L’America dal grilletto facile

Alla luce del massacro avvenuto a Las Vegas nel mese di ottobre ad opera di un cittadino statunitense armato, è tornato al centro dei dibattiti un pomo della discordia che divide da sempre opinione pubblica e membri del governo: il diritto di uso di un’arma. Sancito fin dall’Indipendenza degli Stati Uniti nel secondo emendamento costituzionale come strumento necessario per proteggere se stessi e la comunità, incompreso da molti altri paesi del mondo ma gelosamente custodito dalla maggior parte degli americani.

Si tratta però di uno strumento a doppio taglio: data la non conformità legislativa a cui si lega un diverso grado di libertà a seconda dello Stato, talora la facilità di reperimento di una semplice pistola è decisamente notevole. Come nel nostro paese sono richiesti accertamenti medici sulla salute psico-fisica di un potenziale possessore, anche nella già menzionata federazione tali controlli sono presenti, eppure la loro obbligatorietà non vige in tutti gli stati e dunque una fetta della popolazione americana ha finora potuto acquisire un porto d’armi in assenza di qualunque vigilanza. Una percentuale invero diminuita negli ultimi tempi, ma non per questo meno trascurabile. A conferma di tale libertà giungono le statistiche elaborate nel corso degli anni secondo le quali restano sempre elevate le percentuali di crimini, omicidi e suicidi compiuti con l’ausilio di un’arma da fuoco. Sarebbe però un errore cadere nella generalizzazione secondo la quale a una maggior libertà di circolazione di armi corrisponde un maggiore disordine causato dall’uso di queste, poiché ai veti e ai limiti di altri stati ovviano il contrabbando e l’illegalità.

A questo si aggiunge l’elusione da parte degli aspiranti proprietari di armi dei controlli medici, di cui tuttavia non si ha l’assoluta garanzia di infallibilità. Negli ultimi tempi si è riscontrato che, dove questo controllo del background psico-fisico è previsto dalla legge, i clienti delle armerie tendono ad essere più riluttanti nel dichiarare i loro acquisti rispetto a quelli non sottoposti alla stessa vigilanza normativa. Ciò è interpretabile come un tenace attaccamento al secondo emendamento che talora rasenta un fanatismo mischiato ad insofferenza verso la minima restrizione e dunque con sfumature anarchiche. Se si mettono da parte le armi da fuoco più popolari e facili da reperire e si prendono in considerazione fucili e simili, tutto questo atteggiamento diventa ancora più incomprensibile: dov’è l’utilità di armi che, nelle parole dell’ex presidente Obama in un vecchio discorso, “appartengono a soldati in teatri di guerra e non alle nostre strade” e sono le preferite di chi finora ha compiuto grandi stragi di civili?

Eppure neanche di fronte a questa realtà gli attivisti pro-armi arretrano. A questo punto non si può più negare l’evidenza: gli Stati Uniti sono spesso piagati da sparatorie di massa anche per via della circolazione di armi d’assalto. Nella lista di cronaca nera sono presenti eventi funesti in relazione più o meno conclamata col terrorismo di matrice islamica (vedasi la strage di Orlando dello scorso anno), ma il resto è opera di cittadini americani, spesso insospettabili e apparentemente sani. È il caso di Stephen Paddock che nei primi giorni di ottobre, da un hotel di Las Vegas, ha aperto il fuoco e ucciso più di sessanta persone prima di suicidarsi nella sua stanza di albergo in cui sono state ritrovate altre armi, probabilmente da lui stesso portate lì.

Prese in considerazione le valutazioni qui esposte, sale in bocca l’amaro all’udire ancora notizie di questa portata e all’assistere alle conseguenti reazioni. E soprattutto vien da chiedersi: si tratta di terrorismo solo se il killer non è bianco e americano?

Serena Belletto