversa e non limitata all’indizione delle gare d’appalto per i servizi, ma avere un ruolo fondamentale nel trasferimento tecnologico, nell’alta formazione (corsi di perfezionamento, master) e per una serie di attività per il territorio.

Nel suo programma propone otto ore a settimana da trascorrere con docenti, personale tecnico – amministrativo e studenti. Quanto crede sia importante il dialogo con le varie componenti accademiche?
La mia visione di università è quella in cui tutte le persone possono trovare ascolto. Si tratta di un aspetto fondamentale sia perché è importante considerare tutti, sia perché è proprio attraverso l’ascolto delle persone che si viene a conoscenza di problemi e diventa possibile affrontarli e risolverli. Il Rettore sarà aiutato dai delegati che avranno il compito di raccogliere le istanze dei dipartimenti di loro competenza e portarle all’attenzione del governo centrale dell’ateneo. Questo, unito all’ascolto delle persone, credo possa permettere di restare adeguatamente informati sui problemi della comunità. So che è una cosa impegnativa perché l’ateneo è molto grande però credo sia davvero fondamentale.

 

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