Fronte della Gioventù Comunista: il debutto in CNSU

In seguito ai lavori che abbiamo condotto sul CNSU prima e durante le elezioni studentesche, siamo stati contattati da Antonio Genovese, candidato con Fronte Giovanile Comunista, per un’intervista sul programma elettorale da loro proposto.  Abbiamo deciso di accettare la sua proposta in quanto,  nel nostro ultimo lavoro pubblicato sul nostro blog rispetto alla mancata risposta di uno dei candidati, abbiamo specificamente affermato di voler discutere dei programmi  delle associazioni non solo durante le elezioni, ma anche in seguito. Inoltre, l’associazione in questione è riuscita, per la prima volta, a candidarsi con la propria lista ottenendo un buon seguito da parte degli studenti.

Le elezioni del 14-15 Maggio per il CNSU sono state le prime in cui ha concorso Fronte della Gioventù Comunista riuscendo a raccogliere le firme (5.000) necessarie per la presentazione ufficiale delle liste. Cosa è cambiato nel corso di questi anni? A cosa erano dovute le difficoltà di accesso all’organo e a cosa credete sia dovuto il cambiamento di oggi?
Fronte della Gioventù Comunista è un’organizzazione giovane. Esiste da sei anni e conta circa quaranta ragazzi provenienti da tutta Italia e che comprendono la necessità di portare un’organizzazione comunista giovanile in Italia senza nascondere quello che è il nostro ideale, approfondendolo, studiandolo e agendo nei luoghi di studio e di lavoro, nelle università e nelle scuole. Per noi sarebbe stato prematuro presentarsi agli inizi, poiché una raccolta firme di questo genere richiede o una forza economica o una forza militante. Non possedendo la prima, noi optiamo sempre per la seconda e in questo modo siamo riusciti a candidarci su tutto il territorio nazionale.

Quale valutazione attribuite al risultato di questa tornata elettorale?
A livello locale noi abbiamo iniziato a fare attività sul territorio salernitano da un mese con tutti i limiti di questa campagna elettorale: dove ha prevalso chi si è pubblicizzato di più, non ci sono stati incontri, confronti, iniziative pubbliche dove tutti i candidati potessero esprimere il loro programma e le contraddizioni presenti in questi davanti agli studenti. Il voto lo dimostra: l’affluenza per elezioni del Cnsu è bassa, e ciò vuol dire che gli studenti universitari non sono addentro a quella che è la politica universitaria. Noi abbiamo provato a fare la nostra campagna elettorale, siamo comunque soddisfatti di un risultato che non ci aspettavamo e l’un per cento dei voti presi all’interno dell’università appartengono a persone che hanno apprezzato il nostro programma, le nostre parole d’ordine. Non le abbiamo costrette o convinte con la distribuzione di santini last minute. Siamo stati probabilmente gli unici tra gli unici (forse ad eccezione di Link) a rispettare il silenzio elettorale. Forse questo è stato un errore più che un vanto.

Hai parlato di un’assenza di confronto tra le liste candidate per il CNSU. Che genere di confronto avresti immaginato tra le parti politiche in gioco?
Iniziative pubbliche, ad esempio, dove tutti i candidati potessero esprimere il loro programma. Questa campagna elettorale è stata svuotata di qualsiasi contenuto sostanziale, perché se la maggior parte dei programmi si basano su tematiche come “riduzione delle tasse”, “no politica, più rappresentanza studentesca”, la sostanza resta quella. Politica non è una parolaccia, ma è capire come arrivare a quei risultati, non fare soltanto proposte.

Una critica che viene spesso fatta nei confronti di UdU e Confederazione degli Studenti è quella di essere realtà che si fanno notare principalmente durante il rinnovo della composizione interna del CNSU. È possibile dire lo stesso anche con voi?
È una critica che in questo momento si potrebbe fare anche a noi senza dubbio. Le elezioni del Cnsu sono state uno sprono per parlare con più studenti e farli avvicinare alle nostre idee. La questione è che poi le parole restano parole e i fatti dimostrano le cose. Abbiamo assolutamente intenzione di continuare la nostra lotta dopo le elezioni perchè per noi le elezioni sono state un punto di partenza che ci hanno fatto anche crescere all’interno dell’università, ma non sono un punto di arrivo. La nostra azione continua anche al di là di quelle che sono le elezioni all’interno dell’università. Lo dimostreremo con i fatti che siamo presenti e che continueremo ad agire.

Criticate aspramente le realtà associative con infiltrazioni partitiche.
Essere politicizzati non è un male. Significa avere un’idea di come cambiare la società, l’università. Noi, ad esempio, siamo comunisti. Abbiamo un patto d’azione con il partito comunista ma non lo nascondiamo. Invece molto spesso le organizzazioni si nascondono rispetto agli accordi che fanno con i partiti. La nostra critica riguarda questo: non tanto l’essere o meno politicizzati ma il non dirlo espressamente.

