Un libro per tornare a sentirsi student*

Un libro per tornare a sentirsi student*

Ho impiegato più di qualche istante a rendermi conto di essere di nuovo qui. L’assenza di ingorghi stradali, il ritmo scorrevole delle auto mi avevano per un momento disorientata. Solo quando mi sono ritrovata di fronte ad un cancello chiuso, dalle tinte rosse, ho realizzato che sì: ero di nuovo in ateneo. Per un po’ mi sono chiesta come fosse possibile che, nonostante le installazioni di segnaletica annunciate sui social, mi trovassi proprio di fronte ad un portoncino chiuso. Un po’ più in là ho notato le sbarre attraverso le quali passano le auto che lasciano il campus. Dove hanno posizionato uno dei box per la raccolta di libri. Non è un accesso per pedoni ma quello spazietto lì, tra la sbarra e il murettino, forse mi consentirà di entrare. Quindi procedo. Mi ritrovo davanti il guardiano che mi chiede perché sono qui. Il dover giustificare il motivo per cui devo entrare nel campus, mi lascia una sensazione strana addosso solo al pensiero che pochi mesi prima ero libera di recarmi in ateneo ogni qualvolta ne avessi bisogno. Scaccio per un attimo questo pensiero nostalgico e prendo dalla borsa la richiesta di accesso che ho dovuto compilare la sera prima entro le 17, in modo da averla a portata di mano per mostrarla al guardiano in caso me la chiedesse. Capendo il mio smarrimento mi indica il giusto accesso previsto per i pedoni. Lo ringrazio e mi avvio. Lungo il percorso noto due segnaletiche con la scritta “Rilevazione temperatura” con accanto una freccia rivolta verso il basso, immaginavo che questa fosse obbligatoria per poter entrare all’università, ma non credevo che fosse così complicato capire dove o a chi sarebbe spettato il compito di misurarla. Alla fine, guardandomi intorno capisco che la rilevazione sarà effettuata nel sottopassaggio della biblioteca umanistica, strada percorribile sia dai pedoni che dalle auto. Continuo a stringere in mano il foglio della richiesta d’accesso, mentre aspetto che arrivi il mio turno, pronta a mostrarla appena ce ne sarà bisogno. Con un cenno della mano uno degli operatori incaricati mi dice di farmi avanti e mi chiede nome e cognome. Solo ora noto il registro presente sul tavolo accanto, sui numerosi fogli sono indicati i nomi di tutti coloro che sono stati autorizzati ad accedere al campus in questa giornata. Trovato il mio nome, procede nella misurazione della temperatura, mentre spiego il motivo per cui sono qui. Usufruire del servizio restituzione e prestito della biblioteca, è la spiegazione che ho scritto all’interno della richiesta. La sua collega con la divisa della “Misericordia” mi chiede se conosco la strada per la biblioteca umanistica, annuendo le sorrido per la domanda di circostanza. Riprendo a camminare e salgo le scale che portano a Piazza del Rettorato.

