Staffetta Italicum – Rosatellum

Il grado di democrazia di un paese si misura anche dalla legge elettorale adottata per convertire i voti espressi nelle urne in seggi da assegnare in Parlamento. La formazione delle regole che disciplinano il modo in cui la volontà popolare dovrà essere esplicata e interpretata è rimessa, fin dai tempi della prima Repubblica, nelle mani dei deputati e dei senatori. L’Italia non ha ancora saputo tracciare una strada solida e definitiva, non è ancora riuscita a circoscrivere tutte le regole del gioco in un enunciato permanente con cui votare generazioni di politici. Durante ogni legislatura, infatti, le forze politiche si sono poste l’obiettivo di riscrivere la legge elettorale e soppiantare di conseguenza quella precedente. Il motivo che spesso ha giustificato questo atteggiamento è quello dell’incostituzionalità delle stesse.

L’ultimo caso di non conformità con l’ordinamento giuridico è quello dell’Italicum, strumento mai utilizzato e riscritto in parte dalla Consulta della Corte Costituzionale. Quando il paese, nei mesi scorsi, ha iniziato ad avvicinarsi alla naturale conclusione delle cariche istituzionali, il Parlamento ha nuovamente riaperto il dibattito sul tema per tentare, ancora una volta, di mettere in campo una legge, valida sia per la Camera dei deputati che per il Senato della Repubblica, con la quale recarsi alle urne durante la prossima tornata elettorale. Il risultato di questo processo è la disposizione normativa, ormai ufficialmente entrata in vigore, che porta il nome del deputato del PD Ettore Rosato. Una norma, una linea guida, che identifica il nostro sistema elettorale come un punto d’incontro tra quello maggioritario e quello proporzionale.

Per determinare la composizione del Parlamento si ricorrerà alla classica divisione delle circoscrizioni in collegi, i quali saranno distinti in uninominali e plurinominali. Per i primi vigerà il metodo maggioritario: applicando la logica anglosassone del “first past the post” basterà un solo voto di scarto per determinare il vincitore. Il metodo proporzionale, utilizzato nei collegi plurinominali, garantirà la vittoria non a un singolo candidato ma a tutti i partiti che otterranno almeno il 3% dei voti su base nazionale e alle coalizioni che riusciranno ad accaparrarsi il 10%. È un mezzo, questo, che permette l’inclusione delle minoranze e di tutte quelle realtà politiche che sono radicate principalmente nei territori locali. Il maggioritario, dal canto suo, favorisce le coalizioni tra i partiti che hanno più interesse e più possibilità di vincere se uniti nel sostegno attorno ad un unico candidato.

È stato oggetto di discussione e ha rappresentato un punto di divergenza l’assenza del voto di preferenza e la presenza di liste bloccate. Il cittadino pertanto sarà costretto a votare il partito, o la coalizione, ma non potrà scegliere il candidato tra i tanti presenti all’interno della lista. Questa decisione, in parte, risponde all’esigenza di scoraggiare gli scontri tra i membri interni di una stessa forza politica che finirebbero per gareggiare tra loro, pur appartenendo alla stessa fazione, piuttosto che svolgere un’unica campagna elettorale a favore dello schieramento cui fanno parte. Dall’altra parte, però, limita e depotenzia la volontà del cittadino che, pur patteggiando per uno schieramento, potrebbe preferire un candidato piuttosto che un altro. Soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo in cui è fortemente accentuato il frazionamento interno delle varie forze politiche. Un problema, questo, che inevitabilmente si ripercuoterà sulla governabilità del paese.

Ad una legge elettorale, in generale, però, non possono essere affibbiate tutte le colpe di questa manifesta incapacità. Il tripolarismo e le lacerazioni interne alle forze politiche non potranno far altro che riflettersi all’interno del Parlamento. Se così non fosse, probabilmente, il quadro politico sarebbe inverosimile. Anche assicurare un premio di maggioranza al partito vincitore, per quanto possa garantire la formazione di un governo autonomo, trasformerebbe quel partito in minoranza se confrontato con l’opposizione che, paradossalmente, costituirebbe la maggioranza. Una soluzione dovrà inevitabilmente ricercarsi nella formazione delle coalizioni, in quei grandi compromessi tra parti avverse che, però, se costruiti sulla base di un programma comune e condivisibile, possono diventare un mezzo per garantire stabilità governativa e per permettere l’attuazione di tutte le riforme necessarie per il risanamento del paese.

Certo è, tuttavia, che al di là dell’esito delle prossime elezioni, l’azione del governo di imporre la fiducia agli articoli del disegno di legge ha fotografato l’ingerenza che l’esecutivo detiene nei confronti dei lavori parlamentari. La legge elettorale è un patto sociale tra rappresentanti e rappresentati e, in quanto tale, dovrebbe prendere forma principalmente, se non unicamente, nel Parlamento e trovare lì il più largo consenso. Presupposti che, in questa occasione, sono tutti venuti meno.

Antonella Maiorino