Quale opinione avete sul CNSU? Riformereste l’organo?
Per la prima volta ci siamo candidati al CNSU e sappiamo che non si tratta di un organo capace di cambiare le sorti dell’università italiana. Ci sono però degli interessi politici al suo interno derivanti dalla volontà di voler silenziare l’organo. Questo perché la struttura in passato veniva utilizzata come megafono delle lotte, ma decidendo chi far eleggere al suo interno  da partiti e organizzazioni sindacali, decidendo chi fa rappresentanza, si mettono a tacere le lotte che sono all’interno dell’università. C’è chi utilizza le elezioni per portare avanti la propria carriera, e i partiti riescono a far entrare i loro burattini all’interno dell struttura, grazie ai quali riescono a legittimare l’appoggio degli studenti, firmando nel frattempo le peggiori riforme che negli ultimi anni hanno provocato la distruzione dell’università pubblica e popolare in Italia. Credo che la questione non sia “come riformare l’organo”, ma abolire l’autonomia universitaria, renderla pubblica e a servizio del popolo. Si può anche dare formalmente più potere a quell’organo, ma si riuscirà sostanzialmente a togliergli potere in un altro modo. Gli organi non sono nulla se manca la partecipazione di chi frequenta le università, ed è quello che dobbiamo impegnarci a creare, una partecipazione che sia collettiva nel mondo accademico.

Siete contro l’autonomia finanziaria delle singole strutture accademiche. É anche vero che le università sono diverse e possono avere esigenze diverse. Non credete che un accentramento decisionale possa rischiare di penalizzare le strutture?
È vero che cambiano le esigenze, ma è anche vero che le università per ottenere fondi devono tener conto del pareggio di bilancio. Ne consegue che le università non rispondono a quelle che sono logiche di servizio, ma piuttosto a logiche aziendali. Apparentemente sembra uno strumento volto a favorire i singoli atenei, ma è anzi uno strumento che serve a far mettere atenei contro atenei. Con l’autonomia universitaria sono finiti i finanziamenti e in assenza di questi il diritto allo studio è stato ridotto, si è peggiorata la qualità della didattica e si è avuta l’esclusione dall’università pubblica di tanti studenti delle classi popolari.

Nel vostro programma dedicate molto spazio ad una analisi del sistema universitario incentrato su un flusso monetario che passa attraverso i limiti del FFO e gli interessi economici dei privati. Quale tipo di flusso immaginereste voi? Sostenendo la totale gratuità dell’università, siete dunque a favore di una tassazione generale della comunità nazionale?
Noi siamo a favore di un’università pubblica, statale, scissa dagli interessi delle imprese. Che l’università sia un grande polo d’interesse per le imprese è dimostrabile con la presenza di progetti come Industria 4.0, con l’esternalizzazione dei servizi all’interno dell’università, l’esternalizzazione a privati di spazi che potrebbero essere predisposti per gli studenti. L’università deve essere un luogo di cultura e conoscenza, altrimenti le aziende decideranno di cosa il mercato ha bisogno in quel momento anche per la formazione. Ma non si avrà più una formazione professionalizzante ma aziendalizzante e quindi nel momento in cui qualcuno si formerà in una specifica materia, che magari tra qualche anno non interesserà più al libero mercato, io diventerò un lavoratore dequalificato. La questione non è quindi soltanto di “rappresentanza studentesca”, ma politica e attenzione a dire il contrario. L’obiettivo è proprio quello di immaginare una società diversa per far sì che vengano garantiti i diritti sociali nell’istruzione, nella sanità, nello sport, nella cultura. Per noi la soluzione è una società socialista.

