Un fragile recupero sottolinea l’urgenza della continua riforma

Il 17 giugno il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato i risultati della sua missione annuale in Italia, in cui ha valutato le condizioni e le prospettive del Paese, dispensando consigli per azioni di riforma al Governo. Il giudizio generale recita: “quest’anno dovrebbe aversi una timida crescita sostenuta dalle esportazioni, tuttavia la ripresa resta fragile e la disoccupazione inaccettabilmente alta, evidenziando la necessità di azioni politiche coraggiose e rapide”, andando ad identificarne i punti nevralgici “Mercato del lavoro, politica della concorrenza, piccole e medie imprese (PMI) e sistema giudiziario sono quattro aree collegate in cui le riforme dovrebbero sbloccare significativo potenziale di crescita”.

Il documento pubblicato dal FMI comincia a snocciolare le varie questioni partendo dall’apprezzamento della riforma del lavoro, il controverso jobs act, che a loro giudizio va a contrastare il dualismo rigidità-precarietà con un progressivismo che parte dall’apprendistato e concede tutele sempre maggiori nel corso del tempo, strizzando l’occhio all’esigenza delle imprese di adattarsi al mercato (la flessibilità). Bisogna anche considerare, però, che tali politiche di flessibilità servono a stimolare la sola domanda estera e i relativi investimenti, ma nel contempo si ottiene di fatto una maggiore precarizzazione dei lavoratori e un conseguente calo dei salari, quindi dei consumi interni. Ci si affida agli altri, alla spesa estera nel nostro Paese che tuttavia ha un impatto relativamente basso, infatti il peso della domanda estera nella nostra economia è di circa il 20% rispetto all’80% di quella interna che andrebbe quindi incentivata lasciando maggiori risorse nelle buste paga dei lavoratori, i quali a loro volta le rimetteranno in circolo incrementando in certa parte i consumi interni. A seguire è suggerita una standardizzazione dei livelli salariali su base regionale (anche nelle P.A.), azione che, in un Paese con ampie discrepanze economiche territoriali, innescherebbe una rincorsa alle regioni “virtuose” e un conseguente aumento dell’emigrazione interna a scapito del meno attraente meridione.

Altro punto focale è la riforma della giustizia come “urgente e necessaria per promuovere la crescita, l’occupazione, e il credito [..] rivedendo le spese di giudizio, limitando eccessivi appelli, sviluppando indicatori di performance per tutte le giurisdizioni, e incentivare il ricorso alla mediazione”, ma è possibile armonizzare questi strumenti ad una chiara e reale esecuzione della giustizia? Non si rischia di muoversi a discapito della qualità? D’altro canto è sicuro che le imprese hanno bisogno di tempi molto più ridotti di quelli che sono previsti attualmente che anche solo per far rispettare un contratto devono aspettare circa 1000 giorni! Questa lentezza va non solo ad ostacolare il corretto funzionamento dei mercati, ma fa perdere le nostre imprese sul terreno della competitività e le rende meno sicure nei confronti delle banche che faticano a erogare crediti. Ridurre l’impatto di un processo per un impresa può voler dire recuperare un credito più velocemente, reinvestirlo al momento opportuno, saldare un debito, dare certezze di solvibilità ad una banca; insomma vuol dire sbloccare potenziale economico bloccato che va immesso nel sistema.

Non può mancare il riferimento alle Piccole e Medie Imprese, colonna portante dell’economia italiana e settore maggiormente colpito dalla crisi. Dal 2008 molte di quest’ultime sono state costrette a chiudere contribuendo all’aumento della disoccupazione e al calo del PIL, così seppur in presenza di un avanzo primario di circa il 4% nel 2014 questo non ha compensato la grave perdita rappresentata da un +65% di chiusura di PMI in 4 anni ed il 2013 è il peggiore di tutti. L’urgenza di intervenire a favore di tali imprese è vitale per l’economia di un Paese fondato su di esse come l’Italia; inoltre il FMI sottolinea l’importanza di orientare il supporto pubblico alle start-up (pochissime), in modo da creare nuovi settori potenziali di crescita e ricerca. in sostanza: crescere innovando. Proprio quest’ultimo termine sembra sconosciuto alle amministrazioni italiane che tra burocrazia, tagli dei fondi di ricerca e pressione fiscale pongono ostacoli a volte insormontabili per la messa in atto e in commercio di idee nuove.

Contro i tagli e gli aumenti delle tasse, ma per il lavoro

Il fisco è uno degli argomenti più importanti. “Nel breve termine, la politica fiscale ha bisogno di trovare un delicato equilibrio che imposti il rapporto debito-PIL su un percorso discendente e nel contempo eviti un eccessivo serraggio che deraglia la fragile ripresa”; si suggerisce, infatti, l’abbassamento della pressione fiscale a vantaggio dei lavoratori favorendo i consumi. Bene sì, ma di quanto si è disposti ad abbassarla? Suggerire di abbassare la pressione fiscale e nel contempo guardare al rapporto debito-PIL, e quindi al gettito fiscale utile a coprire questo debito, vuol dire che il governo dovrebbe ottenere lo stesso gettito attuale, ma procurandoselo da una diversa fetta di popolazione in modo da non indebolire chi consuma (salariati). Questa manovra volta a favorire i consumi andrebbe a vantaggio della produzione che vedrebbe una crescita della domanda, si va così ad innescare un circolo virtuoso di produzione e consumo che andrebbe a creare maggiori posti di lavoro e ad innescare la crescita. Il FMI ritiene che essa vada stimolata riorientando le priorità di bilancio e migliorando l’efficienza e l’efficacia del settore pubblico, bilanciando il gap generazionale per cui c’è una polarizzazione di spesa nei confronti del comparto più anziano della popolazione in pensioni, e un sotto-finanziamento dell’istruzione. Nello specifico il FMI suggerisce di spostare il gettito per le pensioni d’oro sull’istruzione. Manovre di riorganizzazione del gettito insomma, non vera e propria politica fiscale espansiva; alla fine i limiti dell’azione di governo sono sempre e comunque quelli imposti dai severi trattati europei (Fiscal Compact & Co.).

In conclusione si può comunque evidenziare un cambio di rotta del pur sempre liberale FMI, criticato da più parti, da illustri economisti come Joseph StiglitzAmartya Sen e Noam Chomsky a molti movimenti no global (Seattle e Genova) o i recenti “Occupy”. Cambio di rotta in parallelo con quello della Federal Reserve, in rottura con l’austerity e a favore della crescita (non senza tenere d’occhio il bilancio).  Indicazione importante, in attesa che venga recepita dall’Europa i cui Paesi sono comunque membri del FMI e hanno forse capito che in una situazione di recesso economico il perseguimento di politiche volte alla crescita favorisce anche il pagamento dei debiti sovrani. Molto importante per l’Italia che ha bisogno di misure forti per tornare a produrre e a vivere; per ora si muore.

Antonio Nudo

32 Replies to “Un fragile recupero sottolinea l’urgenza della continua riforma”

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