Nuova cifra stilistica per il Parlamento

A distanza di quattro anni dal Referendum Costituzionale voluto da Matteo Renzi, il popolo italiano tornerà alle urne per esprimersi su una nuova Riforma Costituzionale. Il testo, approvato in ultima votazione dalla Camera dei deputati con 553 voti favorevoli, si propone di ridurre il numero dei parlamentari: da 630 a 400 per la Camera dei deputati, da 315 a 200 per il Senato della Repubblica. Nessuna variazione in termini di competenze e lavoro, solo un “taglio di poltrone”. Negli ultimi anni l’anti-casta, l’anti-sistema, l’anti-politica hanno guadagnato sempre più consensi in Europa e in Italia fino ad arrivare, nel 2018, a guidare un governo. Il problema di questo diffuso spirito pseudo-rivoluzionario è che chi lo promuove si dichiara ultimo baluardo di salvezza per la democrazia proprio mentre impugna le armi che la porteranno al patibolo. Ridurre del 36,7% i componenti del Parlamento non significa necessariamente avere una rappresentanza migliore, soprattutto se non vi sarà un’attenta analisi sulle cause che hanno contribuito a svilire il ruolo dell’organo e dei suoi membri. Difficile pensare che il reale problema da affrontare sia di tipo quantitativo, e quindi del risparmio della spesa pubblica – a riguardo Carlo Cottarelli ha specificato che parliamo dello 0,007% del bilancio annuale – mentre appare decisamente più problematico e bisognoso di interventi quello sulla qualità del lavoro parlamentare e più in generale del ruolo che oggi sta assumendo il Parlamento all’interno dell’ordinamento giuridico.

I decreti legge e il voto di fiducia sono strumenti previsti dalla Costituzione pensati per consentire punti di contatto tra il potere esecutivo e quello legislativo, dove al secondo spetta l’esercizio di un potere nei confronti del primo in quanto chi lo esercita – il Parlamento – è espressione del voto popolare. Nel corso degli ultimi anni l’abuso dei sopracitati istituti ha costretto l’organo legislativo ad adattarsi alle priorità indicate dal governo: convertire entro 60 giorni un decreto obbliga le Camere a ridefinire l’organizzazione lavorativa delle aule, circostanza che non determina imponenti effetti negativi se l’istituto è utilizzato – proprio come nella sua previsione – in chiave emergenziale e non ordinaria. Lo stesso vale per l’accostamento del voto di fiducia agli atti da votare che obbligano i parlamentari a non limitarsi a valutare la documentazione oggetto di voto, ma a tener presente che l’esito della votazione determina la sopravvivenza o meno del governo, obbligando di conseguenza i parlamentari a dirsi favorevoli anche quando non lo sono del tutto.

A questo si aggiunge il progressivo allontanamento della classe politica dalle istanze dei cittadini, malessere su cui si basa e fa leva la propaganda a favore della riduzione del numero dei parlamentari, che per molti potrebbe essere vista come la volta in cui i cittadini finalmente “mandano a casa” la cattiva politica. Purtroppo non sarà così. Le leggi elettorali con cui è stato organizzato il Parlamento hanno permesso ai partiti di giocare un ruolo troppo fondamentale nella formazione delle stesse Camere. Sono loro a decidere chi siederà all’interno dell’organo attraverso la formazione delle liste bloccate. Chi si candida, consapevole di questo, tenderà di conseguenza a seguire le linee politiche del partito – tra cui l’obbligo di votare la fiducia e tutti gli atti proposti dalle forze di maggioranza di cui è espressione – svilendo il suo ruolo di parlamentare e rappresentante dell’intera nazione e non più solo del partito di cui è membro. Questo sistema continuerà ad esistere anche nel caso in cui la Riforma dovesse essere approvata.

L’aumento della soglia di sbarramento per accedere al Parlamento gioverà ai grandi partiti e colpirà quelli piccoli inficiando moltissimo sulla rappresentatività di molte realtà politiche. Il rapporto tra abitante e parlamentare per la Camera dei deputati, che prima era di 1 a 96.006, diventerà di 1 a 151.210, e per per il Senato, che era di 1 a 188.424, sarà di 1 a 302.420. Il numero degli eletti nella circoscrizione Estero, che prima era di 12, diventerà 8. Ecco perché appare erroneo ritenere che questa riforma possa giovare alla democrazia. La ridurrà, più di quanto non lo sia già. Gli effetti sono abbastanza prevedibili: esclusione delle realtà più piccole per favore i partiti più grandi in grado di permettersi un’incessante campagna elettorale, riduzione del dialogo tra cittadini e rappresentanti, sottrazione di spazio al ruolo centrale del Parlamento per favorire quello decisionistico del governo che continuerà ad interpellare il Parlamento solo quando avrà bisogno di conferme formali del suo lavoro. Davide Casaleggio, espressione del partito politico che più di tutti ha desiderato l’approvazione di questa riforma, lo aveva annunciato: “Il Parlamento non serve più a nulla. Massimo un decennio e non ci sarà più”.

Siamo ancora in tempo per impedirlo.

Articolo tratto dal bollettino informativo “Metamorfosi“.

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:
Fuori (sede) dai seggi elettorali