La No Tax Area è stata vista da molti come un importante traguardo per la comunità accademica. E ora in molti ne chiedono un ampliamento. Nel programma ritenete la manovra, così come la rivisitazione degli indicatori ISPE, non sufficiente. Per quale motivo?
Prospettare l’ampliamento della manovra è utopistico. La manovra in sé è stata un contentino. Sperare che gli atenei non si rifacciano sugli studenti per coprire gli introiti che sono venuti a mancare tramite i tagli alla no tax area è un’illusione. Le misure che esentano le tasse di chi ha il reddito più basso in realtà non bastano. Il problema cronico del sistema universitario sta nella sua libera gestione economica, e molto spesso, se anche dagli 0 ai 13 non c’è la tassazione, le università si rifanno sulle fasce immediatamente successive, quelle che vanno dai 13 a 30.000, che rappresentano il 60% degli studenti italiani. Le università inoltre subiscono anche una competizione con le università private. All’unisa dalla 1 alla 6 fascia le tasse passano da 186 a 965 euro, mentre per la settima e per le decima fascia, l’importo è compreso tra 965 e 1229 euro. Se si aumentassero le tasse ai più ricchi, questi non verrebbero più all’università di Salerno, ma andrebbero in un’università privata. L’autonomia degli atenei crea competizione tra università di serie A e università di serie B, ma anche tra le stesse università del sud. Ho sentito candidati che si sono vantati con orgoglio di essersi candidati per il sud e per il nostro ateneo, ma questa è una contraddizione in termine perché tra il nostro ateneo e gli altri atenei del sud non è stato presentato un programma comune. Ciò che si è andato a creare è competizione e manovre come Unisa Premia il Merito sono andate a sottrarre da zone più povere degli iscritti a università più piccole e quelle università più piccole ricevono sempre meno fondi sull’FFO e quindi saranno, nel futuro, destinate a chiudere, lasciando intere zone senza università.

Proponete quindi l’abolizione delle tasse in toto?
Sì, perché proponiamo la statalizzazione dell’università con controllo popolare. Noi ovviamente ci rendiamo conto che tale proposta non può essere attualizzata all’interno del Cnsu perchè va discussa negli atenei. O ci agganciamo a delle illusioni e a situazioni di protagonismo nel Cnsu, con campagne elettorali mirabolanti che promettono di cambiare il sistema universitario o si inizia a ragionare anche politicamente su quella che può essere un’università diversa.

Affrontate anche l’argomento tirocinio definendoli, nella maggior parte dei casi, non  formativi. Che tipo di soluzione immaginate?
Il tirocinio è una parte fondamentale della formazione dello studente. Noi crediamo che non possa esserci teoria scissa dalla pratica, ma non possiamo accettare che la gestione di questi sia delegata all’autonomia degli atenei o ai singoli dipartimenti, che molto spesso non vanno a guardare quella che è la necessità della formazione dello studente ma vanno a guardare quella che è la necessità dell’autonomia della propria università/azienda. Quindi il nostro obiettivo è quello di promuovere una carta didattica che individui nuovi obiettivi formativi garantendo la tutela degli studenti proteggendoli dalle ingerenze di chi intende sfruttarli. È sfruttamento sia per chi usa quei tirocini per coprire le mancanze del servizio sanitario nazionale sia chi li usa per far fare fotocopie ad una neo-laureata in economia senza insegnarle nulla.

In cosa dovrebbe consistere questa Carta Didattica?
Dovrebbe essere un documento in cui individuare gli obiettivi formativi indipendentemente dalle ore di tirocinio svolte. Perché uno studente può anche eseguire 200 ore di tirocinio e aver effettuato tutte attività non formative. Mentre potrebbe anche fare meno ore e maturare una maggiore esperienza. Con questo documento si individuano gli obiettivi formativi e si cerca semplicemente di raggiungerli.

Qual è la vostra opinione sul numero chiuso dei corsi di laurea?
Non siamo contro il numero chiuso a priori, ci rendiamo conto che all’interno di una società non possano esserci tutti dottori, ingegneri, avvocati etc. Il problema si crea nel momento in cui il numero chiuso viene sfruttato senza tener conto di quelle che sono le esigenze, se ci leghiamo alla facoltà di medicina, del servizio sanitario nazionale, dei posti di lavoro necessari per quel settore. Il numero chiuso a medicina non va a vedere tra i parametri delle persone che devono essere ammesse quelle che sono le esigenze del servizio sanitario nazionale ma va a vedere quante aule ci sono nell’università. Ma se l’università viene de-finanziata e negli ultimi dieci anni abbiamo subito tagli per i finanziamenti statali e la riduzione della quota base per l’aumento della quota premiale, ovviamente non avrai le aule per accogliere quegli studenti, è un cane che si morde la coda. Il numero chiuso è stato utilizzato proprio per diminuire quelle che dovevano essere le risorse all’interno del servizio sanitario nazionale e quelle stesse risorse sono state poi, in un certo senso, coperti con lo sfruttamento delle risorse nei tirocini per le professioni medico sanitarie. Noi vogliamo un aumento della quota e che il numero chiuso, se ce ne fosse bisogno, rispetti quelle che sono le reali esigenze dei servizi nazionali della società, per garantire che non vengano chiusi presidi, consultori, intere strutture ospedaliere. Poi la questione è anche un’altra: tante persone vengono escluse dal mondo della facoltà di medicina perché tante persone provano ad entrarvi (medicina è vista comunque un’isola felice). Se non ci fosse tanta precarietà e instabilità nel mondo in cui viviamo non credo che tutti valuterebbero Medicina come propria meta.

