Mission: Impossible – Fallout

Mission: Impossible è uno di quei franchise dall’appeal unico, una scarica di adrenalina per via endovenosa insostituibile per ogni buon amante del cinema action che si rispetti. Uno di quei casi più unici che rari capace costantemente di offrire qualcosa di nuovo e sorprendente, iterazione dopo iterazione, e addirittura di migliorarsi pellicola dopo pellicola (escluso l’indimenticabile e indimenticato primo capitolo), non solo come qualità degli stunt ma anche a livello di sceneggiatura, di gestione della suspense e della coralità dell’insieme. E poi c’è quel valore aggiunto incalcolabile chiamato Tom Cruise, diventato un simbolo non per caso: quando il suo eroe romantico Ethan Hunt corre a perdifiato tra i tetti di una tetra Londra emerge l’incolmabile differenza data dal fatto che lui quella corsa, quei salti follemente disperati, li compie davvero. Non importa che a volte le cose vadano male e la caviglia ne soffra o che una scena di skydiving vada girata 106 volte (avete letto bene) per avere tutte le inquadrature necessarie, gli stuntman sono fuori discussione. Il risultato è Fallout, sesto movimento di una sinfonia a base di maschere e operazioni dalla riuscita apparentemente impossibile, ed è un risultato a dir poco straordinario.

Scritto e diretto da Christopher McQuarrie (curiosamente il primo regista a firmare due capitoli della saga), Fallout è svisceratamente legato al precedente Rogue Nation, prima grande novità enfatizzata fin dall’incipit, un vero e proprio manifesto che urla “Questo non è un Mission: Impossible convenzionale”. Nella poco più che ventennale storia del franchise sono infatti presenti vari rimandi e collegamenti, personaggi o tematiche ricorrenti, ma mai un seguito talmente diretto al punto da non poter essere compreso senza il precedente. L’associazione terroristica fondata da Solomon Lane (Sean Harris),ex agente dei servizi segreti inglesi, è d’altronde ancora attiva, questa volta sotto il nome in codice “Gli Apostoli”, e non ha intenzione di abbandonare le velleità di rifondazione dalle ceneri di un ordine mondiale nuovo, puro, giusto. Ma perché soggiunga la fenice del nuovo mondo, la vecchia deve essere spazzata via nella maniera più dolorosa possibile, vista la loro convinzione che la longevità di una pace sia direttamente proporzionale al dolore causato per raggiungerla. La via nucleare sembra essere quindi quella giusta per porre fine alla civiltà così come la conosciamo. Qui entrano gioco Ethan Hunt e la sua squadra, alla ricerca di 3 nuclei di plutonio, che però hanno attirato le attenzioni indesiderate di tante altre persone e governi…

C’è un motivo ben preciso per cui ho definito curiosa la scelta di affidare allo stesso regista due capitoli, oltretutto di fila, della saga. Mission: Impossible è stato sempre guidato da un dogma estremamente peculiare ed efficace: un artista diverso doveva dare la sua personale interpretazione, assicurando al brand una freschezza e una genuina sensazione di novità tangibile, una sorta di assicurazione contro un uso reiterato e sterile di stilemi dal sicuro affidamento. Ogni nuovo film osa qualcosa in più, per questo la notizia del ritorno di McQuarrie destò all’inizio qualche brivido gelido, nonostante l’ottimo Rogue Nation. Ed effettivamente il buon Christopher non ha rinnovato la sua visione, ma si è “limitato” ad espanderla a dismisura, moltiplicando gli spunti originali che aveva immesso nel quinto capitolo, a partire dalla trama. Non che la sceneggiatura di Fallout sia anche solo lontanamente qualificabile come rivoluzionaria, eppure è dotata di una buona complessità e di una quantità di colpi di scena sensati invidiabile, tra tradimenti, doppiogiochisti e ideologie poderose.

Non soddisfatto, ha anche portato al suo culmine un personaggio già di per sé iconico come Ethan Hunt, il coronamento di quell’eroe romantico che non ammette sconfitta purché rimanga un esiguo singolo secondo per agire. La ricaduta (in inglese appunto fallout) non è solo potenzialmente quella relativa ad un apocalisse radioattiva, ma è riferita anche all’epopea personale di Hunt, delle scelte di cui si è reso artefice e responsabile nel corso degli anni, delle colpe che non riuscirà mai ad espiare e del peso titanico che lo segue ad ogni passo. Introdurre uno strato simile di profondità in un prodotto dalla preponderante anima action, pur sapendo di essere destinato ad un indecoroso oblio, è un merito che va oltre delle banali lodi vergate su un banale articolo da un banale scrittore: è un’opera d’arte nota a chiunque portata al suo splendore massimo e assuefacente, è l’espressione più alta e irresistibile da ammirare in silenziosa estasi mentre il proprio cuore rischia di implodere per la suspense e per delle immagini dalla bellezza semplicemente straordinaria,  prima dell’inevitabile scroscio conclusivo di applausi liberatori sulle note di una musica che ormai è leggenda.

Se non si fosse capito, Mission: Impossible – Fallout è un capolavoro, entrante di diritto nel gotha dei migliori blockbuster d’azione di tutti i tempi.

Luciano Ben Moscariello