Oltre Riina: chi (non) è morto oggi

Totò Riina è morto.
Una notizia di cui si sentirà parlare spesso. Occuperà le prime pagine dei giornali, sarà oggetto di discussione in televisione e farà sentire tutti legittimati ad intervenire sui social con un personale commento. Probabilmente si ricreerà la stessa confusione sorta quando qualche mese fa la Corte di Cassazione rigettò la motivazione del Tribunale di Bologna sulla possibilità per il detenuto, viste le condizioni critiche di salute, di far ritorno a casa.

È esattamente in casi come questi che emerge la poca consapevolezza che il popolo italiano ha del fenomeno mafioso e della lotta allo stesso. Gli italiani preferiscono essere giustizialisti e convincersi che l’inneggio all’odio equivalga a dichiararsi anti-mafioso. Non è affatto così. La mafia e lo stesso capo di Cosa Nostra, per anni e anni, si sono alimentati di questa società, delle sue debolezze e delle sue contraddizioni. Totò Riina è stato un assassino, un mafioso, un attentatore della Repubblica Italiana quando ha comandato le stragi che ci hanno privato di valorosi uomini di Stato. Ma è stato appoggiato, prima ancora che da una parte dei servizi segreti e della politica, da un popolo e quindi da persone comuni. La mafia, in senso largo, è la più grande organizzazione criminale italiana sopravvissuta ad ogni cambiamento politico perché alimentata non soltanto dalla corruzione, ma innanzitutto dal sostegno di persone abituate più alla presenza del mafioso che a quella di un rappresentante dello Stato. È da qui, dal gradino più basso, che parte e deve innescarsi quella rivoluzione culturale di cui Giovanni Falcone parlava. È da qui, che la criminalità organizzata può essere relegata a mero incubo.

Questa notte, a Parma, è morto il capo di Cosa Nostra. È morto un mafioso. Ma non dovremmo soffermarci a riflettere esclusivamente su questo. Non è la morte del singolo mafioso che va sperata e auspicata, ma quella della mafia stessa. La cui soppressione, appunto, dipende da ognuno di noi. La negazione del consenso, di cui ha parlato Paolo Borsellino, non può essere intesa soltanto come il distanziarsi ogni volta dal criminale di turno che viene posto sotto i riflettori dell’opinione pubblica. Continuare a soffermarsi sulle personalità rappresentative di una bruttissima pagina della nostra storia distoglie l’attenzione dal concreto problema che la criminalità organizzata in generale tuttora costituisce. Riina è stato ed è la mafia, ma il concetto di mafia e la sua storia non coincidono con la persona di Riina. Credere che con la sua morte giustizia sia stata fatta è illusorio e decisamente semplificativo. La sola giustizia che il popolo italiano dovrebbe invocare è quella del riscatto sociale, di un paese totalmente rinnovato culturalmente che apra le sue menti al progresso e non si lasci abbindolare dallo slogan elettorale di turno, ma soprattutto sia consapevole quanto le scorciatoie e la corruzione dilaghino tra le strade e quanto sia importante invece opporsi a tutto questo.

Esiste una zona grigia che Nando Dalla Chiesa, figlio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha trattato prendendo in prestito la coniatura dell’espressione dallo scrittore Primo Levi. In essa rientrano tutti quelli che scelgono apertamente di appoggiare la criminalità organizzata, quelli che si lasciano corrompere e quelli che ne cercano un tornaconto personale. E poi c’è chi, anche involontariamente, ne accresce la portata. Sì, involontariamente. Come quando, ad esempio, si ricopre un ruolo pubblico e non si è sufficientemente scrupolosi nel proprio lavoro. Perché la mafia è società, si nutre di questa, la usa e sfrutta fino a consumarla. La rivoluzione cui dovremmo tendere, e che forse è già stata innescata, necessita perciò di radici profonde e tempi lunghi. Ma è necessaria. Indispensabile. Perché è l’unico modo per riscattare e dare giustizia alle tante vittime sacrificatesi per questa battaglia.

La mafia è morte. Uccide e si distrugge. La lotta alla stessa è vita. È riscatto, libertà, partecipazione e consapevolezza che di fronte alla notizia della morte di Totò Riina, forse, l’unica reazione lecita è quella di continuare in maniera imperterrita a costruire un paese migliore che sappia un giorno, della mafia, averne solo un brutto ricordo.

Antonella Tanya Maiorino