Oltre la strage

Cosa resta a seguito di una strage? Oltre i corpi, oltre le lacrime? Il chiacchiericcio intorno alla morte, quello dei vivi, di chi produce informazioni codificando un avvenimento dietro l’altro, ricongiungendo le tessere di un evento, cercando una causa coerente: le armi, le cattive influenze, i fondamentalismi.

Il fallimento della psicoanalisi, dove ogni causa è quella esatta, o meglio, la sua esplicitazione non è più elemento fondamentale per la comprensione, basta che essa possa vivere in qualità di germe che abbia scatenato il morbo. I familiari delle vittime, poi, gli amici, non possono che ricordarle pregne della loro quotidianità, lontane dall’esplodere improvviso della violenza che deruba di sensatezza la routine di ogni giorno. Gli appelli, i j’accuse degli indignati, pure quelli sinceri, di individui che non sanno più come fare a vivere e avvertono sensi di colpa da sopravvissuti.

Ecco che i pensieri s’affollano, la compassione priva i migliori della capacità di godere della vita. Perché si tratta di questo, no? Godere della propria vita a dispetto di tutto. Senza malizia, s’intende, né cattivi egoismi: è semplicemente il corso degli eventi. Lavorare per i propri obiettivi, costruire un’esistenza esattamente alla maniera di un’abitazione, su fondamenta solide, siano esse morali, economiche, civili, o tutte queste insieme. Darsi continuamente come osservatori degli eventi, ma sani, impassibili e non per disinteresse, ma per natura. E’ consigliato vivere, ai vivi, pena l’accusa di melanconia, di scambiare il futuro col passato (si leggano in proposito gli studi di Ludwig Binswanger contenuti nel saggio Melanconia e Mania), e relegare di tanto in tanto alla chiacchiera la potenza dell’avvenimento. Contare il numero di corpi, affamati di una gerarchia interna alla strage, come se essa avesse memoria e desiderio continuo di superarsi: più morti nel locale di Orlando oppure nella redazione di Charlie Hebdo? Durante l’attentato dell’undici settembre oppure nel corso del genocidio indiano? Quanti morti al Batlacan? E a Genova, durante il G8 del duemilauno?

Sarebbe retorica la rappresentazione di un mattatoio mentale dove la carne si ammassa in attesa dell’oblio. Ancora, le soluzioni della politica, sempre risolutive, consolatorie e semanticamente ben costruite. Monumenti al linguaggio dove la parola è conforto, difesa, soluzione stessa. Cosa fare? Vivere nel silenzio, disimparare il piacere oppure attendere la prossima strage non più come improvvisa bensì inevitabile? Tale, la più spaventosa delle questioni, perché non prevede risposta certa.

Antonio Iannone

15 Replies to “Oltre la strage”

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