Mamma,‌ ‌ho‌ ‌visto‌ ‌Maradona:‌ ‌del‌ ‌genio‌ ‌ne‌ ‌ho‌ ‌accettato‌ ‌la‌ ‌follia‌‌

Mamma,‌ ‌ho‌ ‌visto‌ ‌Maradona:‌ ‌del‌ ‌genio‌ ‌ne‌ ‌ho‌ ‌accettato‌ ‌la‌ ‌follia‌‌

Precisazione: questo non è un necrologio. Non lo è per il semplice fatto che non sarei capace di scriverne uno. E perché poi con la morte (vicina e lontana) ho sempre avuto un rapporto molto complicato. Imbarazzante direi. La morte mi imbarazza perché non so mai come affrontarla. Non so mai come parlarne e ho sempre paura di non soppesare al meglio le parole. Ma soprattutto, in casi di morti celebri, non amo cadere nella facile retorica e nello sdolcinato refrain del “quanto era bravo, quanto era unico”.

Per parlare di Diego Armando Maradona voglio partire dall’estate del 1994. Quella dei Mondiali in Usa. I primi che io ricordi. I primi per cui piansi quella maledetta sera della finale persa dall’Italia a Pasadena contro il Brasile ai rigori. Gli ultimi che lui visse e dei quali fu depauperato senza alcuna difesa. Nemmeno quella d’ufficio che di solito si dà all’ultimo dei rubagalline. Faceva comodo la figura del Maradona “drogato” e neanche la federazione argentina si affannò più di tanto a contrastare un’assurda e davvero pretestuosa accusa di doping dopo la gara con la Grecia. Ma la riconoscenza non è di questo mondo. Evidentemente le castagne tolte dal fuoco dal Pibe qualche mese prima quando tornò in maglia albiceleste per lo spareggio vittorioso contro l’Australia e per la kermesse iridata in cui aveva già lasciato il suo segno erano già nel dimenticatoio. Senza contare il titolo vinto praticamente in solitaria a Messico ’86 e la finale di Roma conquistata, sempre in solitaria, a Italia ’90.

Un finale “non finale” per chi, come lui, era già entrato nel gotha degli immortali. Perché chiunque sia nato a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 ha almeno per una volta cantato “Ho visto Maradona” e ha almeno per una volta sognato di essere il suo piede sinistro per dribblare avversari in campo e nella vita. Con nonchalance. Come quella punizione segnata alla Juventus il 3 novembre del 1985, da dentro l’area piccola. Aggirando qualsiasi legge fisica. O come il gol segnato alla Lazio nel febbraio dello stesso anno, un sinistro “alla cieca” da oltre trenta metri. E chi non ha mai provato l’ebrezza di osservare con incanto quel gol all’Inghilterra e sentito il telecronista argentino in lacrime? Il calcio. In pochi secondi di video. E sì, lo dico per chi già lo sta pensando: qualcuno di noi ha pure sognato di essere la celeberrima Mano de Dios e volare più in alto dell’estremo difensore inglese per insaccare furbescamente quel pallone in rete. Mi faccia il piacere chi si scandalizza. Mi faccia il piacere chi fa morali. Noi che il calcio lo abbiamo seguito sugli spalti e giocato nelle strade sappiamo quanto tutto questo faccia parte del suo universo sconfinato e quanto ne sia anzi parte integrante e propulsiva.

Dei suoi eccessi, della sua vita privata e dei suoi vizi poco dovrebbe importare. Se ognuno di noi aprisse i propri armadi troverebbe almeno uno scheletro a fare capolino. Ma soprattutto di un artista si giudica l’opera. L’emozione che lascia.

Non penso Maradona sia arrivato a Napoli per caso. Forse la città che per contraddizioni, eccessi e passione più assomiglia alla sua Argentina. Ha dato una sferzata storica a un club che fino a quel momento si era barcamenato tra campionati mediocri, qualche anno di Serie B e poche luci. Ma soprattutto ha preso per mano un popolo di cui ne è diventato a tutti gli effetti Messia. E lo è tutt’oggi. Ha ritrovato nei ragazzi di strada, nelle situazioni dissestate e nel profondo ed eterno contrasto tra bellezza/misticità e fondo del barile del substrato povero e problematico cittadino, la sua Buenos Aires. Vedete, quando si parla del Dieci per eccellenza è molto difficile cogliere il confine dove il calcio si fonde al sociale e viceversa. Si farebbe presto a dire: “Sì ma uno impegnato come lui, uno da sempre vicino ai movimenti proletari latinoamericani e che da sempre ha voluto portare avanti battaglie contro il potere, contro gli inciuci delle Federazioni e contro ciò che egli riteneva sopraffattore e prepotente, come può essere credibile a fronte di scandali e brusche cadute?”. Del genio, dell’estroso, se ne deve accettare la follia. Si può prendere le distanze da quello che si ritiene eticamente sbagliato, ma è altrettanto ingiusto ergersi a giudici. Per quello esistono i tribunali. O le sentenze del Cielo, per chi è credente. In ambo i casi non è affar mio/nostro se qualcuno le ritiene ingiuste.

