8 marzo: battaglie che diventano libertà

8 marzo: battaglie che diventano libertà

L’otto marzo è la giornata dedicata all’autodeterminazione femminile. Troppe volte le donne hanno incontrato ostacoli, divieti e obblighi che hanno preventivamente organizzato e indirizzato la loro strada. Quando hanno provato a mettersi di traverso a un sistema che vorrebbe vederle sempre e solo in un certo modo, si sono sentite dire di tutto. “Non è importante”, “i veri diritti sono altri”, “la parità riguarda altro”. La storia ci insegna che le battaglie personali di alcune donne possono diventare libertà di tutte. Ne ripercorriamo alcune, sperando possano essere d’ispirazione per ogni donna che sta ancora costruendo il proprio percorso, liberandosi dai pregiudizi e lavorando sulla sua emancipazione e autodeterminazione.

Helen Hulick è nota per essere stata un’educatrice americana che ha adottato metodi innovativi per insegnare ai bambini con difficoltà uditive e di linguaggio. Ma è molto più nota per aver sfidato un giudice del tribunale di Los Angeles che voleva imporle un vestiario preciso. Helen Hulick si trovava in udienza per testimoniare su un furto avvenuto in casa sua. Il giudice l’ha ripetutamente invitata a ritornare in aula con un abbigliamento più consono, ossia indossando i classici vestiti da donna con gonna e non i pantaloni con cui si è presentata più volte in sede. Il giudice dovette imbattersi nell’ostilità della donna ad indossare l’abbigliamento che più considerava comodo per lei e non quello imposto dalla corte. Helen Hulick fu così condannata a cinque giorni di carcere, per avere semplicemente indossato dei pantaloni. Fece ricorso e in Corte d’Appello le fu data ragione. Le donne possono indossare i pantaloni. Qualcosa che a noi oggi sembra scontato, sciocco forse per alcuni, ma che ad Helen non fu permesso perché, in quanto donna, poteva indossare gonne e non pantaloni. Il giorno in cui ritornò in tribunale per testimoniare, indossó una gonna. Non era importante come fosse vestita, ma solo che potesse scegliere lei autonomamente e liberamente. Non qualcun altro.

Nel 1960 la Corte Costituzionale pronunciò la sentenza n.33, una delle più importanti della storia italiana. Il dispositivo faceva qualcosa che fino ad allora era considerato non possibile: concedere anche alle donne la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici. La sentenza non nacque dal nulla, ma dalla tenacia di una donna. Il suo nome era Rosa Oliva. Salernitana, con laurea in Scienze Politiche, presentò domanda per il Concorso della carriera prefettizia che disponeva come requisito l’appartenenza al sesso maschile, in palese contrasto con l’art.3 della Costituzione italiana. Le leggi in vigore in quel periodo escludevano le donne dall’esercizio di determinate professioni e impieghi pubblici, in particolare quelli implicanti “poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello stato” (art. 7 della legge n.1176 del 1919). Quella sentenza aprì le porte a tutte le donne per l’ammissione ai concorsi pubblici. “Il mio obiettivo non era diventare prefetto, ma sollevare un caso e spazzar via discriminazioni inaccettabili”.

La violenza sulle donne è entrata così tanto dentro il tessuto sociale che per tanto tempo lo stupro non è stato considerato neanche un reato contro la persona. Una donna stuprata non era una donna che aveva subito violenza, ma solo una donna che non possedeva più l’onorabilità della verginità (altro costrutto sociale). Così, per sistemare le cose, si dava la possibilità allo stupratore di sposare la donna stuprata, in modo da reintegrare l’onorabilità della donna violentata. La violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona. Si chiama “matrimonio riparatore” e per tanto tempo è stata una prassi considerata valida dal sistema giuridico. Questo fino a quando Franca Viola non ha detto di no alla possibilità di convolare a nozze con l’uomo che l’aveva violentata, fino a quando la società italiana non si è sentita dire la verità: “l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. Dopo sedici anni il matrimonio riparatore è stato abolito. Non sarebbe stato possibile senza quel primo “no” detto a gran voce sedici anni prima. 

