I motivi per non dire sì

I motivi per non dire sì

17 Settembre 2020

Prima aprirlo come una scatoletta di tonno, poi tagliarlo con delle forbici giganti. Detto, fatto. La politica del Movimento 5 Stelle è sempre più chiara: raggiungere gli obiettivi ad ogni costo. Persino allearsi con il partito-nemico per eccellenza. Al PD fu detto chiaramente: o si appoggia il taglio dei parlamentari o non se ne fa niente. E così è stato, fino ancora a qualche giorno fa in cui Zingaretti ha dovuto pressare molto affinché il Partito Democratico si schierasse per il Sì. Ora ci siamo. Il 97% del Parlamento alla fine ha detto sì al taglio del numero dei parlamentari con motivazioni quali “tagliare poltrone alla casta”, “risparmio economico”, “maggiore efficienza dell’assemblea parlamentare”. Ma è davvero così? Noi abbiamo elencato alcuni motivi che fanno propendere l’ago della bilancia più verso il NO.

Uno dei principi base della Costituzione a rischio
Il principio di base su cui è stato determinato il numero dei parlamentari è la proporzione fra cittadini e parlamentari. Fra il 1948 e il 1963 il numero era mobile, mentre era fisso il rapporto con la popolazione: un deputato ogni 80 mila abitanti e un senatore ogni 200 mila. Nel 1963 si passò agli attuali numeri fissi e i rapporti diventarono di un deputato ogni 96mila abitanti ed un senatore ogni 192mila. Con la riduzione prevista dal referendum, i valori salirebbero rispettivamente ad uno per 151mila alla Camera ed uno per 302mila al Senato. È indubbio quindi che, se dovesse vincere il “sì”, si assisterebbe ad una diminuzione del rapporto tra i cittadini italiani ed i rappresentati eletti. Una modifica che andrebbe a toccare anche il punto cardine della Costituzione italiana che, nell’articolo 1, parla di sovranità appartenente al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Ed è proprio seguendo questo principio che il numero dei rappresentanti eletti dovrebbe essere adeguatamente proporzionato a quello dei cittadini. Se quel numero viene decimato ne risenterà anche il diritto dei cittadini di poter vedere le proprie istanze rappresentate in Parlamento. 

Uno pseudo risparmio economico
Quello del risparmio economico è uno dei punti che i sostenitori del “sì” portano avanti con fierezza. 345 posti in meno al Parlamento, secondo la riforma, significherebbe avere un numero minore di stipendi che le casse dello Stato dovrà coprire. Un risparmio che, a peso lordo, equivarrebbe a 80 milioni di euro, mentre al netto (togliendo quindi le relative tasse) diventerebbe circa di 50 milioni. Una somma che, in rapporto al bilancio dello Stato italiano di 900 miliardi di euro,  corrisponde più o meno ad un euro all’anno. Infatti, come specificato dall’economista Carlo Cottarelli, il taglio corrisponderebbe allo 0,007% della spesa pubblica. La domanda che dovremmo porci è se, per risparmiare un caffè all’anno, vale la pena ridurre la rappresentatività democratica del nostro paese e se questa sia l’unica strada percorribile. 

Nell’Unione Europea meno rappresentanti dell’Italia
In Europa, l’Italia è attualmente il paese con il numero più alto di parlamentari eletti dal popolo. Secondo il calcolo di Pagella Politica pubblicata su Agi, l’Italia presenta un rapporto di un eletto ogni 64mila persone, infatti i parlamentari eletti sono 945 su 60,4 milioni di abitanti. Rapporto che, se eventualmente dovesse entrare in vigore la riforma che vede 600 parlamentari eletti, diminuirebbe drasticamente. In quel caso, si avrebbe un eletto ogni 101mila persone. Contro il rapporto di un parlamentare ogni 117mila cittadini presente in Germania e di uno ogni 116mila in Francia. In sostanza, se prima l’Italia, secondo una  classifica di OpenPolis occupava una posizione medio-alta rispetto agli altri paesi dell’EU, con la riforma andrebbe a posizionarsi direttamente tra gli ultimi, rientrando tra i paesi con meno rappresentanti a livello europeo.

