Trump, TikTok, K-Pop: le nuove regole del bluff

Non è un segreto che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump faccia un assiduo uso del social Twitter, per condividere con coloro che lo seguono la sua idea su ogni situazione che accade sotto la sua presidenza e non solo. Ed è proprio tramite un tweet dal testo We’re back che ha annunciato il primo comizio elettorale della sua campagna previsto per sabato 20 giugno a Tulsa. Precedentemente prefissato per il 19 giugno, data proprio del Juneteenth, ovvero il giorno che commemora la liberazione degli schiavi dopo la Guerra civile e a Tulsa, in Oklahoma, dove nel 1921 una folla di suprematisti bianchi avevano massacrato dozzine di neri nel quartiere di Greenwood. Le polemiche insorte infatti hanno ottenuto lo spostamento del comizio al giorno seguente. Ad attendere il discorso del presidente Trump, come dichiarato dal manager della campagna Brad Parscale, sarebbero dovuti esserci circa un milione di persone secondo le prenotazioni virtuali aperte dal 12 giugno. Ad occupare realmente le sedie, però, sono state 6.200 persone. Un numero considerato troppo esiguo dal presidente e dal suo staff che ha annullato il discorso in programma.

Si è trattato di un vero e proprio sabotaggio, iniziato sul social TikTok, frequentato prevalentemente da ragazzi della generazione Z (i nati tra gli anni ‘90 e la fine degli anni 2000). Ma ad incitare i ragazzi nel sabotare l’evento è stata Mary Jo Laupp alias #TikTokGrandma, una signora di 51 anni di Fort Dodge in Iowa. Gli altri utenti del social l’hanno seguita a ruota e, forse, nemmeno lei si aspettava un’azione di massa così numerosa. In una notte, dopo il video postato da Mary Jo Laupp contro il comizio elettorale, sono stati bloccati all’incirca 17mila biglietti. Autori delle prenotazioni fake anche i fan del k-pop (il pop sudcoreano) che il giorno dopo hanno postato video e tweet di scuse sull’impossibilità di recarsi al raduno di Tulsa. Tossi finte, improvvisi cambi di programma, gatti malati, macchine senza benzina, emicranie terribili. Post che sono stati cancellati dopo 24 o 48 ore, ma che hanno dato decisamente l’idea della soddisfazione di uno “scherzo” ben riuscito. Non è del tutto corretto affidare la riuscita del flop soltanto ai fan dei BTS (gruppo icona del pop coreano) e alla loro mobilitazione su Tik Tok. La loro influenza è, probabilmente, parziale. La prenotazione dei biglietti gratuiti per accedere al comizio si è rivelata in ogni caso una semplice formalità, un modo per testare la probabile affluenza all’evento. I posti prenotabili erano illimitati ed assegnati comunque in ordine d’arrivo. Secondo la stampa presente sul posto, appreso l’arrivo di un gigantesco afflusso di persone sul luogo, la popolazione ha avvertito maggiormente il rischio di contagio (In Oklahoma i casi sono più di 10.000 e in aumento costante e alcuni giornali della stessa Tulsa avevano aspramente criticato la scelta di organizzare un evento di quella portata).

Ciò che è certo, è che i giovani e le giovani  TikToker hanno creato, grazie alle loro risorse social, un vero e proprio spauracchio. L’opinione comune rispetto ai fan, ma soprattutto alle fan del K-Pop è quella destinata a tutte le nuove generazioni estremamente attratte dalla musica generazionale: “oche, invasate”. Un’intera classe giovanile accusata di essere priva di qualsiasi senso critico. Eppure, in questi ultimi mesi, il fandom del pop coreano è stato particolarmente partecipe in maniera piuttosto intelligenze alle proteste legate ai diritti umani. Dopo il caso George Floyd, la loro risposta al movimento Black Lives Matter è stata immediata: i sostenitori dei BTS (attivi in tutto il mondo sotto il nome di “ARMY”, estremamente abili nel creare contenuti di tendenza) hanno donato, grazie alle campagne social, un milione di dollari al movimento, raddoppiato poi dagli stessi membri della band. Alla richiesta da parte della polizia di Dallas di inviare video e testimonianze di comportamenti “violenti” dei manifestanti sulla loro app apposita, i fan dei BTS hanno risposto intasando il portale con i video delle loro icone crashando il sito, sospeso dalla polizia per problemi tecnici. All’invasione su twitter di hashtag a sostegno della supremazia bianca dopo le proteste americane per la morte i George Floyd, i fan del K-Pop hanno invaso gli hashtag con immagini delle loro band preferite provocando una totale dispersione delle informazioni.

Oltre all’obiettivo delle proteste (che influiscano direttamente o indirettamente sul risultato finale) è interessante riflettere sul totale cambiamento della “piazza” delle stesse. Le azioni della giovanissima comunità social (che sia legata al pop coreano o no) affiancano le manifestazioni classiche, fisiche, di cui certo non è possibile fare a meno, ma che hanno bisogno, per combattere realmente l’orda di fake news, odio, idee retrograde diffuse sul web e sui social, di azioni differenti, creative, imprevedibili. Ed è, in questo caso, l’idea stessa di “fake news” a dare il supporto giusto. Il fandom dei BTS non ha fatto altro che ingigantire attraverso TikTok l’idea di bluff, che più è enfatizzato, più diventa utile e credibile. Intasare un hashtag dall’intento completamente negativo portandolo alle stelle,, ma privandolo del suo significato, mandare in tilt un’applicazione rispondendo ad una richiesta becera con contenuti inadeguati, prenotarsi in massa ad un comizio per poi non presentarsi è un atto di protesta estremamente estroso. É combattere le bugie attraverso la bugia stessa, è creare un imbroglio a regola d’arte. E le ragazzine e i ragazzini invasati, questa volta, ci sono riusciti.

 

 

Annaclaudia D’Errico

 Maria Vittoria Santoro