Mi chiamo Jamil e vengo dalla Siria

Secondo una sorta di macabra classifica che mette in fila i popoli, distribuendo il diritto alla vita solo ad alcuni, il motto è “prima gli italiani”. Gli altri muoiano pure sotto i bombardamenti, si rassegnino ad annegare nei nostri mari, piangano in silenzio i loro morti. Così dovrebbe andare secondo qualcuno. Peccato solo che questa classifica venga stilata in base a criteri  ancora sconosciuti: la nazionalità che esibiamo come una medaglia al merito, in realtà altro non è che un regalo ricevuto dalla buona sorte. Ignoriamo che saremmo potuti benissimo nascere in America, in Russia, in Germania… o addirittura in Siria, come Jamil, che viene da Damasco e oggi insegna arabo al Centro Linguistico dell’Università degli Studi di Salerno. L’abbiamo incontrato per farci raccontare cosa significa avere radici in un Medio Oriente devastato dalla guerra e vivere da undici anni in un’Italia che, come il resto d’Europa, la guerra ha finto di non vederla fin quando qualcuno non è venuto a urlare Allah Akbar in casa nostra.  

Jamil Khazna
Jamil Khazna

Jamil è un ingegnere ma il suo titolo qui non è riconosciuto a livello professionale. Si è laureato nel 2003 a Damasco, dove ha iniziato anche un percorso post-laurea. Nel 2005 ha vinto una borsa di studio per proseguire la sua carriera in Italia. Vive qui da allora, salvo una breve parentesi tra Spagna e Portogallo. Ci ha spiegato che non può tornare a casa perché in Siria gli toccherebbe il servizio militare obbligatorio, e lui, che ha studiato tutta la vita, sta cercando di costruirsi un futuro diverso. Spera comunque di poter fare rientro in patria un giorno, ma con amarezza ci ha confessato di non essere fiducioso sul quando. “In Siria non si capisce più nulla” ci ha detto scuotendo la testa. “Isis, ribelli, curdi e regime sono le cause fondamentali dei disordini, ma esistono anche gruppetti minori, ladroni… alcune zone ormai sono terra di nessuno”.  

Tra le città più colpite dalla devastazione bellica c’è Aleppo, praticamente spaccata in due tra il regime di Assad e i ribelli. È lì che vive la famiglia di Jamil. In questi anni è riuscito a rivedere i suoi solo due volte, in Turchia. Si tiene in contatto con loro, quando internet permette, ma spesso vengono meno luce, corrente e connessione col mondo. “Sono anni che dico a mia madre di scappare, ma lei mi risponde <accade a noi quello che accade agli altri>. Scelgono di restare in Siria perché sono una catena: ognuno ha qualcuno che non vuole abbandonare. In più Jamil ci ha spiegato che, se si vuole partire, l’unica possibilità è vendere tutto. Lasciare la propria casa incustodita significa rischiare di non ritrovare più nulla al ritorno.

Il perché di quello che sta accadendo, lui stesso non riesce a spiegarselo. “Il regime di Assad ha sbagliato fin dall’inizio e la gente a un certo punto ha iniziato a ribellarsi, ma dopo non si è capito più nulla. Anche gli interventi militari esterni non sembrano voler aiutare il popolo. Ci sono interessi economici e accordi politici che magari si scopriranno tra decenni. La politica è così”. Il clima di confusione che si è creato, intanto, ha reso il terreno fertile per gli estremisti, che secondo Jamil approfittano della povertà e della diffusa ignoranza. L’Isis paga e chi non lavora è facile da reclutare. Inoltre nelle zone controllate dallo Stato Islamico non c’è più istruzione, così ai bambini viene fatto il lavaggio del cervello. “Se ogni giorno ti ripeto che la tua borsa rossa in realtà è nera, tu finisci per crederci”. In tutto questo, però, c’è ben poco di ideologico, ci spiega. La religione è diventata un pretesto per giustificare la guerra, ma l’Islam non invita all’intolleranza. Già ai tempi del profeta si conviveva con cristiani ed ebrei”.  