Territori penalizzati
Secondo il dossier “Riduzione del numero dei parlamentari” pubblicato dal Senato della Repubblica e dalla Camera dei deputati la riforma costituzionale comporterà non solo una riduzione generale dei rappresentanti nazionali, ma anche una più profonda per alcune Regioni. Parliamo di Basilicata e Umbria (-57,1%), Friuli Venezia-Giulia (-42,9%) e Calabria (-40%). Oltre ad andare incontro ad un rischio in termini di quantità, determinate realtà potrebbero essere a rischio anche per via di un possibile aumento della soglia di sbarramento del Parlamento (meno posti ci sono, più sarà difficile accedervi) che rischia di compromettere la possibilità per molte realtà di avere una voce all’interno dell’organo legislativo.

Una nuova legge elettorale
Di rappresentanza si è parlato in termini di numeri e a volte di qualità (in relazione alle tematiche di campagna elettorale). Molto meno spazio è stato dato alle modalità in cui i rappresentanti parlamentari vengono eletti. Le liste bloccate sono un evidente impedimento alla costituzione di una rappresentanza fedele al territorio. Attraverso la formazione delle stesse, infatti, sono i partiti a scegliere chi sarà eletto e non il popolo, che sceglierà per quale partito votare ma non per quale candidato. Per ricucire il rapporto tra elettori ed eletti si dovrà partire da qui. Mettendo in campo tutte le soluzioni in grado di garantire un adeguato livello di rappresentanza (cura del proporzionale, soglia di sbarramento non troppo elevata per non impedire anche alle realtà piccole di entrare in Parlamento).

L’inganno
Nella trasmissione DiMartedì il direttore de L’Espresso, Marco Damilano, ha detto: “io difendo il diritto dei cittadini-elettori a guardare l’imbroglio”. Una motivazione non tecnica del perché si dovrebbe votare No è che c’è un inganno perpetrato dalla politica ai danni del paese. Un inganno che è anche un modo di pensare. Da anni, infatti, si parla di crisi politica (ancor prima di crisi delle istituzioni), di difficoltà della politica nel riuscire ad essere portatori di fiducia e speranza verso il futuro, nella difficoltà di convincere gli elettori a votarli. E allora che si fa? Si dice che il problema non è la propria incapacità di conquistarsi il voto e la fiducia delle persone, ma che è il sistema ad essere sbagliato. E quindi si introducono le liste bloccate così che siano i partiti a scegliere chi dovrà sedersi in Parlamento e poi si riduce il numero dell’assemblea parlamentare. Pur di non cambiare se stessi, si cambia altro.

Un parlamento più piccolo con maggiore “efficienza”
Un numero più esiguo di parlamentari non rende assolutamente più “gestibile” un parlamento. I problemi di efficienza del parlamento sono legati al suo operato, alla capacità dello stesso di rapportarsi con la volontà popolare e con il governo.  Ci troviamo invece di fronte ad un partito (da sempre fautore del taglio dei parlamentari) che promuove una riforma volta a svilire il ruolo del parlamento, il cui compito non è produrre leggi più velocemente, ma “esaminarle, emendarle e approvarle”.

Minoranze fuori
Con il taglio dei seggi, in maniera consequenziale aumenta il numero di abitanti per ogni parlamentare. In questo modo, il “distanziamento sociale” tra la popolazione e chi la rappresenta sarà ancora più alto (dopo la riforma ciascun deputato dovrebbe rappresentare 151.210 abitanti rispetto ai precedenti 96.006 e per ciascun senatore si passerebbe da un bacino di 188.424 cittadini a 302.420). Al senato, in cui i seggi sono attribuiti su base regionale, la rappresentanza dei partiti minori risulterebbe davvero esigua, specie nelle regioni meno popolose, che assisteranno all’elezione dei partiti più votati rispetto alle minoranze.

Quantità e qualità
Il messaggio che emerge da un certo tipo di riforma è che sostanzialmente “il troppo storpia”, “meno quantità più qualità. “Quasi che la radice di tutto fosse nell’essere in troppi a occuparsi di politica” (Marco Follini, L’Espresso). Questa politica scarna e senza orpelli sembra essere l’obiettivo principale da raggiungere per quei partiti populisti che, attraverso il pretesto di vantaggi economici e procedure più efficienti, si ergono a portavoce diretti della volontà popolare, senza che la stessa venga mediata e interpretata in maniera corretta. Piccoli numeri, grande consenso, gigantesca élite.

La Redazione