L’inconcepibile concepibile. Giuseppina La Delfa, “Peccato che non avremo mai figli”

giuseppina la delfa

Intervista alla professoressa Giuseppina La Delfa per il romanzo “Peccato che non avremo mai figli”

Quando gli scrittori decidono di farsi protagonisti dei propri romanzi chi abbia poi la fortuna d’incontrarli, e magari d’intervistarli, non può lesinare il gioco d’osservare l’essere umano per scorgervi di sottecchi un brandello della figura letteraria con cui pur si confonde. “[Raphaelle] mi regalò [per la laurea] uno zaffiro blu che porto al collo da quel giorno senza che l’abbia mai più tolto”, scrive la professoressa Giuseppina La Delfa nel romanzo autobiografico “Peccato che non avremo mai figli”, edito da Aut Aut edizioni. Naturalmente il mio primo sguardo, prima ancora di porgere la mano all’autrice, si diresse in direzione del collo. Lo zaffiro era lì.

Madre di due bambini nati per Procreazione Medicalmente Assistita, fondatrice dell’associazione Famiglia Arcobaleno, ma soprattutto innamorata della moglie Raphaelle Hoedts, cui si è unita in matrimonio in Francia nel 2013, La Delfa è una delle figure più energiche che attraversano i corridoi dell’Unisa. “Mi sono vestita leggera perché dopo andrò a tennis”, sorride prima di indicarmi una sedia. È un viaggio non solo dentro la propria esistenza sin dall’infanzia, quello proposto nel romanzo, ma pure dentro una temperie culturale che ritrova nell’omosessualità la perturbazione degli stereotipi tradizionali. Proprio su questo argomento il colloquio ha trovato territorio fertile.

Il suo testo ricorda nella struttura i memoriali di Simone de Beauvoir. Perché un romanzo autobiografico?

Pensavo di titolarlo “memorie”, infatti, ma poi mi hanno detto “Le memorie, sembra che hai cento anni…”. È la mia vita che volevo raccontare, non volevo nasconderla dietro dei personaggi finti. Pensavo fosse più onesto, più trasparente. È una storia vera, una storia vissuta e dunque pensavo fosse il modo giusto di fare. Tutto quello che ho scritto è accaduto come l’ho scritto. Penso, almeno. L’intento era quello di essere onesta e trasparente. È un po’ pericoloso, nello stesso tempo, perché uno racconta la sua vita così intimamente, si può sembrare nudi, di fronte all’altro, ma era l’unico modo di fare, l’unico modo che mi sentivo di fare. Ovviamente prima di darlo all’editore l’ho fatto leggere a mia moglie, ha detto “Va bene”.

L’opera sembra esibire due direttrici fondamentali. La prima è a mio avviso un desiderio di libertà sempre anelato. La libertà di tornare a casa con i vestiti gualciti, di non essere per forza carina e precisa, ad esempio.

La libertà in quanto essere umano ma soprattutto in quanto bambina femmina. Io l’ho sentito appena ho capito come funziona il mondo intorno a me, ho capito che c’erano due modi di vedere le persone. Eravamo indirizzati sin da piccolissimi in funzione del sesso. Volevo essere libera delle mie scelte, libera di agire nel mondo di avere le stesse opportunità in quanto femmina e in quanto lesbica. Non volevo tornare a casa con i vestiti gualciti, ci tornavo! I ragazzini maschi hanno il diritto di tornare sporchi, di scavalcare i muretti…

Aggiungerei che hanno un dovere, in quanto maschi…

Esatto, esatto.

È stato inculcato loro che l’esser maschi non si dia se non in una lotta continua…

Noi no, dobbiamo sempre stare attente, non sporcarsi, sempre essere pronte, preparate, ad aspettare l’eroe che scavalchi i muretti. Questa cosa mi è sempre stata insopportabile, e non so perché. È incredibile, se uno ci pensa, perché ho rifiutato questo modo di imporre le cose così immediatamente…

L’altra direttrice fondamentale mi sembra quella della famiglia.

Io sono convinta che tutt’oggi questo modo di vedere, di differenziare il maschio dalla femmina, persista anche nelle famiglie non tradizionaliste. E lo vedo anche nelle mie aule, qui, all’università. A lingue sono quasi tutte ragazze e spesso trattiamo di stereotipi di genere e mi confermano che ancora a casa loro gli stereotipi persistono. Anche in cose stupide: fare il letto, aiutare in casa, compiti della madre, della sorella, non dei fratelli. Fa un po’ paura in qualche modo non riuscire a svincolarsi da questi stereotipi.

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L’autrice Giuseppina La Delfa (a destra) con sua moglie Raphaelle Hoedts.
Immagine dal sito Lezpop.it

Nella sua opera c’è tuttavia anche un’altra forma di famiglia, quella che lei ha creato con sua moglie Raphaelle Hoedts. C’è dunque la possibilità che proprio la famiglia combatta contro gli stereotipi di genere?

Nel libro ho voluto trattare un percorso necessario per immaginare un altro tipo di famiglia. Quando Raphaelle e io ci siamo fidanzate era inconcepibile pensare di avere figli, per questo il titolo del libro. Il racconto è come siamo cambiate noi, come è cambiato il mondo intorno, come è stato possibile che qualcosa che era inconcepibile sia diventato concepibile, si sia almeno aperta una porticina. Quando ho desiderato una famiglia, non l’ho mai desiderata per combattere gli stereotipi di genere. Non era per fare le magie, per combattere qualcosa.

