Valerian e la città dei mille pianeti: Besson e la fantascienza

Valerian e la città dei mille pianeti: Besson e la fantascienza

“Tramutare un’esile favoletta in un successo”, questo è il celebre commento con cui viene definito  il film cult del 1997 “Il Quinto Elemento” e in generale ridotto tutto l’operato del regista francese Luc Besson. Esagerazione? Manie di protagonismo da parte del recensore? Mera voglia di causare discussioni accese? Molto probabilmente un mix di tutti questi ingredienti ma, come il tempo ci ha rivelato, anche una tremenda verità. Besson è un grande e atipico regista, padroneggia mirabilmente quasi ogni genere, costruisce personaggi assurdamente indimenticabili (il cuore va subito a Dj Ruby Rhod e al suo stravagante programma radiofonico) e la sua fantasia è sempre inesauribile, capace di attivarsi attraverso una miriade di stimoli diversi. “Nikita” è nato dall’omonimo brano di Elton John,  “Angel-A” è una cartolina d’amore per Parigi, “Atlantis” è praticamente un documentario e non mancano, come vedremo, altri medium come il fumetto o il romanzo.

Qualcosa, però, accomuna tutti questi film, oltre l’eterogeneità delle loro fonti: narrativamente (chi più, chi meno) soffrono, non sono sufficienti. E non si tratta di qualità della trama in sé, ma svolgimento ed evoluzione della stessa. Il recente “Valerian e la città dei mille pianeti”, che segna il ritorno del cineasta francese alla fantascienza più classica, dimostra per l’ennesima volta questa carenza, con una gestione ai confini tra il demenziale e lo scriteriato del mistero che sottende tutta la vicenda. In pratica, la storia è incentrata sui due agenti Valerian (Dane DeHaan) e Laureline (Cara Delevigne), operanti in un’immensa stazione spaziale che riunisce sotto gli ideali di tolleranza e uguaglianza migliaia di specie aliene, sul loro rapporto e su un’ inarrestabile quanto invisibile minaccia che sta distruggendo tutta la stazione. Questo intreccio, che in linea con un gusto tipicamente bessoniano nasconde tematiche e risvolti molto più profondi di quanto si possa pensare, in rari casi sembra si stia dipanando in maniera naturale, mentre il più delle volte risulta forzato, artificioso. Non rende il racconto indigesto e ne inficia solo in parte la godibilità, salvata da due ottimi protagonisti e dai loro scambi squisitamente adolescenziali,  ma è un difetto che riesce addirittura a spostare l’attenzione su ciò che conta davvero.

L’universo di Valerian (dall’omonimo fumetto degli anni ‘60), infatti, è semplicemente maestoso, il più bello e ammaliante che si sia mai visto su un grande schermo. È vivo, pulsa sotto la sua superficie di torbida pellicola, mostrandosi con una varietà ambientale, cromatica e stilistica da capogiro e riempiendo ogni angolo con qualcosa da ammirare, che siano alieni-pterodattili informatori o simil-armadilli celesti che creano perle. È cinema allo stato dell’arte, è fantascienza primordiale per eccellenza, è la sintesi più pura dell’emozione umana della scoperta. In una sola parola, è imperdibile.

 

Luciano Moscariello