Esibizionismo sessuale in luogo pubblico”. Patologico, disturbante, lesivo, molesto, malattia sociale del patriarcato, un virus che si aggrappa non solo all’invasione da parte del genere maschile dell’intimità altrui, ma anche all’esibizione di corpi che non riescono ad autodeterminarsi. Cosa succede quando, ad essere esibita, è la donna? Dagli uomini sì, sempre e soltanto dalla loro rappresentazione del femminile, una rivendicazione impropria di un’identità corporea che non può che appartenere a sé stessa, ma muta, un megafono nelle mani di un sistema opprimente. L’esibizionismo sessuale in luogo pubblico divenne, nel 2018, un vero e proprio capo d’accusa in Francia ai danni di Deborah De Robertis, artista italo-belga, nota per aver mostrato il proprio corpo in alcuni musei senza il permesso delle governance. Eppure, nel 2014, l’esibizione che più la portò sulle pagine di numerosi quotidiani internazionali, non rappresentò un pericolo per la sua fedina penale, solo un allontanamento forzato dal museo Musée D’Orsay. La De Robertis, nel bel mezzo di una mostra, cammina vestita d’oro verso il celebre quadro “L’origine du monde” di Gustave Courbet, in cui viene ritratta in maniera realistica una vulva, si siede sotto il quadro e allarga le gambe mostrando i propri genitali. La reazione del pubblico fu estremamente controversa, dagli applausi delle donne al voyeurismo degli uomini, intenti a fotografare e riprendere l’artista. Gli addetti e le addette all’ordine, nonostante la volontà di allontanare la donna dal museo, si trovarono effettivamente in una situazione di estremo imbarazzo: è possibile censurare il corpo nudo di una donna se, effettivamente al di sopra è raffigurata, come afferma una persona tra il pubblico la même chose”, la sua rappresentazione senza alcuna limitazione? È possibile osservare genitali femminili dipinti nei minimi particolari, per di più da un uomo, esposti al mondo perché vi identifichiamo la sua origine, e oscurarli nella realtà, renderli illegali? L’atto della De Robertis, tacciato di esibizionismo, è invece la messa in scena della riappropriazione del corpo. Se una vulva è l’origine, lo è chi la porta, e non è possibile cancellarla. La performance dell’artista concettuale inizia con due occhi in lacrime, un’Ave Maria e un testo inequivocabile:Je suis l’origine, je suis toutes les femmes, je veux que tu me reconnaisse, Vierge comme l’eau, créatrice du sperme”. 

“Voglio criticare i miei compatrioti in quest’assemblea. Come potete permettere a questi criminali di essere presenti alla Loya Jirga? A dei Signori della Guerra responsabili della situazione del nostro paese? Loro opprimono le donne e hanno distrutto il nostro Paese. Dovrebbero essere processati. Potranno anche essere perdonati dal popolo Afghano, ma sarà la storia a giudicarli.” Dopo aver pronunciato queste parole nel 2003 durante una seduta parlamentare, la politica e attivista Malalai Joya fu scortata fuori dall’aula rischiando di essere picchiata a morte. Aveva soltanto 25 anni ed era già destinata a cambiare la storia politica dell’Afghanistan ed essere eletta, nel 2005, come rappresentante della sua provincia presso la Camera dei Deputati. La stoccata più forte alla sua libertà d’espressione arriva nel 2007. La Joya, invitata in una trasmissione televisiva locale, mostra il suo disprezzo totale per la classe politica contemporanea, rea non solo di aver rovinato il suo paese, ma di aver ceduto alle forze politiche estere, ritenute da Malalai Joya ugualmente colpevoli del retaggio patriarcale a cui le donne afgane erano e sono sottoposte. Definì pubblicamente il parlamento “peggio di uno zoo o una stalla”, piena di membri “criminali e nemici del popolo”. Fu sospesa così dalla sua carica politica, generando forti reazioni a livello internazionale e raccogliendo consensi in una lettera aperta da numerose/i intellettuali di tutto il mondo. È ora costretta a nascondersi, nel costante rischio di subire un attentato a causa del suo attivismo. 

Le parole, i gesti, le rivendicazioni di cinque donne appartenenti a contesti e classi sociali eterogenee, con aspirazioni e vissuti differenti, accomunate da un’esigenza estremamente forte di cambiare le carte in tavola, spaesando il mondo circostante, creando un crinale pericolosissimo per la loro sopravvivenza: o si è dentro, o si è fuori dai cardini, o almeno si è immerse nella possibilità di migliorare l’esistenza propria e di tutte le donne oppresse. Il dissenso, le proprie parole, i vestiti, lo stesso corpo, tutti mezzi per rivendicare il proprio esserci, esistere finalmente per sé, a nessun’altra condizione. E la libertà, la possibilità, l’autodeterminazione sono una festa a cui tutte, tutte quante possiamo e dobbiamo partecipare.