La vita davanti a sé

La vita davanti a sé

La pellicola è un adattamento del romanzo omonimo di Romain Gary, attinge a uno dei classici europei del secondo Novecento per parlare di tolleranza e unione nel dolore, facendo notare quanto questa narrazione possa essere contemporanea. Madame Rosa (Sophia Loren) è il personaggio definitivo in cui si fondono tutte le migliori caratteristiche che hanno contraddistinto la Loren nel corso della sua carriera: da quel forte carisma che s’impadronisce dello schermo a quel senso di orgoglio e fierezza, fino alla fragilità emotiva di un personaggio in caduta, al magnetismo e a quel senso di umanità che è in grado di trasmettere con il solo sguardo; ed è qua, nel suo personaggio, che nasce e cresce il punto più forte e solido dell’opera.

Madame Rosa non è solo ciò che è stato della Loren, ma rappresenta cos’è oggi quel cinema italiano del passato che ancora si cerca di emulare, di spremere, sebbene in realtà non sia altro che un rifugio in cantina colmo di reliquie dove poter, nella comodità della propria poltrona, riflettere sul passato. Momò (l’esordiente Ibrahima Gueye) è un dodicenne di origini senegalesi, rimasto solo e, a causa del suo passato doloroso, dal carattere difficile. L’unico a occuparsi di lui era il dottor Cohen, ma essendo ormai anziano e stanco lo affida a Madame Rosa, un’ebrea sopravvissuta ai lager ed ex prostituta che, raggiunta la tarda età e avendo bisogno di un modo per sopravvivere, ha tramutato la sua casa in un rifugio per i figli di coloro che ancora fanno quel mestiere e non saprebbero altrimenti a chi lasciarli.

Nonostante differenze importanti come età, etnia, religione, cultura, i due trovano un punto d’incontro nel dolore condiviso. Quello dell’emarginazione rimane il tema centrale, accompagnato dal brano di Laura Pausini “Io Sì”, vincitore del Golden Globe e candidato agli Oscar 2021. L’intento del regista, figlio della stessa Sophia Loren, Edoardo Ponti, sembra sincero: usa il dolore del passato per collegarsi a quello del presente, mostrando in modo semplice e chiaro come tanti ragazzi problematici, o anche meno, sono solamente affamati di sentimenti e vogliono ricevere amore, protezione e ospitalità.

Gaia Troisi