Che opinione avete in merito all’approccio che il sistema universitario ha nei confronti dei fuori corso?
Il punto è che quelli che ci vanno a perdere sono sempre gli studenti delle classi popolari. Molto spesso poiché non vengono finanziate le borse di studio, tagliate quelle cose che vanno ad allontanare lo studente dal diritto allo studio, lo studente è costretto a lavorare. Ed essendo costretto a lavorare ci mette il doppio degli anni a laurearsi. La domanda quindi è questa: perché penalizzare ulteriormente chi già attualmente verrebbe escluso dal mondo del lavoro? perchè la persona che si laurea con il doppio degli anni entra con maggior difficoltà nel mondo del lavoro. L’università ci tiene a fare questo per acquisire gli FFO premiali, per dare uno stimolo agli studenti creando un clima di competizione e di ansia e creando una circostanza tale che magari lo studente che resta fuori corso per un paio di anno decide di abbandonare gli studi. Si finisce così per incentivare alla rinuncia degli studi chi ha più difficoltà economiche.

Che opinioni avete in merito all’accesso all’insegnamento?
La questione dei 24 cfu dimostrano quanto l’università sia diventata simile ad un’azienda. È assurdo pensare prima di tutto di poter imparare il mestiere dell’insegnante facendo dei corsi aggiuntivi, corsi aggiuntivi che parlano di materie teoriche, non pratiche. È giusto che si imparino principi di psicologia e pedagogia se si voglia fare l’insegnante, ma è anche vero che quei principi bisogna poi saperli applicare. È poi assurdo che al termine di un percorso accademico lo studente debba pagare per ottenere altri cfu per accedere all’insegnamento. Questo va ad escludere una parte della popolazione che vuole fare questo lavoro. Per me andrebbero aboliti, o al massimo andrebbe incrementata l’offerta didattica interna per dare agli studenti la possibilità di aggiungere come opzionali gli esami richiesti, ma gratis e non a pagamento.

Ambiente, doppio libretto per gli studenti in transizione di genere e sportelli psicologici sono questioni che non vengono affrontate nel vostro programma. Per quale motivo? E qual è la vostra opinione in merito a questi tre punti?
Avendo partecipato a diversi cortei in Italia siamo consapevoli che il problema ambientale non lo risolviamo noi in quanto singoli cittadini dal momento che il 70-80% dell’inquinamento viene prodotto dalle grandi imprese. Bisogna pensare a delle politiche che siano contro le grandi imprese che non si occupano di smaltire i rifiuti adeguatamente. Nel consiglio degli studenti dell’Università di Salerno sono state fatte delle proposte plastic free, che io condivido fondamentalmente, ma che credo non verranno mai realmente realizzate perché l’ateneo appalta i servizi di ristoro a soggetti che vendono acqua/bibite e che non sarebbero contenti di questa manovra. Anche per la raccolta differenziata: formalmente esiste, ma concretamente a me sembra che venga tutto gettato nei bidoni dell’Indifferenziato. Se vogliamo fare una vera politica sull’ambiente dobbiamo concentrarci non su singole politiche ma sulla politica in generale, cioè fare delle discussioni sistemiche. Non ho visto nei programmi elettorali degli altri parlare dell’autonomia dell’università. Nessuno ha messo in discussione questa riforma che da venti anni sta distruggendo il sistema universitario. Ecco perchè abbiamo preferito concentrarci su aspetti più tecnici, più politici, senza nasconderci dietro una finta apoliticità,  perché fasulla.
Per quanto riguarda la parità di genere: per noi queste sono questioni di diritti civili ma i diritti civili arrivano soltanto quando ci sono i diritti sociali. In questo momento di arretramento di diritti sociali, molto spesso vengono garantiti diritti civili come contentino. Non abbiamo nulla contro i diritti civili e anzi ben vengano, ma sappiamo pure che i diritti civili se non sono accompagnati da diritti sociali sono dei contentini che non possono essere usufruiti nemmeno dalla maggior parte degli studenti delle classi popolari, cioè dalla maggior parte degli studenti che magari si vedono anche esclusi dall’università.
Crediamo che gli sportelli psicologici siano un servizio essenziale ma poco potenziato all’interno dell’università. Perchè psicologi che hanno circa 750 utenti e 10 ore alla settimana per ascoltarli non riusciranno mai ad offrire un buon servizio. Anche qui ci sono stati problemi di esternalizzazione dei servizi e inoltre ci stiamo cercando di approfondire il tema. Abbiamo preferito non parlarne nel programma perché volevamo fornire un punto di vista politico ed economico che fosse coerente e completo e non fare soltanto un accenno lasciando la questione a metà.

Annaclaudia D’Errico