STOP VQR: ricercatori in protesta

Un Governo che non intende restituire le enormi risorse sottratte all’Università e ai lavoratori può lealmente chiedere ai ricercatori di sottoporsi alla Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR)?
È questo uno dei quesiti che i ricercatori dell’Università degli Studi di Salerno hanno avanzato il 4 febbraio, e su cui torneranno a focalizzarsi domani 25, alle ore 11:00, nell’aula F dell’ex facoltà di Ingegneria. Il clima è di dichiarata opposizione nei confronti di un metro di valutazione che, sommandosi a politiche governative volte al definanziamento e al ridimensionamento delle università pubbliche, non fa che acuire le differenze tra atenei, impedendo la crescita di alcuni territori ed inibendo il progresso in determinati settori. Per comprendere meglio le criticità all’origine della protesta STOP VQR, abbiamo rivolto alcune domande a Diego Barletta, ricercatore di Impianti Chimici del dipartimento di Ingegneria Industriale.

Cerchiamo innanzitutto di rendere pratico il concetto: cos’è la VQR e come funziona esattamente?
La VQR è uno strumento di valutazione adottato per ripartire una parte del Fondo di Finanziamentoricerca_scientifica Ordinario. È la seconda volta che lo si utilizza e, in questo caso specifico, si valuta il quadriennio 2011-2014. Ogni ricercatore e professore dell’Università è tenuto a presentare due delle pubblicazioni fatte in quel quadriennio. Sulla base di un criterio bibliometrico, che tiene cioè in considerazione il numero di volte in cui le stesse pubblicazioni sono state citate in altri studi, viene stilata una graduatoria che non compara i singoli, bensì i dipartimenti a cui questi afferiscono, per poi confrontarli con dipartimenti affini in tutta Italia.

Quali sono i punti nevralgici del sistema di valutazione che hanno scatenato la protesta dei ricercatori italiani?
Sulla base degli algoritmi stabiliti, vale il discutibile paradigma secondo cui un lavoro sarà tanto più valido quanto più verrà citato. Questo scoraggia a fare ricerche in settori particolarmente innovativi in cui operano poche persone. È un incentivo a occuparsi di cose popolari, mentre la ricerca dovrebbe necessariamente rischiare anche strade non convenzionali. Solo così la conoscenza va davvero avanti. Inoltre abbiamo constatato che la prima volta che il metodo è stato applicato, la conseguenza è stata un trasferimento non indifferente di risorse dal sud al nord. Ne è venuta fuori una vera e propria questione meridionale e questo, in quanto ateneo del sud, ci preoccupa.

Dal punto di vista di un ricercatore,  sulla base di quali criteri andrebbe valutata la ricerca?
Innanzitutto tenendo in considerazione la qualità della pubblicazione. Un sistema di valutazione, inoltre, dovrebbe fare riferimento anche al contesto in cui sia stata svolta la ricerca (disponibilità di laboratori, biblioteche, fondi di ricerca dall’esterno) e normalizzare la quantità e la qualità delle pubblicazioni su questi parametri. Infine, se anche il criterio di valutazione fosse corretto, resta un problema di fondo: si rischia di acuire sempre le differenze tra atenei, perché non viene preso in esame l’incremento tra una valutazione precedente e una valutazione attuale. È chiaro che un ateneo un po’ indietro rispetto agli altri nel campo della ricerca, non possa rimettersi al passo in pochi anni. Può, tuttavia, vantare dei miglioramenti. Con uno schema che si limita a fotografare la realtà in quel momento senza osservarne l’evoluzione, si finisce per premiare sempre chi è già ad alti livelli e questo non porta allo sviluppo della ricerca nazionale.

I ricercatori italiani hanno adottato come strategia di protesta il rifiuto di presentare le proprie pubblicazioni nei tempi previsti. Cosa comporterà e che tipo di partecipazione si è registrata all’iniziativa?
L’idea è quella di sabotare l’operazione della valutazione, dal momento che la riteniamo scorretta e funzionale ad una politica che vuole concentrare le risorse in pochi centri. Vogliamo rallentare il processo, per indurre l’Anvur a un ripensamento del metodo. A livello nazionale c’è un’adesione media del 15/20%, anche perché ci sono state forti pressioni negli atenei da parte dei rettori e dei direttori di dipartimento a non prendere parte alla protesta. A livello di ateneo salernitano i numeri sono più o meno coerenti con quelli nazionali. Avevamo una scadenza interna che era il 19 febbraio, che però è stata prorogata al 4 marzo. Al 19 febbraio c’era circa il 20% dell’ateneo a non aver completato la selezione delle due pubblicazioni.

In occasione di un’altra intervista, il professor Giuseppe Foscari ci aveva spiegato che “il  ricercatore che alza la voce, si taglia le gambe”, data la precarietà del settore in cui si lavora, e che per questo il più delle volte si continua a lavorare nel silenzio, pur di non perdere il poco che si è guadagnato. Secondo lei l’attuale protesta è simbolo di un cambiamento significativo da questo punto di vista?
No, io non vedo un’aria molto diversa. C’è un gruppo di persone che è capace anche di dire un no. Lo abbiamo fatto con la riforma Moratti nel 2005, lo abbiamo fatto con la riforma Gelmini nel 2010, lo stiamo facendo adesso. Io non vedo un clima molto differente purtroppo, nel senso che c’è sempre stata la capacità di reagire da una parte dell’Università, purtroppo minoritaria. La gran parte dei colleghi universitari, anche per logiche di minimizzazione dei conflitti e di timore di perdere risorse o piccoli vantaggi locali, preferisce non esprimersi.

Contemporaneamente alla protesta STOP VQR, i ricercatori dell’ateneo salernitano sono al centro dell’attenzione anche per una presunta associazione a delinquere formata da 8 tra professori e ricercatori, che pare abbiano sottratto alla ricerca, secondo quanto scrive Repubblica, oltre un milione e mezzo di euro. Senza entrare nel merito della vicenda, ritiene che scandali del genere vanifichino il vostro operato?
L’Università ha sicuramente un problema di reputazione, dovuto a volte a comportamenti non appropriati, ma altre anche a una campagna stampa molto forte e a mio avviso funzionale ai disegni governativi di definanziamento. Ci sono, come in tutte le categorie, persone che agiscono in malafede, ma c’è anche una stragrande maggioranza di persone che lavora bene e onestamente, quindi è assolutamente scorretto il sillogismo secondo cui visto che ci sono questi tipi di comportamenti è giusto definanziare l’Università statale, privando i territori di opportunità di crescita. Il sud è già molto penalizzato, se per di più si concentrano le risorse in pochi grandi atenei, si reca un danno agli studenti. In Italia non esiste un sistema di diritto allo studio che permetta a tutti di spostarsi. Depotenziare alcune strutture, quindi, significa negare ad alcune famiglie il diritto di garantire un’istruzione ai figli

Valentina Comiato

 

 

 

 

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