I vuoti del 2021: discorso di fine anno

I vuoti del 2021: discorso di fine anno

Il 2021 è stato un anno a due facce. È iniziato esattamente come è finito il 2020: chiusi in casa davanti al personal computer per seguire corsi, sostenere esami, studiare e restare informati. Dopo una sessione invernale e oltre tre mesi di corsi, a pochi giorni dall’inizio della sessione estiva, è arrivato il decreto rettorale che ha sancito il ripristino della modalità in presenza per tutte le attività didattiche. Alcuni corsi hanno fatto in tempo a riprendere, altri sono ricominciati in presenza direttamente a settembre. La sessione, invece, è ripresa in presenza a giugno. La nuova organizzazione ha sorpreso la classe studentesca che non si trovava ancora nelle condizioni di tornare in sicurezza dal momento che a fine maggio ad essere vaccinati erano solo docenti e personale amministrativo. La vaccinazione per gli studenti e le studentesse ha avuto inizio il 2 giugno e si è svolta contemporaneamente alla sessione in presenza cercando di non far coincidere data d’esame con data di vaccinazione e possibilità di qualche malessere temporaneo post-vaccino.

Non è stato un anno dalle divisioni nette. Non c’è stato un momento a partire dal quale tutto è cambiato. Le due modalità, a distanza e in presenza, hanno avuto maggiore spazio rispettivamente nel primo e nel secondo periodo dell’anno, ma tra le due c’è stata simbiosi più che contrapposizione. Valutazione più che adatta se si fosse operata una contaminazione volta al sostegno dell’una o dell’altra. Quella fatta qui invece è stata solo una riduzione impropria del ritorno in presenza. Lo dimostra il grado di apertura riscontrato all’Università di Salerno a settembre quando anche i corsi sono ritornati a svolgersi in presenza. Oltre ai disservizi mai svaniti relativi ai trasporti (per i quali è possibile compilare l’apposito questionario e segnalare i disagi riscontrati) solo a novembre è stata riaperta la mensa del Campus di Baronissi e riattivata la linea 47 di collegamento dei campus di Fisciano e Baronissi. La Biblioteca Scientifica è stata riaperta a fine ottobre (quella umanistica a giugno) dopo che sono stati effettuati interventi rivolti al ripristino della sicurezza del tetto. La possibilità di studiare all’interno delle strutture non è stata del tutto attivata: è possibile prenotare una postazione solo per quattro-cinque ore (dalle 09:00 alle 13:00/14:00). L’orario ridotto sembra essere la risposta all’eventualità che gli studenti e le studentesse possano consumare pasti all’interno degli edifici. Si tratta di una riduzione importante del servizio soprattutto considerando che spesso di mattina ci sono i corsi e che la necessità di studiare in ateneo è riscontrata prevalentemente nel pomeriggio. A colmare il vuoto dello spazio pomeridiano dovrebbero essere le aule studio, che stanno riaprendo soprattutto per mezzo delle associazioni studentesche che stanno mettendo a disposizione propri spazi pur di venire incontro alle esigenze della classe studentesca.

Se il 2020 è stato l’anno in cui si poneva al centro del dibattito pubblico la salute psico-fisica delle persone, il 2021 è stato l’anno in cui sono state perse occasioni importanti di potenziamento dell’assistenza psicologica. Una carenza che è stata riscontrata sia in ambito nazionale sia in quello universitario. È di pochi giorni fa la notizia dell’eliminazione del bonus psicologico, che doveva aiutare le persone con redditi bassi ad avvicinarsi all’assistenza psicologica, così come è nota la sospensione del servizio di centro counseling all’Unisa. Il benessere mentale di studenti e studentesse a quanto pare non è tra le priorità.

In Italia si alimenta una falsa rappresentazione di chi studia all’università. Lo vediamo nelle riunioni familiari, e nei servizi giornalistici in cui si celebrano persone che hanno conseguito lauree lunghe in tempi brevi o che ne hanno conseguite più di una contemporaneamente, fatti passare quasi come “fenomeni”.

Cosa ci sia realmente dietro (o meglio dentro) chi studia non è considerato rilevante. Stress, ansia, panico sono considerati tratti caratteristici di chi studia all’università. Parole che prima di compiere venti anni quasi nessuno sente (o capisce). La società, tutta quanta, immagina che l’università sia solo un percorso fatto di sveglia-lezione-studio-esame. Che è un modo per dire tutto e per non dire niente. C’è chi all’università adatta il metodo nozionistico e molto mnemonico imposto nelle scuole e c’è chi decide di rivedere ogni cosa di sé. Il percorso universitario spesso coincide con il proprio percorso di crescita personale che è fatto di troppe cose per essere qui approssimativamente riportate. Si costruisce la propria persona, la propria identità, i propri valori. Davvero possiamo dire che per fare questo servano necessariamente 3/5/7 anni? È un lavoro così complesso, articolato e profondo, che disarma e costringe a rivedere il proprio modo di essere.

A chi studia all’università serve il centro counseling perché questa è l’età in cui avere dubbi è meglio che avere le risposte, ma quei dubbi vanno studiati e indirizzati verso qualcosa. Serve avere pieno accesso agli spazi adibiti allo studio perché per lavorare su se stessi e sulla propria preparazione serve un ambiente protetto e privo di interferenze. Serve rispettare il percorso degli altri, di chi ha ogni diritto di esistere e di raggiungere la propria autodeterminazione.

Serve un anno che comporti un nuovo modo di guardare e vivere l’università.

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