La sindrome della rassegnazione che colpisce i bambini

Quest’anno, tra i lavori oggetto di valutazione per il conferimento degli Oscar 2020, ne compare anche uno dedicato ad un fenomeno emerso di recente di cui ancora si parla troppo poco. Il cortometraggio documentario svedese-americano, prodotto da Kristine Samuelson e John Haptas, porta all’attenzione dello spettatore quanto già ha provato a fare nel 2018 il vincitore della sezione Persone del World Press Photo. L’artista Magnus Wennman immortalò Djeneta e Ibadeta, sorelle rom emigrate dal Kosovo in Svezia, sui propri letti in pieno stato catatonico. Il documentario “Life Overtakes me”, attraverso le immagini di alcune famiglie, fornisce un primo quadro su quanto sta accadendo a centinaia di minorenni.

“Uppgivenhetssyndrom” è il nome che il Consiglio Nazionale di Sanità dello Stato  svedese ha dato ad una particolare condizione in cui vertono sempre più bambini. Non si tratta di un virus, di un’infezione che gira in alcuni periodi dell’anno, neanche di una strana moda. Si tratta di uno specifico stato di preoccupazione, paura, ansia, insicurezza che alcuni bambini sviluppano e  che tramutano come un progressivo allontanamento di se stessi dal mondo. Ne sono affetti i figli dei rifugiati che non sono sicuri di restare nel paese e che, come forma di protezione verso un perenne stato di ansia e agitazione, si auto-inducono in un duraturo stato di alienazione dalla realtà. Il fenomeno è noto come “Sindrome della Rassegnazione“.

La foto, scattata da Magnus Wennman e presentata all’edizione del 2018 del World Press Photo, ritrae due ragazze affette dalla sindrome della rassegnazione.

Gli psicologi hanno spiegato che la malattia è l’effetto della combinazione di due fattori: la presenza di un trauma e l’incertezza sulla propria sicurezza. Molte delle famiglie che si sono trasferite in Svezia lo hanno fatto per scappare da una situazione di estremo pericolo a cui hanno nella maggior parte dei casi assistito gli stessi bambini. Lo stato di ansia, preoccupazione, paura non nasce soltanto dal desiderio di non voler lasciare il paese in cui ci si è ambientati ma dal ricordo del trauma e dal terrore che possa accadere di nuovo. Un elemento essenziale affinché un trauma sia superato è che si sappia che si è lontani dal pericolo che l’evento possa ripetersi. L’insicurezza verso la condizione di sé e della propria famiglia, che i bambini avvertono, provoca il verificarsi della malattia.

La sindrome si presenta gradualmente attraverso più fasi. I minorenni smettono progressivamente di parlare, socializzare, andare a scuola e mangiare. Riducono le proprie interazioni con la realtà, fino a rinchiudersi in uno stato mentale e fisico paragonabile ad un profondo sonno e che in alcuni casi può tradursi in coma. Il corto mostra le immagini di bambini affetti dalla sindrome e associa a queste la voce dei genitori che raccontano la loro storia, i motivi che li hanno spinti a lasciare il paese d’origine e quale trauma hanno subito i bambini.

La sindrome può essere superata. Solitamente la guarigione è un effetto dell’esito positivo della domanda d’asilo della famiglia. Quando i genitori sono consapevoli che non dovranno più tornare nel paese dove hanno subito violenza, e lo comunicano al bambino, assumono in generale un tono di voce e un atteggiamento molto più rassicurante. I medici hanno spiegato che i bambini rispondono all’ambiente in cui vivono: se la famiglia del minore è più serena, il bambino lo avvertirà e si sentirà incoraggiato a tornare ad interagire con la realtà. La guarigione si sviluppa lentamente attraverso una graduale ripresa di tutte le facoltà.

Il fenomeno è principalmente concentrato in Svezia. Dopo il primo caso verificatosi nel 1998, il Consiglio Nazionale di Sanità ha dichiarato che solo tra il 2015 e il 2016 ci sono stati 169 episodi. Il paese è noto per essere tra quelli più ospitali nei confronti dei migranti ma la minaccia di introdurre nuove misure più ferree per i permessi di soggiorno tuttora dà vita ad una generale situazione di incertezza. Molti svedesi, per fornire il loro sostegno, hanno dato vita ad una petizione che ha superato le 60.000 firme e che ha ottenuto la revoca della deportazione di 30.000 famiglie con permesso scaduto.

È una storia a cui si stenta a credere. È difficile immaginare che dei bambini possano auto-indursi una condizione di alienazione così estrema. Eppure, è proprio quello che viene loro trasmesso quando la richiesta di permesso di soggiorno, motivata per situazioni di estremo pericolo, viene loro negata. Il primo distacco avviene proprio lì. Quando chi è dall’altra parte sembra non voler credere alla storia della sua famiglia, al suo dolore, e non voler rispondere alla sua richiesta d’aiuto. È una storia drammatica, purtroppo reale, a cui il corto documentario dà voce. Ma è ancora solo un flebile suono rispetto a quanto andrebbe fatto per salvare ognuno di quei bambini e ognuna di quelle bambine. Per salvare ancora un pezzo d’umanità.