L’Islam moderato, di cui il mondo occidentale chiede prove ogni giorno, esiste e Jamil ne è un esempio. Musulmano ma non praticante, crede nel multiculturalismo e nella possibilità di trovare nella diversità un compromesso. “Se entri in una nuova società non devi perdere la tua identità, ma puoi prendere quello che ti è utile conservando la tua cultura. Può funzionare se c’è rispetto e se non si fa del male all’altro. La capacità di adattamento di cui ci ha parlato, gli ha permesso di integrarsi in Italia senza troppe difficoltà. Facilitato dall’aver studiato italiano a Damasco, ha convissuto solo i primi tempi con la sensazione di essere osservato. “All’inizio c’è il pregiudizio, perché la mentalità impone di stare attenti allo straniero, ma una volta che le persone ti conoscono, ti aprono il cuore”.  

È chiaro che l’affetto non basta per chi spera di trovare fuori dalla propria patria anche una sicurezza economica. Questo, Jamil, pur essendo fortunato ad aver trovato lavoro, ha dovuto ammetterlo quando ci ha raccontato di suo fratello, che da oltre un anno è in Germania in attesa di ricevere risposta alla sua richiesta di asilo politico. In un primo momento gli aveva proposto di raggiungerlo in Italia, ma si era dovuto arrendere a domande come: “che vengo a fare?”. In Medio Oriente lo sanno bene che qui c’è crisi e non c’è lavoro. L’Italia è terra di immigrazione solo per la sua posizione geografica, ma chi arriva spera di poter proseguire il suo viaggio verso il Nord Europa.

L’Unione, in tutto questo, non si sta di certo dimostrando maestra di civiltà ed accoglienza, comesiria testimoniano le oltre 27.000 persone lasciate morire in mare dal 2011 ad oggi. “Credo che l’Europa non voglia intervenire per paura di essere attaccata” ha detto Jamil. Ci ha fatto notare che l’atteggiamento generale, finché non succedono fatti come quelli di Parigi o di Bruxelles, è quello di chi crede che il conflitto riguardi solo il Medio Oriente, ma ci ha anche ricordato che se si indaga un po’ la storia, se si guarda ai rapporti tra l’Italia e Gheddafi, tra gli USA e Bin Laden, è innegabile che il contesto mediorientale abbia subito anche influenze occidentali. Così, mentre noi possiamo chiudere gli occhi su tutto quello che ci sembra lontano, concedendoci il lusso di scandalizzarci alla vista di un furgone che investe la folla, di un pazzo che apre il fuoco in un centro commerciale, di un kamikaze che si fa saltare in aria in aeroporto, in Siria è tutto tristemente normale. Vedere il sangue lì è abitudine. “Dopo quasi mezzo milione di morti, la gente è cambiata. Il loro cuore è diventato più duro”.  

Tra le cose che più ci hanno colpito nel racconto di Jamil, c’è un episodio che ha coinvolto la sua famiglia un paio d’anni fa: davanti casa dei suoi genitori è caduto un razzo. Ce ne ha accennato mentre parlavamo d’altro, con la disinvoltura tipica che si riserva a ciò che ormai neanche stupisce più. È stato in quel momento che gli abbiamo chiesto perché i suoi non fossero ancora scappati. Vedete, noi non ce l’abbiamo fatta a dirgli di lasciarli dov’erano, a ripetere quel macabro motto che recita “prima gli italiani”. Non abbiamo avuto il coraggio di fomentarla quest’assurda guerra tra poveri,  perché al suo posto, per la nostra famiglia, avremmo preteso anche noi qualcosa di meglio di razzi che cadono a pochi metri da casa.

“A me hanno insegnato che quando la casa del vicino brucia, tu apri la porta e gli offri rifugio. E la Siria oggi brucia come l’Europa nella Seconda Guerra Mondiale”. -Gabriele Del Grande

Valentina Comiato

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26 Replies to “Mi chiamo Jamil e vengo dalla Siria”

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