Non so esattamente che cosa troverò una volta arrivata davanti alla biblioteca, se ci sarà qualcuno a cui dovrò mostrare la mail con l’approvazione per il prestito del libro. Immagino che appena entrerò dovrò igienizzarmi le mani prima di potermi recare alla cassettiera in cui è stato posto il libro. Prima della chiusura del campus, ero solita rifugiarmi tra le mura della biblioteca e prendere uno o più libri che attiravano la mia attenzione, consultandoli in maniera spontanea e se avessi voluto prenderne in prestito qualcuno avrei semplicemente dovuto compilare l’apposita scheda. Ora mi è sembrato di attendere un tempo infinito prima di poter nuovamente sfogliare un libro della biblioteca e a separarmi dal traguardo vi è solo una cassetta, posizionata all’esterno, con sopra inciso un numero. Ecco. Finalmente ho tra le mani quel libro che stavo aspettando. Per un attimo credo di aver dimenticato tutto, comprese le bizzarre circostanze che mi hanno condotta fin qui. Per me che ho sempre passato gran parte dello studio pre-esame in biblioteca, in qualche angolino al caldo fin dalle 08:30 del mattino, non è stato affatto semplice in questi mesi trovare una nuova routine di studio. Trascorrere la maggior parte del tempo sulla stessa scrivania senza imbattermi in quegli scaffali di libri, senza incrociare lo sguardo assonnato di qualche coetaneo, senza poter scorgere tra le finestre i grandi scaloni di Piazza del Rettorato – lo confesso – non ha influito positivamente sul mio stato d’animo.  Mi è mancato persino quel brivido di sfida che mi attraversava quando da fuori si riversavano, dentro le mura della biblioteca, un numero piuttosto considerevole di giovani mattinieri. Il massimo del pericolo che mi sono concessa in queste settimane è l’aver tentato di sfidare, non so con quanta audacia, il mio gatto  che sembra ritenere la mia sedia, tra le mille a sua disposizione, la più adatta per il suo riposino di venti ore. Mi allontano da qui prima che dalla telecamera qualcuno inizi a chiamarmi per chiedermi (anche qui) cosa faccio dentro al campus. Come da manuale, penso che, quasi quasi, un caffè voglio berlo. Mi affretto a raggiungere il distributore avendo notato il bar chiuso. Espresso, 35 centesimi: una delle poche certezze della vita accademica. Tanto quanto il colore marroncino tipico di una sostanza annacquata che solo chi è estremamente stressato per via della sessione può bere. Piccole sfide a cui mai si rinuncia quando si percorrono le strade dell’università. Mentre aspetto che si raffreddi un po’, per non far pagare alla mia bocca il duro scarto tra freddo e caldo tipico di Fisciano, mi giro attorno, per dare un’occhiata a quello che mi circonda. Ma non vedo nulla. Non sento nulla. Per un po’ penso di non sapere neanche dove realmente mi trovo. È tutto spento, chiuso, incolore, insapore, inodore. C’è solo il rumore di fondo di un trapano che da qualche parte sta facendo un foro. Gli eterni lavori in corso targati Unisa, gli unici ad ispirare una qualche forma di familiarità. Non riesco a riconoscere del tutto il luogo, a ricordarmi com’era, a sentirmi di nuovo parte di una comunità. Penso, per un attimo, che in fondo quello che vivevo qui, fosse tremendamente bello e sconsiderato. Sebbene pieno zeppo di disagi, difficoltà, inadeguatezze, non so bene come, questo agglomerato di cemento colorato con scale anemiche, sapeva sempre in qualche modo riuscire a lasciarmi un angolo di inaspettata bellezza e opportunità. Poteva essere la postazione di studio pomeridiana, la sediolina al bar su cui mangiare il cornetto, la fila in mensa con il solito menù alle patate, o quei fiori bellissimi e coloratissimi che accostavano gli edifici. Era la magia attorno a un mondo che sembrava alla mia portata. Ma mentre mi lascio andare ad un mix di nostalgia, fantasia (probabile ansia da sessione), sento vibrare il cellulare per l’arrivo di un messaggio. Per abitudine il mio sguardo cade sull’orario e ho un nuovo flashback: è tardi, il pullman potrebbe passare tra poco.

È ora di andare, chissà perché immaginavo diversamente il momento del distacco. Effettivamente non tornerò qui finché il gigantesco manuale che appesantisce il mio zaino non sarà letto, sottolineato, sgualcito. Ma l’effetto straniante di una visita calcolata in un posto che ha fatto parte per anni della mia quotidianità non lo avevo previsto. Mi aspettavo malinconia, saudade, un “ci rivedremo”, ma non una passeggiata surreale in un mondo privo di movimento e riconoscibile, per me, soltanto attraverso il filtro della contingenza, il poterci arrivare senza preavviso, a mio uso e consumo, sempre lì, difettoso, criticabile, non sempre così accogliente, ma mio, il mio spazio prima di fare capolino nella realtà. A quella casualità non avrei mai voluto rinunciare. E Piazza del Sapere scivola via sotto i piedi, il matitone non è più osservato e fotografato dalle matricole, il muretto non aspetta che io mi sieda. Risalgo verso il terminal lentamente, non supero nessuno, nessuno supera me a causa della mia lentezza e della borsa troppo pesante. In biglietteria, un piccolo assembramento di matricole, firmano un modulo, disinfettano le mani. Io prendo il solito biglietto, e aspetto il pullman che mi riporterà a casa. Per tutta l’estate, all’inizio o alla fine di qualsiasi piccola escursione fuori comune, ricordo di aver evitato una marea di corse per lo straripare di persone in piedi, sedute, strette, troppe per l’emergenza a cui stiamo assistendo. Questa volta nessuna corsa da scampare, niente ritardi, e silenzio. Sul pullman si è soli, si torna a casa molto prima del previsto. Penso a quando restituirò il libro in biblioteca, a quando mi fermerò davanti al box, a quando penserò all’Università vuota, alla tristezza della mia prossima abitudine: guardare da fuori un luogo in cui, forse, non tornerò più per molto altro tempo.

La Redazione

Tratto dal bollettino informativo “Arrocchi Artificiali“.