La speranza sta oltre confine?

Lo scorso sabato, camminando distrattamente per il corso di Salerno, mi sono imbattuta in un uomo sui trent’anni, africano e dal largo sorriso amichevole. Mi ha subito tranquillizzata dicendomi che non voleva rubare il mio tempo per vendere braccialetti, borse o cover per il telefono (come spesso accade) ma per presentarsi e raccontarmi la sua storia e quelle dei suoi amici, i quali hanno sfidato il mare e il pericolo per arrivare in Italia. L’iniziativa di questo giovane uomo è quella di diffondere queste terribili e coraggiosissime storie attraverso i libri, spingendo non solo il cittadino italiano verso l’informazione e la comprensione per il prossimo ma anche verso la cultura, cosa che non fa mai male. 

Ho sentito parlare di Buyamba – un giovane uomo che nella sua terra natale, il Congo, faceva il calciatore ed era anche molto bravo – e di come una volta trovata una casa e una sistemazione in Italia ha deciso di sentirsi parte integrante di questo popolo andando allo stadio a vedere un’importante partita. In un primo momento un “uomo” (o forse il più viscido degli animali) in una macchina gli ha urlato “Negro!” facendo cenno di investirlo, ma subito dopo dei ragazzi si sono messi a lanciare di tutto verso quella macchina: pietre, scarpe, megafoni. Buyamba dopo aver ringraziato i ragazzi è andato a godersi la partita e in quel momento ha capito che ogni mondo è paese perché i cori dei tifosi sono canti tribali e il calcio ha un suo rituale da rispettare: proprio come in Congo.  

Ho sentito, poi, parlare di Laila – una coraggiosa ragazza tunisina – che dopo una gravidanza interrotta, ha deciso di partire perché qualcosa le diceva che al di là della frontiera c’era possibilità di trovare di meglio. In un primo momento accetta diversi lavori, ma poi riesce a trovare stabilità solo quando una grande famiglia le offre un lavoro da lei mai sentito: badare ad una persona anziana. In questo modo viene trattata bene, ha una vera e propria famiglia, ha trovato l’amore e grazie a lei suo padre possiede una barca per pescare, suo fratello frequenta l’Università e sua madre ha aperto un negozio di artigianato. 

Infine ho sentito parlare di Kalomboun giovane clandestino che una volta sbarcato in Sicilia si è dedicato al lavoro duro della piantagione di pomodori, sopportando condizioni di vita davvero difficili per un pezzo di pane e pochi spiccioli. Quando si è reso conto dei pericoli e dei ricatti della criminalità organizzata ha deciso di trovare un lavoro più dignitoso. Grazie alla nuova legge sul permesso di soggiorno e ad un prete molto gentile disposto ad aiutarlo, ha trovato un ottimo lavoro in un’agenzia pubblicitaria. Ma le morti di Falcone e Borsellino lo hanno spinto alla decisione non solo di lasciare il sud Italia ma di trasferirsi proprio altrove, in Canada, perché dice: “se due uomini importanti vengono uccisi come niente, pensa un po’ cosa possono fare di noi.” 

Ciò che emerge da queste tre storie molto diverse tra loro è il fatto che per gli immigrati questa non è l’Europa, o meglio l’Italia, che avevano sognato di trovare. Gli immigrati, quando decidono di partire sognano l’Italia come un paradiso perfetto, dove poter fuggire dai problemi e lavorare: ma tutti i progetti con i quali erano partiti, una volta raggiunto lo Stivale vanno in fumo. Adattarsi ad un popolo che non vuole capire lo straniero e le sue difficoltà e che non vuole aiutarlo a realizzare i propri sogni ma sa semplicemente puntargli il dito contro, non è semplice. Anche se l’Italia è cambiata sotto tanti aspetti, la paura dello straniero resta. Purtroppo. 

Perciò se vi capita di incontrare questo venditore ambulante di libri, tutti incentrati su storie vere e reali, guardatelo attentamente negli occhi e scoprirete il suo grido di dolore e la sua ambiziosa voglia di difendere la propria gente. Fermatevi ad ascoltare, donate uno sguardo amico e non evitate con odio lo straniero: scoprire l’altro e confrontarsi vi può rendere soltanto persone migliori. A loro basta poco, anche un semplice sorriso, per sentirsi accettati perché non c’è niente di più gratificante di sentirsi a casa propria anche se si è stranieri. E, inoltre, non c’è niente di più vergognoso della disamicizia e della disinformazione.  

Michela Monaco