Le discoteche aperte e le università chiuse

“Le discoteche aperte e le università chiuse”.

Lo hanno scritto e detto in molti. Una frase breve e concisa che racchiude tutta la frustrazione degli ultimi mesi della classe studentesca universitaria. Un malcontento nato già quando Giuseppe Conte, nelle sue lunghissime dirette, menzionando i settori coinvolti nelle graduali riaperture, concludeva dicendo “credo di non aver dimenticato nulla” lasciando delusi gli studenti che, ascoltando la conferenza, speravano di poter scoprire qualcosa in più sulla loro sorte. Nei confronti del sistema universitario, a tratti anche di quello scolastico, è spesso sceso il sipario. Tuttavia, circoscrivere il discorso che segue a quanta importanza lo Stato italiano dia al sistema d’istruzione appare del tutto fallace. Sia perché ormai il tema dell’università italiana non può più avere a che fare con il “quanta importanza”, ma a quale tipo di istruzione si dà attenzione (premiale, selettiva e meno accessibile), sia perché il 17 Maggio, con l’ufficializzazione della fine del lockdown, il governo ha messo nuovamente in funzione l’indipendenza decisionale delle università.

Non tutti gli istituti accademici hanno affrontato la fase due come l’ateneo salernitano. Alcune università hanno aperto le porte per le lauree e gli esami in sede già durante la sessione estiva. Alcune, come l’Università di Bologna, hanno consentito fin da Maggio di raggiungere il campus per usufruire dei servizi bibliotecari. L’Unisa ha invece del tutto chiuso le porte agli studenti, ad eccezione dei laureandi di luglio (solo magistrali) e degli studenti obbligati alle attività laboratoriali. La conferma che la fase 2 all’Unisa non avrebbe avuto alcun cambiamento è arrivata già a maggio con un comunicato che specificava che tutte le attività si sarebbero svolte ancora a distanza. Nei due mesi e mezzo di generale apertura di ogni spazio pubblico, nulla è cambiato per l’università di Salerno. Che ha scelto di non consentire neanche l’accesso alle biblioteche per consegnare o ritirare libri, attività di cui si può prevenire un potenziale assembramento attraverso un calendario che sappia gestire le prenotazioni per accedere agli scaffali.

La frase sopra menzionata racconta uno stato di malessere che è il caso di iniziare a prendere seriamente in considerazione. Sapere di poter uscire e andare in qualsiasi posto, fare qualunque cosa, eccetto vivere un luogo che per molti rappresenta un significativo mezzo di espressione del proprio essere non è qualcosa a cui ci sia abitua facilmente. 

Se i corsi a distanza si sono rivelati una risorsa per l’università e anche potenzialmente più produttivi per gli studenti che hanno potuto risparmiare il tempo del viaggio casa-università, non si può dire lo stesso degli esami che a volte hanno richiesto più difficoltà, e di altri servizi come il reperimento dei testi. Ma forse quello che è mancato di più è stato poter accedere al luogo stesso, un posto dove studiare, ritagliarsi del tempo e dello spazio per sé. Nutrire un piccolo mondo interiore che si alimenta dei luoghi condivisi insieme ad altri, di appunti, domande e risposte trovate lungo i sentieri o in attesa dei mezzi. Ciò che è mancato di più è vivere l’università nella sua interezza, percepire e fare proprie le potenzialità del luogo

È senz’altro stato questo a pesare di più: l’aver dato per scontato che gli studenti avrebbero trovato il modo di studiare altrove, nella propria camera, in cucina tra i piatti ancora da lavare. Non venendo in alcun modo incontro a chi questa possibilità non ce l’ha. A quelli per i quali il posto in biblioteca, in aula o su una panchina è essenziale quanto lo stesso utilizzo dei testi. Ciò che è mancato di più, ed è forse il motivo per il quale ancora persiste questo malcontento, è avere uno spazio tutto per sé e la consapevolezza stessa di occupare quello spazio mettendo in risalto le proprie potenzialità e qualità. Uno spazio che è mancato e che ancora non c’è. Di cui non si può incolpare soltanto l’università ma su cui la stessa avrebbe dovuto aprire un confronto. La generale assenza di luoghi pubblici gestiti dai comuni ove studiare e leggere è un problema a cui l’università, con la sua stessa presenza, ha fatto fronte, e di cui in questi mesi si è avvertito molto il peso, proprio perché è venuto meno lo spazio che ha colmato la lacuna.

Non hanno colpe le discoteche, prese ad esempio per estremizzare questo senso di frustrazione. Ma ciò che in molti sentono, ossia una sorta di abbandono e a tratti di invisibilità da parte degli organi pubblici, non si può nascondere. Soprattutto perché e durato per mesi e continua a persistere. Ciò che ha alimentato questo malessere e che tuttora scoraggia è sapere che si può scegliere di andare ovunque per divertirsi, ma neanche un posto per leggere un libro e studiare.

La Redazione

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