C’è una tendenza brutta e preoccupante nella nostra contemporaneità. Quella di demonizzare oltremodo tutto ciò che è fantasioso. E il calcio, questo sport che di fantasia e genialità dovrebbe vivere, ha pagato a caro prezzo ciò. Se oggi si preferisce la robotizzazione di Cristiano Ronaldo, le giacche e cravatte perfette, i discorsi politicamente corretti e la compostezza in ogni forma dello sport e della vita (questo ormai ci hanno inculcato) non ve la prendete con Maradona. I suoi errori e i suoi eccessi li ha pagati. In termini di fango ricevuto e anche in termini sportivi. E non solo in quell’estate del 1994. Ma ha cominciato a pagarli da quando Ferlaino, allora presidente del Napoli, di concerto con Blatter (Fifa) e Matarrese (FIGC) gli diede il benservito. Era il 1992 e l’anno precedente il Pibe, a margine del match con il Bari, era stato squalificato per aver assunto sostanze proibite. Ora, pur stigmatizzando e prendendo ovviamente le distanze da qualsiasi consumo di talune sostanze, penso che anche un bambino capisca la differenza tra un qualcosa preso per migliorare le proprie prestazioni e l’utilizzo della cocaina. Vizio e dipendenza purtroppo acclarata per Maradona. Ma c’è la tendenza di gettare tutto nello stesso calderone quando si vuole smontare il mito o sminuire il personaggio. Un po’ come se oggi stessimo qua a pontificare su quanto Jimi Hendrix o Caravaggio (per citare due artisti estemporanei e provenienti da diverse arti) conducessero vite tutt’altro che esemplari e pie.

Sì è vero. A tanti non è andata giù quella semifinale a Fuorigrotta, nel 1990. Così come a tanti non è andato giù quel “Hijos de puta” gridato all’Olimpico di Roma mentre il pubblico fischiava l’inno argentino prima della finale contro la Germania Ovest. Ma in fin dei conti sono dettagli. È solo il rovescio della medaglia di uno che non si è mai lamentato per tutto quello che il contesto calcistico offriva. Anche dentro gli stadi. Uno che ai cori offensivi dei tifosi avversari anziché lagnarsi o recitare il ruolo di “vittima” ha sempre preferito esaltarsi rispondendo con gol e giocate da urlo. Ecco, molto del Maradona “personaggio” risiede proprio in questo tipo di atteggiamento. E molto di quel personaggio fa parte del calcio che tante generazioni hanno amato e divinizzato. Sicuramente meno ipocrita e patinato. Magari meno corretto, con un pizzico di “finta etica” in meno. Ma esponenzialmente più vicino ai tifosi che ogni domenica gremivano gli stadi. El Diez incarnava alla perfezione quel romanticismo burbero e ruvido, quello che al lunedi si trasferiva nei Bar dello Sport e magari commentava ammirato le sue gesta. Pur avendolo offeso con veleno ventiquattro ore prima. Perché se esiste il calcio, se è diventato così popolare, è grazie a tutti questi aspetti irrazionali e incontrollabili. Tutte cose che oggigiorno preferiamo incanalare in paginette social da quattro soldi che giocano a fare i nostalgici ma sotto sotto bramano per fare gossip su questa o quell’altra modella intenta a frequentare il calciatore. Maradona ha sempre difeso la maglia indossata, il gonfalone stretto tra le mani. Non si è mai sognato di ignorare le attenzioni dei suoi tifosi o fare l’offeso davanti a una loro contestazione. Ma oggi va di moda così. Non a caso i miti pallonari sono quelli più bravi a ingelatinarsi i capelli che ad infiammare le foll.

Ha scritto un mio contatto Facebook di Napoli: “Sei stato solo nostro, tutto il resto conta poco”. Non so se sia andata proprio così. Maradona è stato senza dubbio di chiunque ami il calcio. Perché chiunque abbia avuto un sussulto per un pallone entrato in rete o si sia disperato per un gol subito non può non aver amato Diego Armando. Di sicuro Maradona è stato quello che ha rappresentato nella sua massima espressione popolare e popolana una Napoli a tratti diversa, non solo bistrattata ma anche vincitrice. Non solo troppe volte intenta a piangere su sé stessa. Ma ribelle, che poi è quella storicamente la sua anima e la sua indole. Sul tetto d’Italia e su quello d’Europa, con la Coppa Uefa vinta nel 1989 contro lo Stoccarda. Maradona e Napoli sono state e sono amati o odiati. Non ci sono vie di mezzo per chi li guarda e per chi ci entra in contatto. Perché rompono gli equilibri e trascendono sovente nell’eccesso. Piaccia o meno.

Gianni Minà, l’unico che può davvero e senza filtri parlare di Maradona uomo prima ancora che del calciatore, ieri sera ha scritto un lunghissimo post sul suo profilo Facebook. Chiunque l’abbia letto sarà rimasto colpito da questo o da quell’altro passaggio. Personalmente mi sono soffermato qui:

“Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale, dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento in corso, al di fuori delle solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata “Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti d’assalto (diciamo così…) che occupavano, in quella stagione, senza smalto, tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte. La circostanza non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua simpatia e collaborazione. Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la nostra nazionale e la passione per lui, Diego, mi promise per telefono: “Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a precisare, solo al tuo microfono.” La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia per un’uscita un po’ avventata di Zenga.  Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale, messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè Lui, il Dio del pallone. L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione. C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi, che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni delle docce dalle salette delle tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo, un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per la lealtà che, per esempio, lo aveva fattoespellere dal campo solo un paio di volte in quasi vent’anni di calcio. Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da qualunque network. Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta, concessa invece al cicaleggio più inutile. Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da alcuni di quei cronisti d’assalto che già giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo intervistando Maradona. El Pibe de Oro fu tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.” Aspettò in piedi, vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette, battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della notte. Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date”.

Credo che per chi scrive e fa della narrazione e del giornalismo la propria ragione di vita in queste righe ci sia molto su cui riflettere e da cui prendere spunto.

Simone Meloni