È chiaro che nella vita quotidiana sia anche una sfida per noi adesso crescere una figlia dandole tutte le possibilità e crescere un figlio dandogli tutte le possibilità. Quando mio figlio vuole indossare i braccialetti di sue sorella o le collanine io non gli dico mai di no. E questo non vuol dire che debba essere effemminato, o non sapersi arrampicare sui muri, o non saper dare un bel calcio potente a un pallone. Perché mio figlio sa fare anche questo. È questa la vera sfida, che ognuno possa essere tutto. Delicato un giorno e forte l’indomani, piangere lunedì e ridere martedì, mettersi lo smalto mercoledì e farsi un tatuaggio giovedì. Tutte le possibilità devono essere accessibili a tutti: questo sarebbe un mondo migliore, più libero.

Eppure non sembra che nel libro vi sia lo spettro dell’integralismo cattolico.

Non è tanto un fatto religioso, anche se ovviamente c’è in maniera strisciante, è proprio la tradizione nel senso in cui non si riesce a immaginare qualcos’altro di diverso dall’unico mondo che si conosce. Fa paura il cambiamento.

La sua opera confligge con la teoria queer degli degli anni ’70, ad esempio con gli Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli.

Per me, da quello che so di Mieli, la sua era una provocazione, non è mai stata la mia battaglia. Non ho mai cercato di essere provocatoria o di distruggere quello che c’era.

Il libro si occupa molto di case, attraversate, abbandonate, arredate…

Per me la casa è sicurezza, tutti quanti siamo in cerca di una casa. In un tempo in cui l’omosessualità era vista solo come una provocazione, una divergenza, la provocazione stessa era anche un modo in cui affermarsi. Lo capisco, ma non lo condivido. Sì, la casa è il porto dove si trova sicurezza. Di questo ha bisogno l’essere umano, di sicurezza, affettiva, materiale. Non c’è niente di più terribile per un giovane gay che essere sbattuto fuori di casa a diciotto anni. Perdere non solo gli affetti dei suoi, il tetto, il frigo… Trovarsi in mezzo alla strada da solo. Un’altra costante del libro è il viaggio: l’altrove, la scoperta, la curiosità. L’arricchimento nel confronto. La casa per me è il luogo dove tornare ma non il luogo dove chiudersi.

La sua opera è anche il racconto della temperie che ha attraversato le coppie omosessuali.

Non volevo che fosse solo la mia storia personale, una storia fra tante. Era interessante inserire questa storia nella storia più larga, più grande, volevo far capire l’isolamento. Per più di dieci anni eravamo totalmente isolate, internet è stato una ricchezza incredibile per noi omosessuali. Volevo inserire la mia storia personale in un contesto più ampio, per far capire cosa è successo in pochissimi anni. Come quella che si chiamava la questione omosessuale, cioè il problema è diventata lotta per i diritti civili. Abbiamo cominciato trent’anni fa, ma solo negli ultimi quindici anni c’è stata una vera rivoluzione. Dall’isolamento abbiamo creato pride, reti di associazioni, non eravamo più degli intellettuali sopra le montagne, ma delle persone comuni che avevano bisogno di raccontare le proprie vite per poter pretendere quello che un po’ alla volta stiamo ottenendo.

Sul suo profilo Facebook ha già scritto dei prossimi due testi di cui sarà autrice: può anticiparne l’argomento?

Dal momento che mia moglie e io abbiamo deciso di avere dei figli, il secondo libro si occuperà di come abbiamo fatto, tutte le scelte, le domande che ci siamo poste fino alla nascita della nostra prima figlia. Ci sono tanti interrogativi, sul parto, sulla gravidanza, anche su cose che sembrano ovvie e che non lo sono per niente.

Divergendo dal libro, come crede possa agire la società civile per le coppie omosessuali come per quelle omogenitoriali?

Io penso che i primi responsabili siamo noi omosessuali. La prima cosa che dobbiamo fare è essere trasparenti, raccontare le nostre vite, viverle senza nasconderci. Questo farà il novantanove percento del lavoro, essere ciò che siamo sempre. So che è difficile per chi combatte con l’omofobia strisciante, uno stillicidio. Bisognerebbe realizzare uno stillicidio al contrario, del tipo “Che fai, stasera?”, “Vado col mio ragazzo a mangiare un gelato sul corso”, e quando qualcuno interverrà con “Che me ne importa con chi vai a letto?”, bisognerà rispondere “Ma io non ti sto dicendo con chi vado a letto, sto dicendo che vado a mangiare un gelato col mio ragazzo, sei tu che ci vedi qualcosa che io non ho detto”. Io auguro a tutti gli omosessuali di avere quel poco di coraggio che permetta loro di affrontare lo sguardo dell’altro con serenità. Finché non ci sarà più bisogno di coraggio.

Giuseppina La Delfa, non solo omosessuale, madre, militante per i diritti civili, ma pure, come suggerisce un’intervista del 2016, docente insieme alla moglie nello stesso ateneo. Fuori, alle pareti dello studio all’Università degli Studi di Salerno, una coppia di orari adorna la bacheca dei docenti: il suo e quello di Raphaelle Hoedts.

Peccato che non avremo mai figli 
di Giuseppina La Delfa
Aut Aut Editore, 2018
pp. 178, euro 15.00

 

 

 

 

 

 

Antonio Iannone